La guerra con l’Iran incrina il mito di Dubai
Missili iraniani, expat in fuga, immobiliare in crollo: la guerra con l'Iran sta mettendo a nudo tutta la fragilità del modello Dubai
Il Burj Khalifa, che domina la città dall’alto, è sempre là, visibile da ogni angolo di Dubai, perfino dal deserto. Ma da quando l’Iran ha preso di mira i Paesi del Golfo, la sua non è più una presenza rassicurante per chi vive qui. Il messaggio di invulnerabilità che il Paese aveva lanciato al mondo quel 4 gennaio 2010, inaugurando il grattacielo da record, vacilla ogni giorno di più. L’edificio dovette cambiare nome all’ultimo istante – da Burj Dubai a Burj Khalifa – come omaggio allo sceicco di Abu Dhabi, Khalifa bin Zayed Al Nahyan, che aveva appena salvato l’emirato dal crac conseguente alla crisi finanziaria globale del 2008.
Da allora, quello stretto tra Dubai e il resto del mondo è un patto economico: garanzia di sicurezza in mezzo ai tumulti del Medio Oriente e paradiso fiscale, in cambio di fiducia e capitali. Un patto figlio del pragmatismo di una tradizione da commercianti, molti dei quali provenienti proprio dall’altra sponda dello stretto di Hormuz, dall’Iran, distante poche centinaia di chilometri dalle coste emiratine. Un patto che, oggi, rivela di non aver fatto i conti con la realtà geografica del Golfo Persico. Al Bastakya, il quartiere più antico di Dubai, in persiano significa “luogo dei Bastaki”. E si riferisce alle persone provenienti da Bastak, una città nel sud dell’Iran.
Dubai sotto attacco: missili, droni e la città che regge (per ora)
Gli attacchi di missili e droni iraniani non si fermano. Le strade e i mall, almeno nelle zone abitate dagli expat più facoltosi, si stanno svuotando. Si lavora da casa, soprattutto dopo gli attacchi alle sedi di alcune aziende americane a Difc, il distretto finanziario della città. Le scuole sono chiuse per le vacanze di Eid, che segna la fine del Ramadan, e chi può lascia Dubai. Tra un allarme e l’altro, al quale ci si sta ormai quasi abituando, gli aerei delle compagnie di bandiera riescono a partire. La contraerea, un sistema di difesa multistrato basato su tecnologie statunitensi, funziona.
La città regge, complice la narrativa sui social media che ritrae gli sceicchi mentre cenano al Dubai Mall o gli influencer che fanno la vita di sempre. I forti boati in cielo, ripetono comunicati stampa e media locali, sono le intercettazioni, «il segnale che siete al sicuro». Il suono di Dubai è cambiato. Al ronzio continuo del traffico si è sostituito il rombo dei jet che sorvolano la città quasi ininterrottamente.
Il fattore tempo, concordano gli analisti, diventa ogni giorno più decisivo. Se la sicurezza fisica viene a mancare, i vantaggi fiscali non bastano più. E gli Emirati Arabi hanno subito il peso di oltre due terzi degli attacchi iraniani. Il segreto bancario, le imposte sul reddito a zero, un clima imprenditoriale capace di competere con i centri finanziari globali non possono proteggere da nessun attacco militare. E il patto di Dubai salta.
La vulnerabilità del brand Dubai: quando il marketing non ferma la guerra
La città, che ha utilizzato il marketing come fattore di crescita e il suo brand come motore di sviluppo, ha dimostrato in poche settimane tutta la sua vulnerabilità. L’intero sistema, economico, sociale e perfino ambientale – con infrastrutture vitali tanto sofisticate quanto esposte – sta rischiando di crollare.
«È difficile sottovalutare il pericolo che incombe sul modello economico di Dubai», ha sottolineato Jim Krane, ricercatore del Baker Institute alla Rice University di Houston e autore di “City of Gold: Dubai and the Dream of Capitalism”, tra i testi più autorevoli sulla città come icona del capitalismo globale . «I danni fisici potrebbero essere lievi e la maggior parte finora è di natura psicologica. Ma lo status di Dubai come rifugio sicuro per gli espatriati e le loro attività è sempre più in discussione. Più a lungo durerà la guerra, più intensa sarà la ricerca di luoghi alternativi. Il capitale internazionale è estremamente mobile e Dubai ha bisogno che questa guerra finisca ora».
