Perché anche la finanza deve tutelare la biodiversità (e ha gli strumenti per farlo)

Per ogni dollaro investito nella natura, 30 contribuiscono a danneggiarla. Ma gli investitori ormai hanno gli strumenti per integrare la biodiversità nelle loro decisioni

Finora i flussi finanziari si sono diretti soprattutto verso attività dannose per la biodiversità © salajean/iStockPhoto

Abbiamo un piano per risanare la biodiversità. Si chiama Global Biodiversity Framework ed è stato varato alla Cop15, la quindicesima Conferenza delle parti sulla biodiversità di Kunming-Montreal, a dicembre del 2022. Comprende quattro obiettivi e 23 target da raggiungere entro il 2030, in primis la protezione del 30% delle terre emerse e dei mari (il cosiddetto 30×30).

Senza la finanza, però, qualsiasi proposito di tutelare la biodiversità è irrealizzabile. Perché le risorse da mobilitare sono talmente grandi che il settore pubblico non può farsene carico da solo. Un radicale cambiamento nell’allocazione dei capitali è indispensabile non solo per la salvaguardia del Pianeta, ma anche per mantenere in vita lo stesso sistema economico e finanziario. Nessuna attività può fare a meno delle risorse della natura, come l’acqua, il suolo, le materie prime.

Perché il degrado della natura è un rischio anche per banche e investitori

Il fatto che la biodiversità sia la spina dorsale del nostro sistema economico trova conferma anche nelle analisi della Banca centrale europea. Uno studio del 2024 evidenzia che, sui 4,2 milioni di imprese non finanziarie che operano nell’area euro, il 72% ha una «dipendenza critica» dai servizi ecosistemici. Se questi ultimi vengono compromessi, anche i loro risultati economici ne risentono. Il contraccolpo arriva fino alle banche. Su tutti i prestiti concessi alle imprese nell’area euro, i tre quarti sono destinati a soggetti che fanno affidamento su almeno un servizio ecosistemico.

Appare dunque profondamente irrazionale che il sistema economico globale continui a contribuire al degrado degli ecosistemi. Secondo lo State of Finance for Nature 2026 pubblicato a gennaio dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), nel 2023 gli investimenti in nature-based solutions si sono fermati a 220 miliardi di dollari. Tutto questo mentre i flussi finanziari dannosi per la natura raggiungevano un totale di 7.300 miliardi. Il rapporto è di 1 a 30.   

Come si misura l’impatto degli investimenti sugli ecosistemi

Prima ancora di decidere quali titoli inserire nei portafogli di investimento e quali evitare, gli investitori devono capire come misurare il loro impatto sugli ecosistemi. E non è un passaggio scontato. «Se per il clima disponiamo di una metrica universale come la carbon footprint, la biodiversità non misura una sola variabile, ma l’equilibrio di ecosistemi complessi, fatti di specie, habitat, acqua, suolo, foreste, oceani e servizi ecosistemici che interagiscono tra loro», spiega a Valori Cristina Colombo, Stewardship and Climate Specialist di Etica Sgr.

Complesso, ma non impossibile. «Iniziano ad affermarsi strumenti come la corporate biodiversity footprint, un approccio strutturato che permette di valutare l’impatto aziendale incrociando parametri eterogenei», continua. «Parallelamente, sempre più imprese stanno adottando le linee guida della Tnfd (Taskforce on Nature-related Financial Disclosures), che fornisce framework specifici per settore per identificare e gestire in modo trasparente dipendenze e rischi legati alla natura. A questo si affiancano i Science Based Target for Nature, obiettivi fondati su basi scientifiche che consentono di definire traguardi misurabili e monitorare i progressi».

Come ricostruire gli impatti sulla biodiversità, dai campi agricoli ai data center

Questi sistemi si reggono sulla disponibilità di dati. «È importante distinguere tra due piani: da un lato la disponibilità e la qualità dei dati, dall’altro il livello effettivo di disclosure aziendale sulla biodiversità», osserva Colombo. Oggi – continua – molte metodologie si basano ancora su dati secondari e stime che possono variare per perimetro, metodologia e frequenza di aggiornamento. Questo rende più difficile confrontare imprese diverse, anche all’interno dello stesso settore.

Ci sono settori che incidono in modo diretto ed evidente sul capitale naturale: agricoltura, pesca e miniere innanzitutto, ma anche chimica e moda. «In altre aree, invece, l’impatto appare meno immediato, ma non per questo irrilevante. Nel digitale, nel retail o in alcune attività di servizi, ad esempio, l’esposizione può emergere lungo la catena del valore: consumi energetici, data center, approvvigionamento di materiali, logistica, packaging, gestione dei rifiuti. Per questo una lettura limitata alle attività dirette dell’azienda rischia di essere parziale», continua Colombo.

Cosa può fare concretamente la finanza per tutelare la biodiversità

Etica Sgr prende in considerazione la biodiversità già durante la scelta delle aziende in cui investire, attraverso una metodologia proprietaria che esclude gli emittenti più critici e premia quelli virtuosi. La società valuta ogni anno quanto i suoi portafogli siano esposti ai rischi derivanti dalla perdita di biodiversità e agli impatti sulla natura, prendendo in considerazione cinque macro fattori: cambiamento dell’uso del suolo, cambiamenti climatici, inquinamento, uso e sfruttamento delle risorse naturali e diffusione di specie invasive.

Il passaggio successivo è l’engagement, cioè il dialogo con gli emittenti più esposti ai rischi legati alla biodiversità. Soprattutto dove è difficile reperire dati completi, spiega Cristina Colombo, «il ruolo dell’investitore responsabile è intervenire dialogando con il management, per sollecitare l’adozione di standard internazionali rigorosi e trasformare l’opacità dei dati in trasparenza misurabile». A partire da quest’anno, il tema della biodiversità fa parte anche delle linee guida di Etica Sgr per il voto in assemblea.

A giudicare dai dati di scenario, la finanza che sceglie di tutelare la biodiversità è ancora un’eccezione alla regola. Ma è un’eccezione alla regola che si sta ampliando e consolidando. Lo dimostrano iniziative come il Finance for Biodiversity Pledge, di cui Etica Sgr è firmataria, che riunisce quasi 200 istituti finanziari con 23mila miliardi di euro di asset in gestione. «Dobbiamo superare l’idea che sostenibilità e performance finanziaria siano necessariamente due forze contrapposte», conclude Colombo. «Integrare la biodiversità nei processi di investimento non significa rinunciare alla ricerca di rendimento, ma ampliare il perimetro dell’analisi per valutare meglio la qualità, la sostenibilità e la durata del valore generato».

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