Eni-Venture Global, le ombre sull’accordo ventennale per il gnl statunitense

Contenziosi miliardari, donazioni a Trump, impatti ambientali in Louisiana: il rapporto ReCommon sul partner di Eni nel gas liquefatto solleva dubbi pesanti

Nave metaniera che trasporta gnl, simbolo della crescente dipendenza europea dal gas liquefatto statunitense © Suphanat Khumsap/iStockPhoto

Un nuovo rapporto della ong ReCommon ha messo nel mirino il gas naturale liquefatto (gnl) focalizzandosi su un singolo, gigantesco operatore e i suoi legami con l’Italia, e sollevando una serie di interrogativi. L’operatore in questione è Venture Global che entro il 2030 punta ai 100 milioni di tonnellate l’anno di capacità produttiva. E guarda caso arriva dagli Stati Uniti, dai quali Italia ed Europa, a seguito dell’invasione russa in Ucraina, hanno cominciato a comprare la maggior parte del gnl.

Le forniture di gnl dagli Stati Uniti all’Unione europea tra 2021 e 2025 sono passate da 19 a 80 miliardi di metri cubi. Mentre quelle dalla Russia (di gnl e via gasdotto) sono crollate da 155 a 41 miliardi di metri cubi. Col risultato che nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 58% del gnl importato dall’Ue. E potrebbero toccare il 75-80% nel 2030, esponendo l’Europa a una nuova dipendenza: prima dalla Russia, oggi dagli Stati Uniti di Trump. Alla faccia della sicurezza energetica.

Venture Global e i legami con l’amministrazione Trump

“Venture Global, le ombre del partner di Eni nel business del gas americano” è il titolo del rapporto di ReCommon dove si indicano le varie aree di criticità che caratterizzano la storia e il business della società, fondata nel 2013. E si cita Eni nel titolo perché il colosso italiano nel luglio 2025 ha firmato con Venture Global un contratto ventennale per la fornitura di gnl. «Eni si è legata per vent’anni a una società al centro di contenziosi miliardari e con una gestione opaca dei propri obblighi contrattuali. Quali rischi legali e reputazionali ha valutato prima di firmare?», si chiede Daniela Finamore, Finance and climate campaigner di ReCommon, anticipando alcuni interrogativi posti dal report.

Partiamo dalla questione politica, fondamentale. Secondo quanto riportato da organi di stampa, non solo Venture Global è stata fra i sostenitori del secondo insediamento di Donald Trump con una donazione di un milione di dollari, ma i suoi co-fondatori avrebbero acquistato pacchetti rilevanti di azioni della società con tempistiche sospette, appena dopo degli incontri con funzionari dell’amministrazione e appena prima del rilascio di autorizzazioni favorevoli al business del gnl. Venture Global è considerata una delle società che hanno più beneficiato di iter autorizzativi accelerati. Chiari segnali di una “relazione particolare” con l’attuale amministrazione statunitense.

Venture Global in Borsa, l’effetto della crisi di Hormuz

Poi c’è la Borsa. Venture Global, il cui primo impianto fu definito nel 2015 «altamente improbabile» da Bloomberg New Energy Finance, è quotata a Wall Street da inizio 2025. Quell’anno il suo titolo è crollato del 70% rispetto ai massimi post-quotazione. Ma nel 2026 la storia è cambiata repentinamente, con una crescita del 50% nel mese di marzo.

Il collegamento che viene subito da fare è con l’aggressione militare di Stati Uniti e Israele all’Iran, iniziata proprio a fine febbraio. E soprattutto con i suoi effetti: la chiusura dello Stretto di Hormuz e i contraccolpi su prezzi del petrolio e aspettative di crescita della domanda di gnl made negli Stati Uniti, dove Venture Capital è uno dei big player. Quando le acque di Hormuz saranno tornate tranquille, riprenderanno le “altalene”? Sono domande che si fanno gli investitori, che cercano sempre di prevedere il futuro.

