Elezioni Ue, la gauche francese sparita (nonostante, unita, sfiori il 30%)

Le elezioni europee hanno confermato il declino dei partiti storici francesi. In testa, estrema destra e centristi. Ma la sinistra potrebbe giocarsela se...

Di Andrea Barolini
Il leader dei Verdi francesi (EELV) Yannick Jadot © Eric Coquelin/Wikimedia Commons

«Se qualcuno ne stesse ancora dubitando, la risposta arrivata domenica 26 maggio dagli elettori è senza appello: un profondo cambiamento politico è in atto nel nostro Paese». Il commento del quotidiano Le Monde ai risultati delle elezioni europee sottolinea il principale dato uscito dalle urne in Francia. Ovvero la quasi-scomparsa dei due partiti che per decenni hanno dominato la politica transalpina: il Partito socialista (PS) e Les Républicains (un tempo UMP).

francia macron philippe
Il presidente e il primo ministro della Francia, Emmanuel Macron e Edouard Philippe © Wikimedia Commons

Assieme, le due ex-grandi formazioni di centro-destra e centro-sinistra, raggiungono ormai appena il 15% dei consensi. Il loro peso, sia in termini numerici che politici, è dunque marginale.

Per il presidente Macron le elezioni europee hanno portato una sconfitta numerica più che strategica

Il panorama è dominato oggi dall’estrema destra di Marine Le Pen e dal centro del presidente Emmanuel Macron. Come previsto, tra il Rassemblement National (RN, ex Front National) e La République en Marche (LREM) si è profilato un testa a testa. Che ha visto prevalere, sebbene di poco, il partito sovranista. Una vittoria soltanto simbolica, poiché i seggi attribuiti sono stati identici per entrambi i partiti: 23. Tuttavia, la destra estrema si è effettivamente imposta come primo partito in Francia. Una sconfitta in particolare per Macron, che aveva impostato l’intera campagna sulla necessità di sconfiggere le forze anti-europeiste.

Per il leader di En Marche, si trattava del primo test elettorale dopo le legislative. E ha perso la sua scommessa. Il 10 maggio, a pochi giorni dallo scrutinio, aveva dichiarato: «Tutte le mie energie sono rivolte ad evitare che RN finisca in testa». Quest’ultima ha invece ottenuto il 23,31% dei consensi, contro il 22,41% di LREM.

Tuttavia, dal punto di vista di Macron, la situazione politica non è affatto negativa. Se si andasse domani alle elezioni presidenziali, qualora la sinistra rimanesse frammentata, è probabile che si ripeterebbe un ballottaggio tra lui e Marine Le Pen. Con tutti gli elettori non sovranisti pronti a votarlo pur di fare “barrage” contro gli estremisti. Per il presidente, dunque, un RN forte è di fatto una garanzia.

LREM ha prosciugato i voti dei conservatori

Ciò nonostante, l’entourage di Macron ha fatto sapere che nulla cambierà per il prosieguo del quinquennato. Il partito non intende cambiare strategia e il governo guidato da Edouard Philippe non sembra in discussione. D’altra parte, la strategia di LREM di “rubare” voti al centro-destra e al centro-sinistra sta pagando in termini elettorali.

Alle legislative del giugno 2017, infatti, Macron aveva potuto staccare il dividendo legato alla precedente presenza al governo. Era stato ministro dell’Economia durante il quinquennato del socialista François Hollande. E non a caso aveva prosciugato i voti del PS alle elezioni. Stavolta, però, dopo due anni al potere, LREM ha posto nel mirino i conservatori.

La scelta di imporre degli uomini di destra ai posti più importanti del governo (il primo ministro Philippe, ma anche il ministro dell’Economia Bruno Le Maire) ha consentito al presidente di raccogliere moltissimi voti tra gli elettori dei Républicains. LREM si conferma così un partito dalla dottrina social-liberale, ancorato al centro.

I Verdi prima forza della frammentata sinistra francese. E terzo partito nazionale

A sinistra, se il PS si è mantenuto ai minimi storici (6,2%) la più grande sorpresa è arrivata dai Verdi. Europe Ecologie Les Verts (EELV) ha infatti ottenuto il 13,5%, diventando così (di gran lunga) la prima formazione progressista. A spingere gli ambientalisti sono stati senz’altro gli scioperi per il clima. E l’aver saputo imporre la questione climatica al centro del dibattito politico francese.

Il problema del centro-sinistra, è tuttavia legato soprattutto alla sua frammentazione. A partire da Lutte Ouvrière (0,8%) e passando poi per La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon. Quest’ultimo ha scelto di puntare su una candidata – Manon Aubry, ex responsabile della campagna di giustizia fiscale presso Oxfam – che gli ha permesso di ottenere il 6,3%. Un dato in ogni caso in netto calo rispetto alle legislative.

La sinistra in Francia, unita, sarebbe largamente in testa

Magrissimo poi il risultato di Benoït Hamon, ex vincitore delle primarie socialiste alle scorse presidenziali, che ha ottenuto soltanto il 3,3% dei voti. Ciò non ha permesso al suo partito, Génération-S, di superare la soglia di sbarramento, fissata al 5%. La formazione, tra l’altro, si presentava assieme a Diem25, movimento pan-europeo promosso dall’ex ministro delle Finanze greco Varoufakis.

Ciò nonostante, è evidente che in caso di coalizione alle prossime elezioni, con i numeri attuali la sinistra in Francia avrebbe a disposizione un bacino corposo. Pari al 25,5% almeno (se si considerano Verdi, PS, Hamon e il Partito comunista, che ha ottenuto il 2,5%). E che sfiorerebbe un terzo dell’elettorato aggiungendo LFI. Quanto basterebbe per superare (abbondantemente) sia Emmanuel Macron che Marine Le Pen.

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