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Riciclaggio, gli Usa indagano su Deutsche Bank. Ma la Germania assolve

Deutsche Bank è accusata di aver riciclato 1.300 dei 2.000 miliardi oggetto dell'inchiesta FinCEN Files. Ma per la Germania l'inchiesta è chiusa

Rosy Battaglia
Rosy Battaglia
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Dall’inizio della crisi finanziaria è sul banco degli imputati. Ha collezionato almeno 18 miliardi di dollari di sanzioni, multe, risarcimenti. Ha cambiato amministratori delegati e fatto pagare gli errori dei manager a 18 mila dipendenti (che hanno perso o perderanno il lavoro). Ma per la Deutsche Bank sembra che non ci sia limite al peggio. Ora è accusata di aver riciclato 1.300 dei 2.000 miliardi oggetto dei FinCEN Files, la nuova inchiesta dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), con Buzzfeed News e L’Espresso sulle responsabilità delle banche internazionali nel riciclaggio di denaro sporco. Parte delle operazioni sospette individuate dalle autorità statunitensi riguarda il clamoroso caso della filiale estone di Danske Bank. Banca al centro del più grande scandalo di riciclaggio di denaro sporco in Europa, che ammonta a 230 miliardi di dollari. Vicenda che anche Valori.it in questi anni ha documentato.

Secondo le autorità di regolamentazione americane, almeno 150 dei 230 miliardi di dollari provenienti dalla Danske Bank sono stati gestiti negli U.S.A. dal braccio statunitense della Deutsche Bank. Operazioni in violazione alle norme antiriciclaggio americane, per cui lo scorso luglio Deutsche Bank è stata sanzionata per ben 150 milioni di dollari. Invece l’inchiesta aperta dalla procura di Francoforte oltre un anno fa è da considerarsi ufficialmente chiusa in Germania.

Follow the money: dalla Russia a Francoforte e poi a New York

A un anno dalle perquisizioni negli uffici di Deutsche Bank, come ricostruisce Simone Bowers, coordinatore europeo di ICIJ, i magistrati tedeschi hanno dichiarato di non aver prove sufficienti per perseguire i singoli responsabili. Tra giustizia finanziaria europea e americana, quindi, di fronte alla stessa vicenda, ci sono due pesi e due misure. Tanto è vero che sulle tracce delle violazioni perpetrate per anni dai funzionari tedeschi, c’è anche il Dipartimento di Giustizia americano.

Secondo Reuters, già negli anni scorsi Deutsche Bank aveva corrisposto quasi 700 milioni di dollari di multe comminate sia da parte delle autorità di regolamentazione di New York che britanniche, per un altro caso di riciclaggio di denaro sporco. Ben 10 miliardi di dollari provenienti dai cosiddetti traffici speculari con la Russia, su cui il Dipartimento di Giustizia americano sta ancora indagando.

Il Dipartimento di Giustizia americano indaga ancora 

Gli investigatori finanziari americani, infatti, vogliono andare a fondo delle movimentazioni sospette di riciclaggio, rivelate dal rapporto dello studio legale danese Bruun & Hjejle. Rapporto commissionato dalla stessa Danske Bank già due anni fa. Secondo i legali danesi la filiale estone raccoglieva ingenti somme di probabile denaro sporco che finivano in conti controllati. Attraverso società anonime di comodo, le cosidette “shell-company”, si gestivano così i fondi provenienti da migliaia di clienti anonimi russi e di altri stati satelliti dell’ex Unione Sovietica.

«La Deutsche Bank non è riuscita a prendere provvedimenti adeguati per impedire alla Danske Estonia di trasferire miliardi di dollari di transazioni sospette attraverso i conti della Deutsche Bank a New York», ha dichiarato Linda A. Lacewell, la sovrintendente dei servizi finanziari di New York, colei che ha imposto l’ultima sanzione milionaria a cui potrebbero farne seguito delle altre. Rimarcando come «i singoli banchieri sono raramente ritenuti responsabili. Quindi il riciclaggio di denaro sporco diventa una fonte di profitti e le multe bancarie diventano un semplice costo per fare affari. Quando i profitti superano le multe, la scelta del business è facilmente condizionata».

Deutsche Bank nega la “cattiva condotta”, ma aumenta le attività ispettive

La Deutsche Bank ha affermato di aver terminato il suo ruolo di banca di corrispondenza della Danske Bank Estonia nel 2015. Stefan Simon, membro del consiglio di amministrazione della Deutsche Bank, ha accolto con soddisfazione l’archiviazione dell’indagine: «È chiaro che non c’erano prove di una cattiva e criminale condotta né da parte della Deutsche Bank né da parte dei suoi dipendenti».

Intanto però, con il rafforzarsi dell’azione ispettiva su Danske Estonia, nel febbraio 2019 Deutsche Bank ha silenziosamente inviato più di un milione di segnalazioni di attività sospette all’autorità di regolamentazione tedesca. Segnalazioni che avevano allertato i magistrati tedeschi, ma che appunto a un anno di distanza non hanno portato a nulla.  Mentre dall’analisi dei FinCEN files si evince come il gruppo finanziario tedesco abbia gestito operazioni di sospetto riciclaggio per circa 1.300 miliardi di dollari dal 1999 fino al 2017.

Germania, il primo Paese europeo per opacità in campo finanziario 

Non è una novità che anche la Germania sia al centro del riciclaggio di denaro in Europa. Valori.it lo ha scritto più volte in questi anni. Nell’indice di segretezza finanziaria (Financial Secrecy Index), aggiornato regolarmente dalla ONG Tax Justice Network (TJN), la Germania è all’ottavo posto al mondo per opacità in campo finanziario, primo Paese europeo, escludendo la Svizzera che è al terzo posto. Dopo le Isole Cayman in testa, seguite dagli Stati Uniti, ma prima di Panama, Isole Vergini Britanniche e Isole del Canale. 

Quanto emerge dall’inchiesta FinCENfiles rende evidente come servano leggi più efficaci per costringere gli istituti finanziari a fermare i flussi di denaro illecito. A oggi, come fanno rilevare da ICIJ, l’ultima multa comminata a Deutsche Bank non è certo un deterrente: equivale solo allo 0,06% dei 26,4 miliardi di dollari di ricavi netti totali generati da Deutsche Bank nel 2019.

Nella sua nota alla stampa a commento dell’inchiesta FinCEN files Linda A. Lacewell, la sovrintendente ai servizi finanziari di New York, ha appoggiato la proposta di Transparency International di imporre sanzioni ben più salate ai banchieri che permettono transazioni corrotte. Specie dove le norme e le circostanze non giustificano un’azione penale. «Se non facciamo rispettare la normativa antiriciclaggio – ha dichiarato – siamo tutti complici».