Il conto della guerra: -30% sull’immobiliare e 600 milioni al giorno di turismo perso
Che non siano stati presi di mira solo obiettivi militari o americani nella regione è stato chiaro fin dall’inizio. Dubai è stata colpita anche nei suoi luoghi più iconici: il Burj Al Arab, la Palma, l’aeroporto. Quelli che hanno contribuito a creare la sua immagine nel mondo. Dal real estate al turismo, dagli investimenti alla fuga di capitali, il panorama spaventa. L’indice del mercato immobiliare – secondo i dati del Dubai Financial Market – in due settimane è crollato di circa il 30%, perdendo tutti i guadagni accumulati dall’inizio del 2026. Secondo il World Travel and Tourism Council (Wttc) la guerra sta incidendo sui viaggi e sul turismo in tutto il Medio Oriente, riducendo la spesa dei visitatori internazionali di almeno 600 milioni di dollari al giorno.
Infuocate le parole dell’imprenditore Khalaf Ahmad Al Habtoor, uno degli uomini più ricchi e influenti degli Emirati Arabi, colonna portante del brand Dubai: «Chi pagherà il prezzo delle tensioni che ci sono state imposte per un conflitto di cui non facciamo parte? Le nostre economie e la stabilità dei nostri popoli non sono arene per regolare i conti tra grandi potenze».
Chi non può scappare: i lavoratori invisibili di Dubai
Nel 2025 la popolazione degli Emirati Arabi, composta per il 90% da stranieri provenienti da quasi 200 nazionalità, ha superato gli 11 milioni di persone. Oltre 4 solo a Dubai. Una società eterogenea che, con le ripercussioni della guerra, ha evidenziato ancora una volta l’altra faccia del sistema, quella delle disuguaglianze sociali. Se gli expat possono prendere il primo volo disponibile e partire, la manodopera a basso costo proveniente in prevalenza dal Sudest asiatico non ha scelta. E sono loro la maggioranza della popolazione, sono loro a costruire la città e tenere in piedi i servizi. Per le collaboratrici domestiche filippine, i tassisti pakistani, gli operai edili indiani o i driver di Deliveroo bengalesi, andare via significa perdere il lavoro e non riuscire più a sostenere le famiglie nei propri Paesi di origine.
Delle quattro persone straniere morte negli Emirati Arabi dall’inizio del conflitto, tre erano lavoratori provenienti dall’Asia meridionale. Un tassista pakistano, una guardia di sicurezza nepalese e un autista di autocisterne bengalese che hanno continuato il loro lavoro anche durante gli allarmi. «Non andiamo via, preferiamo stare qui. I nostri datori di lavoro sono partiti, ma noi rimaniamo a prenderci cura delle loro case e dei loro animali», raccontano due collaboratrici domestiche filippine. Le uniche che passeggiano con i cani a Emirates Hills, una zona residenziale di lusso della città.
Il tallone d’Achille di Dubai: i dissalatori e la guerra all’acqua
Ma la vulnerabilità di Dubai non è solo economica e sociale. La metropoli ha sfidato la natura, espandendosi senza sosta verso il deserto, incurante della scarsità della risorsa più preziosa: l’acqua. E la geografia ora torna a presentare il conto. L’urbanizzazione selvaggia degli ultimi anni ha dato vita a nuovi quartieri residenziali sempre più a ridosso di infrastrutture critiche: palazzi che sorgono a pochi chilometri da basi logistiche, porti o aree militari. La guerra sta mettendo a nudo anche l’insostenibilità di una città costruita dove di acqua non ce n’è. Se le raffinerie colpite stanno bruciando in diverse aree del Golfo, polverizzando capitali, l’obiettivo più temuto sono i dissalatori.
Oltre il 90% dell’acqua potabile di Dubai, come delle altre metropoli della regione, dipende dagli impianti che dissalano il mare. Se ne contano circa 400 sulle coste del Golfo: il più grande è a Jebel Ali, vicino al porto di Dubai. Un’interruzione prolungata causata da un attacco mirato non significherebbe solo un danno economico, ma la fine fisica delle città. Il brand Dubai, che per decenni ha venduto al mondo l’idea che il denaro potesse domare il deserto ignorando geografia e geopolitica, è rimasto prigioniero della sua smisurata ambizione.




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