Venture Global: una lunga storia di controversie legali

Gli stessi investitori hanno probabilmente drizzato le antenne anche sulle controversie legali di Venture Global. In particolare quelle che riguardano l’impianto Calcasieu Pass Lng in Louisiana, per il quale la società è tacciata di una gestione opportunistica della fase di commissioning, cioè il periodo di test che precede l’avvio ufficiale delle operazioni commerciali. Periodo che il gigante americano del gnl ha allungato di diversi anni adducendo una serie di giustificazioni. E che gli ha consentito di ricavare circa 20 miliardi di dollari da vendite di gnl sul mercato spot, quello delle compravendite immediate (dove il prezzo del gas viene determinato da domanda e offerta in tempo reale), a crisi energetica post-invasione russa dell’Ucraina in corso, avvantaggiandosi dei prezzi molto favorevoli ma penalizzando i clienti che avevano contratti di lungo periodo.

Aziende che si sono sentite danneggiate hanno fatto così ricorso ad arbitrati, con esiti disomogenei. Bp ha ottenuto un riconoscimento della violazione contrattuale; Shell si è vista respingere le principali richieste; Repsol non ha avuto soddisfazione. Si parla di richieste di risarcimento che nel complesso, a detta della società, al terzo trimestre del 2025 si aggiravano sui 5 miliardi di dollari.

Le domande degli azionisti critici di Eni sull’accordo con Venture Global

Oltre al report, ReCommon ha realizzato un breve dossier a beneficio specificamente degli azionisti di Eni e delle agenzie di rating Esg chiamate a valutarne il profilo di sostenibilità. Il dossier si fonda su fonti pubbliche verificate e mette in fila sinteticamente i principali profili di rischio – finanziario, operativo, climatico, ambientale, regolatorio – legati al contratto ventennale siglato tra Eni e Venture Global.

In qualità di suo azionista critico, ReCommon ha anche presentato a Eni una serie di domande pre-assembleari vertenti sull’operazione. Alle domande di ReCommon (come a quelle presentate da Fondazione Finanza Etica, da anni azionista critico di Eni) l’azienda ha fornito come da regolamento risposta scritta. Ma alcune questioni, a detta di ReCommon, sono rimaste inevase. Ad esempio, la quantificazione dettagliata delle emissioni Scope 3 aggiuntive generate dall’accordo, la sua coerenza con obiettivi net zero di lungo periodo o la valutazione dei suoi impatti umanitari sulle comunità.

Il ruolo di Intesa Sanpaolo e Snam nella catena del gnl statunitense

ReCommon tempo fa è andata a verificare di persona gli impatti ambientali del business del gnl sulle coste della Louisiana. «Ad agosto 2025 un grave incidente nel canale di accesso al terminal Calcasieu Pass ha contaminato pesci, ostriche e gamberi su un’ampia area. Colpendo le comunità che vivono di pesca e acquacoltura», racconta Daniela Finamore.

Sommando le questioni ambientali alle altre, ci sarebbe di che essere ragionevolmente preoccupati. Anche per gli altri attori italiani, oltre a Eni, variamente legati a Venture Global. «Intesa Sanpaolo, che finanzia questi terminal, ha condotto una due diligence adeguata su un partner così controverso e sugli impatti dei propri finanziamenti?», si chiede di nuovo Finamore. Tra l’altro, varie comunità delle coste della Louisiana e del Texas, hanno denunciato questi impatti rivolgendosi anche agli azionisti delle banche che finanziano i terminal. Fra loro figura Intesa Sanpaolo, che è fra i primi venti istituti finanziari globali che sostengono l’espansione del gnl.

«Anche Snam che gestisce l’infrastruttura di ricezione di questo gas in Italia (fra cui il contestatissimo rigassificatore a Ravenna, ndr), non può considerarsi estranea alla catena di responsabilità. Chiediamo a questi soggetti di rispondere pubblicamente: chi si prende la responsabilità?», conclude Finamore. Investire nel gnl, inoltre, significa procrastinare la dipendenza dalle fossili. Per cui l’ultima domanda è: che fine fa la transizione ecologica?

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