Perché vale la pena seguire la Cop31, anche se le Cop deludono

Dal 9 al 20 novembre la presidenza turco-australiana punta sul 35% di elettricità entro il 2035, senza Stati Uniti e lasciando sullo sfondo i fossili

Murat Kurum, presidente della Cop31, in conferenza stampa a Istanbul © UN Climate Change

Come il Natale e il Ferragosto, puntuale anche quest’anno torna la Conferenza delle parti sul clima, Cop nell’acronimo inglese. Si tratta del negoziato sul riscaldamento globale promosso dalle Nazioni Unite, lo spazio in cui i governi di tutto il mondo discutono di transizione ecologica e abbandono dei combustibili fossili. A differenza del Natale e del Ferragosto, però, attorno alla necessità di continuare a celebrare le Cop esiste un dibattito.

La ragione sta nella difficoltà di ottenere risultati soddisfacenti. Dopo il successo della Cop21, quella che portò all’Accordo di Parigi ormai più di un decennio fa, e alcuni parziali passi avanti alla Cop28 di Dubai, non si sono registrate novità significative. Anzi, nel frattempo il processo ha perso uno degli attori più importanti, con la scelta del presidente Donald Trump di far abbandonare i negoziati agli Stati Uniti. Eppure politici e giornalisti continuano a parteciparvi e a seguirle. E con qualche ragione.

Le Conferenze delle parti, il negoziato Onu sul clima dal 1995

Le Conferenze delle parti nascono con il cosiddetto Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992, l’incontro che portò per la prima volta i temi ambientali al centro della politica globale. La prima Cop sui cambiamenti climatici (ne esistono, meno note, anche su desertificazione e biodiversità) si riunì a Berlino nel 1995, presieduta da una giovane Angela Merkel, allora ministra dell’Ambiente tedesca. Da allora si è svolta ogni anno, quasi sempre a novembre, ogni volta in un Paese diverso.

Le Parti sono gli Stati che aderiscono alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc). Cioè praticamente tutti i Paesi del mondo. Gli Stati Uniti, per volontà di Donald Trump, hanno avviato l’uscita: diventerà effettiva a febbraio 2027.

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Si tratta di un processo negoziale. I governi trattano tramite i loro delegati, i ministri e talvolta gli stessi presidenti, per concordare politiche di contrasto al riscaldamento globale. Di fatto, le decisioni non sono vincolanti: il loro rispetto si basa sulla convenienza reciproca e sulla parola data. Per questo le Cop decidono per consenso. Il presidente di turno, di solito un diplomatico o un politico del Paese ospitante, raccoglie i pareri di tutti e trova una sintesi che metta d’accordo ogni nazione.

Le Nazioni Unite parlano di processo aperto. Significa che, pur senza potere di voto, anche la società civile, i movimenti politici, le aziende e le stesse agenzie Onu sono invitati a partecipare. Questo rende le Cop molto diverse da incontri come il G7 o il G20, riservati a leader e staff. Alle Cop assistono decine di migliaia di persone.

La Cop31 ad Antalya, l’elettrificazione al centro del negoziato

La Cop31 è ospitata ad Antalya (in italiano Adalia), una città costiera della Turchia, dal 9 al 20 novembre. L’assegnazione è avvenuta dopo una lunga trattativa con l’altro Paese che ambiva a essere anfitrione, l’Australia, che infatti esprime il presidente dei negoziati: Chris Bowen, ministro laburista per il Clima e l’energia. Bowen affianca il suo omologo turco Murat Kurum, ministro dell’Ambiente, dell’urbanizzazione e dei cambiamenti climatici e presidente della Cop31. Due uomini, come quasi sempre è stato al vertice delle Cop.

Di cosa si parlerà? La crisi energetica è la cornice dentro la quale si inserirà il dibattito. La presidenza ha già detto che vuole concentrarsi sull’elettrificazione: l’obiettivo proposto è che l’elettricità copra il 35% dei consumi finali di energia nel mondo entro il 2035, contro poco più del 20% di oggi. Quasi sempre, alla Cop, si punta a obiettivi riassumibili in sigle che “rimino”, come il 35×35. Se realizzato, si tratterebbe di un passo avanti importante. L’energia pulita che sappiamo produrre è soprattutto elettrica, e secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) elettrificare è un fattore potentissimo di accelerazione della transizione.

I dati relativi alle rinnovabili, d’altronde, sono buoni. L’Emissions Gap Report del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) del 2025 spiega che, dall’Accordo di Parigi in poi, la capacità rinnovabile installata è cresciuta a un ritmo triplo rispetto alle previsioni. Il solare fotovoltaico è cresciuto sette volte più velocemente delle attese. Merito degli avanzamenti tecnologici e delle politiche ecologiche europee, statunitensi e soprattutto cinesi degli ultimi dieci anni.

L’abbandono del fossile, però, non procede allo stesso ritmo. Sempre l’Unep spiega che l’obiettivo principale dell’Accordo di Parigi, contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale, è sostanzialmente perduto. Salvo grandi progressi nelle tecnologie di cattura dell’anidride carbonica (CO2). Di fatto, la presidenza della Cop ha deciso di concentrarsi sul tema facile, aggiungere energia pulita, e non su quello difficile, eliminare l’energia sporca.

Trump, data center ed elezioni: i tre temi da seguire alla Cop31

Difficilmente la Cop31 porterà a grandi trattati come l’Accordo di Parigi o il Protocollo di Kyoto. Ma i suoi esiti ci daranno ugualmente alcune indicazioni importanti.

La prima ha a che fare con l’uomo che ha dominato le cronache politiche degli ultimi due anni: Donald Trump. I suoi Stati Uniti non partecipano, ma per ora nessun alleato ha deciso di unirsi all’abbandono. Questa è una debolezza del processo, che non include il secondo emettitore globale, ma anche una prova politica. Il mondo inizierà a pensare politiche ambientali ed energetiche prescindendo da Washington?

Poi c’è la questione dei data center. Impianti in grande crescita per via del boom dell’intelligenza artificiale. E che potrebbero diventare un problema in termini di consumi energetici ed emissioni climalteranti. Non esiste, per ora, un framework internazionale sul tema: Antalya potrebbe essere il posto in cui iniziare a parlarne.

Infine, ci sono le tante elezioni. Alla Cop31 si arriverà con un Congresso statunitense appena rinnovato (al voto la Camera per intero e un terzo del Senato), in cui potrebbe tornare una maggioranza non negazionista e favorevole alla partecipazione alle Cop. Quando scriviamo, i risultati non sono ancora noti. La Spagna, uno dei campioni europei della transizione, partecipa nel mezzo della campagna elettorale: si vota il 29 novembre. Il Brasile, invece, si presenta fresco della rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva. Secondo un’analisi di Carbon Brief, dal suo ritorno al governo le politiche ambientali di Lula hanno evitato la deforestazione di almeno 20mila chilometri quadrati di foresta amazzonica. E Paesi come Francia e Italia si preparano a votare.

La Cop31, insomma, è un summit che nasce in mezzo ad acque agitate, con la crisi energetica che genera proteste per il carovita, la nascente questione dei data center e un panorama politico pieno di elezioni. Un contesto che la rende difficile e, proprio per questo, interessante.

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