Dalla grandeur ai tagli. Deutsche Bank alla resa dei conti

Vent'anni di operazioni spericolate e di eccessivi rischi costringono Deutsche Bank a una maxi ristrutturazione. Che costerà oltre 7 miliardi di euro

Di Matteo Cavallito
Una filiale di Deutsche Bank ad Amburgo, Germania. Foto: Tony Webster Flickr Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

«Vent’anni fa erano tutti orgogliosi di essere azionisti o dipendenti di Deutsche Bank. Oggi i suoi impiegati non ti diranno nemmeno che ci lavorano». Così Klaus Nieding, vicepresidente dell’associazione degli investitori privati tedeschi, intervistato da Bloomberg nel novembre del 2018. Parole pesantissime, che riecheggiano anche oggi dopo il recente annuncio del maxi piano di ristrutturazione voluto dal Ceo Christian Sewing.

Parole senza appello, come quelle vergate nero su bianco un paio d’anni prima dall’autorevole Der Spiegel: «Avidità, provincialismo, codardia, immaturità, menzogna, incompetenza, arroganza». Per tacer degli altri termini. «Se cercate parole che spieghino la caduta di Deutsche Bank, potete scegliere liberamente, e a ragione, tra quelle sopra elencate», scriveva il settimanale tedesco. Celebrando un processo a quei sogni di grandezza che la crisi aveva fatto svanire miseramente.

Deutsche Bank go America

Deutsche Bank ha chiuso il 2018 con un utile di 341 milioni di euro, primo segno positivo dopo quattro anni di perdite. Ma vuol dire poco o nulla di fronte al peso di due decenni di operazioni rischiose, speculazioni avventate, sogni di grandezza e scommesse perse che hanno lasciato il segno. I costi sono diventati insostenibili. I tagli, al materiale umano, ormai inevitabili: 18 mila posti secondo i piani annunciati dall’istituto che voleva una vita spericolata come quelle dei film, rigorosamente a stelle e strisce e made in Wall Street. Il desiderio, denunciava lo Spiegel, si è tradotto in azione alla fine degli anni ’90 quando il solido equilibrio del modello tradizionale è stato sconvolto dalla scoperta dell’America.

wall street
La Borsa di New York © Carlos Delgado; CC-BY-SA

È stato così, scrive Fortune, che Deutsche bank ha abbandonato il vecchio eurocentrismo «per avventurarsi nel regno ad alto rischio e a elevato rendimento di azioni, obbligazioni e derivati attraverso acquisizioni finalizzate a espandere le operazioni globali». Ma la sinfonia Dal Nuovo Mondo si sarebbe fatta improvvisamente stridula sotto i colpi della crisi del 2007-08. Oggi restano le ferite: migliaia di cause legali costate oltre 18 miliardi in dieci anni, un matrimonio della disperazione, quello con Commerzbank, fallito ancora prima del fatidico sì e, soprattutto, i segni tangibili delle operazioni più rischiose.

Derivati, esposizione netta in crescita

Tra le cicatrici più evidenti ci sono i derivati. Alla fine dello scorso anno Deutsche Bank ne aveva a bilancio per 43.500 miliardi di euro, 4.800 in meno rispetto a 12 mesi prima. Ma attenzione: parliamo di nozionale, ovvero di un dato teorico calcolato sulla somma di tutti i contratti e del loro valore massimo potenziale. Semplificando, una cifra che non significa quasi niente. Il fatto – non lo ripeteremo mai abbastanza – è che nella maggior parte dei casi i contratti si elidono a vicenda. Un derivato A che premia il possessore in caso di aumento di un determinato tasso di interesse, per dire, è compensato da un derivato B che si comporta nello stesso modo qualora il medesimo tasso diminuisca o resti invariato.

Il calcolo sul rischio derivati di Deutsche Bank, quindi, si esegue al netto di tutte le compensazioni ed evidenzia, in estrema sintesi, la cifra finale che resta scoperta. Ebbene, al primo trimestre di quest’anno, l’esposizione netta (ovvero il rischio) sui derivati era addirittura aumentata: 22 miliardi di euro, contro i 20,2 di fine 2017. Anche qui, ci mancherebbe, occorre evitare le semplificazioni. L’aumento del dato, di per sé, non autorizza a lanciare alcun allarme particolare. Ma una cosa è certa: l’inversione di rotta sull’esposizione ai titoli non c’è ancora stata.

I famigerati attivi di livello 3

Per anni, dicevamo, Deutsche Bank ha investito in prodotti finanziari redditizi quanto rischiosi. Asset illiquidi opachi, classificati nei bilanci come “attivi di livello 3”. Avete presente i titoli di Stato nella loro sublime semplicità che brillano di luce riflessa dalle quotazioni in tempo reale e che possono agevolmente passare di mano con un click? Ecco, gli attivi di terzo livello sono esattamente il contrario. Privi di un chiaro mercato di riferimento, come ricorda la stessa banca, e soggetti a metodi di valutazione opinabili, questi asset sono da tempo gli osservati speciali nei conti dell’istituto tedesco.

Alla fine del 2017, gli asset di terzo livello in mano a Deutsche Bank erano stimati in 22 miliardi di euro, il dato più alto tra le maggiori banche europee. La cifra equivaleva al 45% circa del patrimonio principale (common equity tier 1 capital), una quota presumibilmente superiore alla media dei principali istituti del Pianeta (38% secondo le stime del 2016). Secondo l’ultimo rapporto sul rischio creditizio, alla fine del primo trimestre 2019 gli asset di livello 3 ammontavano a 25 miliardi di euro contro i 22 di fine 2017.

Bad bank e costi

Tornando ai numeri più concreti ci sono le perdite attese. 2,8 miliardi di euro nel secondo trimestre 2019 segnala ancora Fortune, indicando in 7,4 miliardi i costi di ristrutturazione previsti da qui al 2022. È questa la cifra che Deutsche Bank dovrà sostenere per risolvere una volta per tutte il problema degli asset a rischio di cui sopra. 80 miliardi di titoli da isolare e svalutare nell’apposita bad bank. Trenta in più rispetto alle stime iniziali, ma anche 45 in meno rispetto all’analoga operazione realizzata tra il 2012 e il 2016 e costata, in quel periodo, perdite complessive per 14,6 miliardi.

Una cifra, per fare un paragone, superiore alla capitalizzazione registrata da Deutsche Bank a metà giugno quando il titolo in borsa era sceso per la prima volta sotto quota 6 euro. Il valore più basso in 149 anni di storia.

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