Intrigo Selmayr, colpo di mano filotedesco nella Ue

La promozione del capo di gabinetto di Juncker rischia di squassare la credibilità dell'Unione. Molto vicino a Berlino, dirigerà 33mila funzionari in un momento delicatissimo

Di Roberto Ferrigno
Il segretario generale della Commissione europea, Martin Selmayr, all'ingresso di Palazzo Berlaymont, sede dell'istituzione Ue

La promozione di Martin Selmayr, da suo capo di gabinetto a Segretario Generale della Commissione, è stato un colpo da maestro del presidente Juncker.

Un paracadutato di lusso

Poche ore sono bastate al pupillo del presidente della Commissione, considerato la longa manus di Angela Merkel a Bruxelles, per balzare dalla sua posizione originale, puramente politica, a quella del capo della poderosa macchina della Commissione, senza mai averne fatto parte. Una macchina composta da oltre 33.000 funzionari.

Tra l’altro, negli ultimi anni, i poteri del Segretariato Generale si sono ampliati enormemente. A tutto discapito di quelli dei commissari, ridotti sempre più al ruolo di semplici esecutori delle decisioni politiche del presidente e del Segretario generale. Non a caso, Selmayr è stato paracadutato nella più alta posizione delle istituzioni Ue in barba alle procedure formali. I commissari sono stati messi davanti al fatto compiuto e, in ogni caso, sono rimasti in silenzio.

Il blitz sfrutta l’incertezza

Solamente pochi media europei hanno dato risalto a quello che è stato un vero “colpo di Stato”. La mossa garantisce essenzialmente alla cancelliera berlinese il controllo totale della Commissione per lungo tempo – Selmayr ha solamente 49 anni – ad un anno dalla data cruciale di scadenza del mandato della Commissione Juncker e del Parlamento europeo. Il rinnovo delle istituzioni europee nel 2019 si annuncia infatti processo spinoso e non privo di incognite. L’affermazione dei partiti populisti in Germania, Austria, Italia; le relazioni difficili coi governi dei Paesi dell’Est, soprattutto Polonia e Ungheria; l’impotenza di fronte a Trump; il fallimento della gestione comune dell’immigrazione, hanno indebolito la leadership della Commissione.

E poi il fattore Brexit

Su tutto questo, infine, aleggia la Brexit. Stime recenti quantificano in oltre 90 miliardi di Euro il “buco” provocato nel settennale quadro finanziario Ue post-2020 dall’uscita di Londra. Si prevede la necessità di tagliare i fondi ai programmi Ue di sostegno all’agricoltura ed allo sviluppo sociale, anche per far fronte agli impegni presi nel campo dello sviluppo dell’industria bellica. L’Unione dovrà scegliere tra il burro e i cannoni. Selmayr, a capo della Commissione, potrebbe costituire una solida sponda di appoggio a Berlino, nella più difficile fase storica mai affrontata dall’Ue e con la Merkel sempre più isolata, una volta dileguatosi il tradizionale alleato britannico.

Parlamento Ue balbettante

Ma è principalmente il prestigio del Parlamento europeo ad uscire malconcio dall’affare Selmayr. Le prime reazioni da parte dei gruppi politici, tranne  quello dei popolari europei, sono state all’insegna dell’indignazione, con dichiarazioni infuocate e le richieste di dimissioni di Selmayr. Persino la presidente della commissione parlamentare Bilancio, Ingeborg Grässle, benché tedesca ed esponente CDU, ha bollato la promozione come un “colpo di mano contro l’Europa”. “Selmayr indubbiamente è dotato di grande conoscenza negli affari politici quotidiani. Ma è un funzionario senza alcuna esperienza nella gestione delle direzioni generali. Non ha mai diretto un dipartimento nella sua carriera dal 2004″ ha tuonato Grässle.

L’orgogliosa difesa delle regole democratiche da parte dei parlamentari si è però rapidamente sgonfiata di fronte al muro eretto dal presidente della Commissione. A Strasburgo, Juncker ha minacciato le proprie dimissioni se si fosse votata una mozione che avesse chiesto l’annullamento della nomina di Selmayr.

Un macigno nei negoziati del post-Juncker

L’astuto presidente sapeva benissimo che non si sarebbe mai formata la  maggioranza necessaria a sfiduciarlo in questo difficile momento. La credibilità dell’Ue avrebbe subito un colpo durissimo a 13 mesi dalle elezioni. Il Parlamento, alla fine, si è limitato a chiedere alla Commissione di rispettare le regole “la prossima volta”. Rimangiandosi la minaccia di rinviare l’approvazione del budget annuale se non si fosse fatta chiarezza sul “Selmayrgate”. Ha così  rinunciato nuovamente a usare quei poteri che pure i trattati gli garantiscono. E così facendo ha avallato quel “gap democratico” dell’Ue che pretende invece di colmare. Secondo voci raccolte a Bruxelles, potrebbe essere la stessa Merkel a risolvere l’impasse, piazzando Selmayr in una posizione di prestigio a Berlino. Rimuoverebbe così il macigno del “Selmayrgate” dai complicati negoziati per la nomina della nuova Commissione. In ogni caso, il verdetto dei cittadini europei scaturirà dalle urne nel maggio 2019.

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