Molte Cer, poca energia: il paradosso delle comunità energetiche rinnovabili

Le Cer in Italia sono migliaia, ma il loro impatto sul fabbisogno nazionale resta marginale. Colpa anche delle "Cer zombie"

Pannelli solari e il comune di Asiago sullo sfondo © iStock

Le comunità energetiche rinnovabili (Cer) sono state presentate in questi anni come uno dei pilastri della democratizzazione energetica in Italia: strumenti dal basso capaci di ridurre le bollette, accelerare la transizione e avvicinare i cittadini alla produzione di energia pulita. Tutto vero. Eppure, a guardare il monitoraggio del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), la distanza tra la promessa e la realtà è considerevole.

Al momento risultano attive in Italia 2.553 configurazioni di comunità energetiche rinnovabili, per una potenza complessiva installata di 218 megawatt e poco meno di 24mila associati. In media, ogni Cer conta una decina di partecipanti e circa 85 kilowatt installati. Ben 1.200 configurazioni si attestano sotto i 10 kilowatt, l’equivalente di un grosso impianto domestico.

A mettere in prospettiva questi numeri è Gianluca Ruggieri, ricercatore dell’Università dell’Insubria e cofondatore di ènostra, cooperativa di energia rinnovabile che da sola conta circa 20mila soci. Un numero paragonabile all’intero bacino degli aderenti a tutte le comunità energetiche nostrane messe insieme. 

Perché alcune comunità energetiche restano “zombie”

Per comprendere la portata del fenomeno, Ruggieri – il cui ultimo libro, edito da Laterza, si chiama “Le energie del mondo” – introduce la categoria delle cosiddette “Cer zombie”. Il fenomeno assume due forme. Il primo riguarda gli studi di fattibilità: finanziamenti erogati da regioni, fondazioni bancarie – come Fondazione Cariplo in Lombardia o Fondazione Compagnia di San Paolo in Piemonte – e altri soggetti pubblici per analizzare la sostenibilità di una futura comunità energetica che, in alcuni casi, non porta alla costituzione di nulla. «Lo studio di fattibilità non è una Cer», precisa Ruggieri. «Però è un processo inevitabile: può succedere che si facciano delle analisi e poi il progetto non parta». Insomma, non è una distorsione ma un rischio fisiologico connesso a qualsiasi processo di pianificazione.

Il secondo livello è più preoccupante e riguarda le Cer che sono state effettivamente costituite, magari avviando anche una piccola attività, ma che restano irrilevanti. «Se si va ad analizzare il numero di configurazioni, il numero di utenze incluse e la potenza installata», continua Ruggieri, «si hanno mediamente delle comunità energetiche con una ventina di partecipanti o meno e poche decine di kilowatt installati. Configurazioni del genere non hanno un reale impatto significativo sul mercato energetico».

Non è una truffa, poiché non risultano casi documentati di soggetti che abbiano ottenuto finanziamenti per costituire una Cer senza mai farlo. I fondi pubblici destinati a questo settore hanno finanziato prevalentemente studi di fattibilità e attività di attivazione territoriale. «Il tema è piuttosto che abbiamo tante piccole Cer», sottolinea il ricercatore. Dunque il problema è l’inefficacia: risorse pubbliche che alimentano un ecosistema frammentato, incapace di produrre – almeno finora – un impatto misurabile sulla transizione energetica.

I numeri delle comunità energetiche rinnovabili in Italia

I numeri del monitoraggio Pniec rendono evidente la distanza dagli obiettivi fissati. Il target nazionale per le configurazioni di autoconsumo collettivo (Cacer, che includono le Cer) è di 5 gigawatt entro il 2027, su un obiettivo complessivo per il fotovoltaico italiano di 80 gigawatt. I 218 megawatt delle Cer e i 324 megawatt di tutte le Cacer attualmente in esercizio rappresentano rispettivamente il 4,4% e il 6,5% dell’obiettivo intermedio.

La finestra del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che aveva messo a disposizione 2,2 miliardi di euro per i piccoli Comuni, si è chiusa a dicembre. I bandi non potevano restare aperti troppo a ridosso delle scadenze per l’impiego delle risorse. «Sicuramente, quando tutti gli impianti finanziati verranno realizzati, i numeri su potenze installate e membri delle Cer andranno a migliorare significativamente», continua Ruggieri. Ma quella spinta difficilmente potrà ripetersi in futuro.

Le comunità energetiche rinnovabili in Italia faranno il salto di qualità?

Eppure, Ruggieri non legge il quadro in modo interamente pessimistico. La sfida vera, secondo lui, è capire quante delle 1.200-1.300 Cer esistenti riusciranno a compiere un salto qualitativo. «Per alcune significherà crescere dai 20 ai 100 o 200 kilowatt; per altre, invece, potrà voler dire entrare nel mercato della flessibilità energetica» spiega.

Il mercato della flessibilità è il meccanismo attraverso cui la rete elettrica remunera quegli utenti che, nei momenti di squilibrio tra domanda e offerta, accettano di ridurre o aumentare i propri consumi su richiesta del gestore. Le grandi aziende lo fanno già, perché hanno tariffe orarie e la capacità tecnica di gestire questi aggiustamenti. I piccoli consumatori domestici, da soli, non hanno gli strumenti né la massa critica per farlo.

«Ma se aggreghi cento, cinquecento, mille utenze e interagisci con loro tramite app o sistemi di comunicazione, allora le Cer potrebbero fungere da aggregatori di tanti piccoli consumatori», continua Ruggieri. Uno scenario che trasforma la comunità energetica da semplice produttore collettivo di energia pulita a soggetto attivo nel sistema elettrico.

Oltre a produrre energia pulita, le Cer sono un presidio sociale

C’è anche un’altra traiettoria possibile: quella territoriale e sociale. Ruggieri cita l’esempio di alcune delle prime Cer seguite in Sardegna, dove l’obiettivo era aggregare soggetti giuridici preesistenti per generare non solo energia, ma anche altro: sviluppo locale, presidio delle aree interne, contrasto allo spopolamento. «Non è una scala sul mercato energetico in sé, ma è interessante a livello territoriale di sviluppo», osserva. Il tema delle aree interne, e della capacità delle Cer di funzionare da volano comunitario, introduce una dimensione che va ben al di là del kilowattora condiviso.

Restando sul piano strettamente energetico, il bilancio provvisorio è quello di un settore che ha costruito molto in termini di strutture e pochissimo in termini di impatto reale. «Rispetto alle traiettorie degli obiettivi dell’Italia, che le comunità energetiche rinnovabili ci siano o meno non cambia sostanzialmente nulla», ammette Ruggieri. «Nella società hanno un impatto, perché hanno dato vita ad attività e movimenti virtuosi. Ma a livello di mercato dell’energia non hanno spostato molto». La vera partita è ancora da giocare, e si giocherà nei prossimi anni, sulle ceneri del Pnrr e con strumenti di incentivazione diversi. La domanda è se le centinaia di piccole comunità energetiche nate in questo periodo abbiano la forza di non fermarsi e di diventare qualcosa di più di una “pro loco dell’energia”.

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