Donald Trump si prende le istituzioni finanziarie, e fa sparire il clima
Nelle riunioni congiunte di Fondo monetario internazionale e Banca mondiale il clima è scomparso dall’agenda, per la gioia di Donald Trump
Alle ultime riunioni del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale (Bm), tenute a Washington dal 13 al 18 ottobre, la questione del clima è scomparsa. Si è discusso di crisi, di debito, di fiscalità, di lavoro e di agricoltura. Si sono difesi gli interessi del capitale privato, il cuore di tenebra finanziario del mondo contemporaneo. Ma sul clima nulla. O, ancora peggio, la questione climatica è stata relegata a una generica pretesa di neutralità tecnologica. E al «dare priorità agli investimenti nelle forme di energia meno costose». Non ci vuole molto a capire come, dietro queste fumose parole, si nasconda l’intenzione di continuare a investire nei combustibili fossili. E che dietro questa decisione di Fmi e Banca mondiale spunti il ciuffo giallo-arancione di Donald Trump.
Quando nelle istituzioni finanziarie entra Donald Trump, esce il clima
Dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno annunciato il loro ritiro dall’Accordo di Parigi sul clima, dall’Unesco e dall’Organizzazione mondiale della sanità. Hanno chiuso dopo sessant’anni l’Usaid e stanno paralizzando il funzionamento dell’Organizzazione mondiale del commercio. E a dirla tutta, il famigerato Project 2025 scritto dalla Heritage Foundation, che è stato alla base della rielezione di Trump, prevedeva anche l’uscita dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Ma poi qualcosa è cambiato. E lo scorso aprile il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha elogiato le due istituzioni finanziarie del capitalismo globale. A patto che, ovviamente, si comportassero come voleva il suo padrone.
Innanzitutto Fmi e Banca mondiale dovevano aiutare gli amici di Donald Trump. E lo hanno fatto. Visto che il primo ha raggiunto un accordo con l’Argentina di Javier Milei per un prestito da 20 miliardi di dollari. E la seconda invece si è subito affrettata a promettere al leader fascio-populista argentino 12 miliardi di dollari di aiuti. Di cui 4 sono già stati versati con una celerità sorprendente. E poi, nelle parole dello stesso Scott Bessent, per non essere abbandonate dagli Stati Uniti il Fmi e Banca mondiale dovevano «tornare a occuparsi dei loro compiti principali». Ovvero gonfiare la bolla del capitalismo finanziario «senza dedicare una quantità sproporzionata di tempo e risorse a questioni di genere, sociali e del clima».
L’interesse degli Stati Uniti è in chiave anticinese
Le due istituzioni finanziarie hanno obbedito, anche in questo caso. Come ha rivelato a settembre Bloomberg, infatti, su pressione degli Stati Uniti il Fondo monetario internazionale ha deciso di dismettere le unità che si occupano di clima e di questioni di genere. Sciogliendole in una nuova unità creata ad hoc con il titolo assai burocratico di Divisione per le politiche macrofinanziarie e strutturali. Ma l’abdicazione delle due istituzioni finanziarie è diventata chiara a inizio mese. Il 3 ottobre è stato nominato come vicedirettore vicario del Fondo monetario internazionale Dan Katz, ex capo dello staff di Scott Bessent. E il clima, che negli ultimi anni era diventata una delle questioni chiave per le due istituzioni finanziarie, è definitivamente scomparso dall’orizzonte.
Questo repentino ritorno di interesse dell’amministrazione di Donald Trump per Fmi e Banca mondiale può essere spiegato anche in chiave anticinese. Come sottolinea il quotidiano francese Le Monde, già nell’aprile del 2024 il nuovo numero due del Fondo monetario internazionale Dan Katz aveva scritto un editoriale in cui invitava le «nazioni capitaliste e democratiche» a «smettere di credere alla finzione che la Cina possa essere una forza responsabile e produttiva in organizzazioni internazionali come la Banca mondiale e il Fmi». Poi, anche durante le riunioni congiunte appena concluse, ha attaccato l’economia cinese come «creatrice di squilibri».
La scomparsa della parola clima non è una questione semantica
Fatto sta che, con questo ritorno dell’amministrazione Trump nel cuore delle due istituzioni finanziarie più importanti, a rimetterci è stato il clima. «Ci è stato riferito che il Fondo monetario internazionale potrebbe cedere alle pressioni dell’amministrazione Trump per ridurre ogni lavoro sul clima», ha scritto infatti il senatore democratico americano Sheldon Whitehouse in una lettera indirizzata alla presidente del Fmi Kristalina Georgieva durante i giorni delle riunioni di Washington. «Farlo sarebbe un grave errore che minerebbe la missione del Fmi di garantire la crescita economica e la stabilità finanziaria. E comprometterebbe la sua reputazione di integrità e aderenza ai fatti».
Ma anche nella Banca mondiale la situazione non è delle più rosee. Dopo che su pressione di Donald Trump il clima è scomparso dall’agenda degli ultimi incontri, Le Monde ha ascoltato un dipendente della banca, che ha preferito rimanere anonimo. «La Banca mondiale è anche una banca della conoscenza. E, se l’argomento scompare gradualmente dal dibattito e dai programmi di ricerca, rischia di complicare l’azione e rallentare i finanziamenti per la lotta o l’adattamento al riscaldamento globale». È chiaro che la questione non è puramente semantica. La scomparsa di una parola dalla scena è il segno dell’affermazione di una linea politica. Una linea letale per il clima.




Nessun commento finora.