Il Climate Risk Index 2026 mostra un mondo sempre più vulnerabile
Il Climate Risk Index 2026 mostra l’aumento degli eventi estremi e delle vittime della crisi climatica. Colpiti anche i Paesi ricchi, Italia compresa
Circa il 40% della popolazione mondiale – oltre tre miliardi di persone – vive oggi in uno degli undici Paesi che, negli ultimi trent’anni, sono stati più duramente colpiti da eventi climatici estremi: ondate di caldo, tempeste e inondazioni. Tra questi figurano l’India (9° posto), la Cina (11°), la Libia (4°), Haiti (5°) e le Filippine (7°). Nessuno di loro appartiene al gruppo delle nazioni ricche e industrializzate.
Allo stesso tempo, anche diversi Paesi ad alto reddito – come la Francia (12° posto), l’Italia (16°) e gli Stati Uniti (18°) – rientrano tra i 30 più colpiti da fenomeni meteorologici estremi. È quanto emerge dall’edizione 2026 del Climate Risk Index (CRI), l’indice di rischio climatico elaborato dall’organizzazione tedesca Germanwatch e presentato oggi alla Cop30 di Belém.
Oltre 830mila vittime e 4.500 miliardi di dollari di danni in 30 anni
In totale, l’indice registra oltre 9.700 eventi meteorologici estremi tra il 1995 e il 2024, che hanno provocato più di 830mila vittime e danni diretti per oltre 4.500 miliardi di dollari, al netto dell’inflazione. «Le ondate di caldo e le tempeste rappresentano la minaccia più grave per la vita umana tra tutti gli eventi meteorologici estremi», spiega Laura Schäfer, una delle autrici del Climate Risk Index. «Le tempeste, in particolare, hanno causato i danni economici più ingenti, mentre le inondazioni hanno colpito il maggior numero di persone».
Alcuni Paesi che si sono classificati molto in alto nell’indice hanno sofferto principalmente di singoli eventi meteorologici, ma estremamente devastanti. Mentre altri sono stati colpiti ripetutamente da condizioni climatiche estreme.
«Paesi come Haiti, le Filippine e l’India – tutti tra i dieci più colpiti – devono affrontare sfide enormi», spiega Vera Künzel, coautrice dell’indice. «Sono colpiti da inondazioni, ondate di caldo e tempeste con tale frequenza che intere regioni riescono a malapena a riprendersi prima che arrivi il prossimo evento estremo. È a questi Paesi che si guarda, durante i negoziati delle Cop, quando si parla di aumentare i finanziamenti per affrontare perdite e danni. Senza un sostegno più ampio e duraturo – anche sul fronte dell’adattamento alla crisi climatica – rischiano di trovarsi di fronte a sfide impossibili da superare».
La Dominica è regolarmente colpita da uragani devastanti
In cima al Climate Risk Index per il periodo 1995-2024 c’è la Dominica, una piccolissima nazione insulare dei Caraibi colpita più volte da uragani devastanti. Nel 2017, il solo uragano Maria provocò danni per 1,8 miliardi di dollari, quasi tre volte il prodotto interno lordo del Paese. È stato il più distruttivo tra i sette cicloni tropicali che hanno colpito l’isola negli ultimi trent’anni.
«La Dominica guida il nostro indice a lungo termine soprattutto per l’enorme entità dei danni economici in rapporto al suo Pil», spiega Lina Adil, coautrice del rapporto. «Un dato che conferma la tendenza, ormai scientificamente accertata, secondo cui in un mondo più caldo i cicloni tropicali diventano sempre più intensi e distruttivi».
Al secondo posto si trova il Myanmar: nel 2008, il ciclone Nargis uccise quasi 140mila persone e causò danni per 5,8 miliardi di dollari. Le forti piogge e le inondazioni successive ebbero effetti devastanti su tutto il Paese.
Il Sud globale resta il più esposto alla crisi climatica
Il Climate Risk Index mostra che i Paesi del Sud globale restano i più vulnerabili e hanno bisogno del sostegno delle nazioni più ricche. Ma anche queste ultime stanno subendo in misura crescente gli effetti della crisi climatica.
«I risultati del Climate Risk Index 2026 evidenziano con chiarezza che la Cop30 deve individuare strumenti concreti per colmare il divario di ambizione globale», spiega David Eckstein, coautore del rapporto. «Le emissioni devono diminuire subito, altrimenti assisteremo a un aumento delle vittime e a un disastro economico su scala mondiale. Allo stesso tempo, è indispensabile accelerare gli sforzi di adattamento, attuare soluzioni efficaci per le perdite e i danni e garantire finanziamenti climatici adeguati».
L’indice include anche una valutazione specifica per l’anno passato: in cima alla classifica figurano l’arcipelago caraibico di St. Vincent e Grenadine e Grenada, devastati nell’estate del 2024 da un uragano di categoria 5. Al terzo posto si colloca il Ciad, colpito da inondazioni di proporzioni eccezionali, durate mesi.




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