Cisgiordania, l’occupazione israeliana è costata 170 miliardi all’economia palestinese

Oltre venti organizzazioni chiedono al Parlamento di approvare la legge sullo stop all’import dagli insediamenti e al governo di sostenere le imprese palestinesi

Valori.it
L’ambasciatrice di Palestina Mona Abuamara interviene all’incontro «Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione». Roma, 20 ottobre 2026 © Stop al commercio con gli insediamenti illegali
Valori.it
Leggi più tardi

Vietare l’importazione in Italia di beni e servizi prodotti negli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania e, allo stesso tempo, aiutare le imprese palestinesi a vendere sul mercato europeo. Sono le due richieste uscite dall’incontro “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”, che si è svolto a Roma il 20 ottobre. L’evento è stato organizzato dalla coalizione di oltre venti organizzazioni che promuovono la campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali. Tra queste c’è anche Fondazione Finanza Etica, editrice di Valori.it.

Dal tessuto economico della Cisgiordania dipende la sussistenza di oltre 3 milioni di persone. Secondo i promotori, aziende e piccoli produttori lavorano oggi in condizioni che ne minacciano l’esistenza stessa.

Imprese palestinesi tra blocchi all’export e attacchi dei coloni

A descrivere le difficoltà sono stati alcuni rappresentanti delle categorie produttive palestinesi. Mohammed Hmidat di Al Reef, organizzazione che sostiene gli agricoltori, ha elencato le restrizioni che colpiscono chi esporta, sia per spostare le merci all’interno del Territorio Occupato sia per raggiungere i mercati esteri. Ruwa Jab di Pal Trade, rete di oltre 327 aziende, ha parlato invece di quanto potrebbero crescere le vendite palestinesi in Europa senza gli ostacoli imposti dall’occupazione.

L’economista Massimo Amato, del Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, ha analizzato i fattori strutturali con cui l’occupazione ha frenato lo sviluppo palestinese. Basel Adra, regista premio Oscar per No Other Land e membro di Global Echo, ha raccontato invece gli effetti della violenza dei coloni sulla vita quotidiana: case e infrastrutture distrutte, accesso limitato a scuola e cure mediche.

«Senza sovranità economica non può esserci reale sovranità politica», sostengono le organizzazioni promotrici. Secondo loro, l’Unione europea non sta mettendo in campo alcuna strategia efficace.

Economia di occupazione in Cisgiordania: i numeri delle perdite

Il settore privato palestinese produce di tutto, dall’olio d’oliva al sapone di Nablus fino ai ricami tatreez. Ogni fase della filiera, però, è condizionata dalle limitazioni all’accesso a terra, acqua, infrastrutture e libertà di movimento.

  • 942 ostacoli alla circolazione tra posti di blocco, barriere e chiusure, spesso attivati senza preavviso: il 33% in più rispetto al 2023. Uno su cinque impedisce di raggiungere i terreni agricoli (dati Ocha e Colonization and Wall Resistance Commission).
  • 20% dell’acqua della principale falda acquifera della regione va alle comunità palestinesi, l’80% a Israele (B’Tselem).
  • 170 miliardi di dollari di perdite tra il 2000 e il 2024. Secondo l’UNCTAD, senza le restrizioni israeliane il Pil della Cisgiordania sarebbe potuto crescere del 68% in più.
  • Oltre 1.600 attacchi dei coloni contro comunità e proprietà palestinesi tra gennaio e agosto 2026, con danni a raccolti, frutteti e infrastrutture agricole (OCHA).
  • 1,82 miliardi di dollari di arretrati accumulati verso il settore privato (Banca Mondiale).

Quest’ultimo dato dipende dalle entrate fiscali e doganali che Israele raccoglie per conto dell’Autorità nazionale palestinese, in base al Protocollo di Parigi del 1994. Dopo il 7 ottobre 2023 i trasferimenti sono stati decurtati del 30%, poi da giugno 2025 sono stati sospesi del tutto. Da oltre un anno l’Autorità palestinese non riesce più a pagare gli stipendi ai propri dipendenti, e il potere d’acquisto della popolazione si è ridotto di conseguenza.

Proposta di legge contro il commercio con gli insediamenti

Dopo i saluti dell’ambasciatrice di Palestina in Italia, Mona Abuamara, il confronto politico, moderato da Paolo Pezzati di Oxfam Italia, ha coinvolto Stefania Ascari e Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle), Laura Boldrini ed Elly Schlein (Partito Democratico), Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra).

I leader dei tre partiti hanno firmato la proposta di legge per fermare il commercio con gli insediamenti illegali, nata dal lavoro delle organizzazioni della campagna e ora all’esame della Commissione esteri della Camera. Le organizzazioni richiamano il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024. Secondo la Corte, lo sfruttamento delle risorse del Territorio palestinese occupato da parte di Israele viola il diritto internazionale, e gli Stati non devono sostenere questa situazione con relazioni economiche e commerciali. Per i promotori, approvare la legge risponde quindi a un obbligo giuridico.

L’appello all’Italia: approvare la legge e aprire il mercato Ue

Le richieste al governo riguardano il sostegno diretto alle imprese palestinesi e un ruolo attivo in Europa per facilitare l’accesso dei loro prodotti al mercato unico. Lo strumento indicato è la ripresa dei negoziati per rinnovare e aggiornare l’Accordo di associazione tra Ue e Palestina.

La delegazione palestinese, insieme a Marwa El-Ansary di Oxfam, è attesa mercoledì 21 ottobre in audizione alla Commissione esteri della Camera. L’audizione fa parte di una serie di incontri con istituzioni italiane ed europee.

Nessun commento finora.

Lascia il tuo commento.

Effettua il login, o crea un nuovo account per commentare.

Login Non hai un account? Registrati