Fonti fossili, la Banca mondiale getta sia acqua che benzina sul fuoco

Nel piano d’azione per il clima della Banca mondiale manca una promessa, la più importante: smettere di finanziare i combustibili fossili

Valentina Neri
Una manifestazione contro le fonti fossili © Daily Collegian/Flickr
Valentina Neri
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«Stanzieremo finanziamenti record per il clima e cercheremo soluzioni che abbiano il massimo impatto». Al fine di «aiutare i maggiori responsabili delle emissioni ad appiattire la curva dei gas ad effetto serra e aiutare i Paesi a conseguire con successo l’adattamento e la resilienza ai cambiamenti climatici». Con queste parole David Malpass, ex-sottosegretario al Tesoro statunitense durante l’amministrazione Trump e ora presidente della Banca mondiale, ha annunciato il nuovo piano d’azione per i cambiamenti climatici lanciato dall’istituto per il quinquennio 2021-2025. Una promessa importante. Messa però in bilico da un grosso, grossissimo limite. Ancora oggi, la principale organizzazione internazionale per lo sviluppo continua a finanziare i combustibili fossili.

La sede della Banca mondiale
La sede della Banca mondiale © World Bank Photo Collection/Flickr

Banca mondiale, un po’ di numeri

Per capire che peso abbia questo piano d’azione per il clima, conviene rispolverare un po’ di numeri. Con 189 Paesi membri e 76 anni di storia (è stata istituita a Bretton Woods assieme al Fondo monetario internazionale), la Banca mondiale si pone due missioni. Primo, fare in modo che entro il 2030 non più del 3% dell’umanità viva in condizioni di povertà estrema (oggi la percentuale si aggira intorno al 10 per cento). Secondo, incrementare il reddito del 40% più povero della popolazione di ogni singolo paese. Persegue queste sfide attraverso cinque diversi istituti che nell’anno fiscale 2020 hanno stanziato 77 miliardi di dollari e ne hanno erogati 54.

Quando alla base ci sono numeri e responsabilità del genere, qualsiasi decisione è destinata a fare rumore. Si può quindi intuire l’entusiasmo degli ambientalisti quando, al One planet summit voluto nel 2017 dal presidente francese Emmanuel Macron, l’allora presidente della Banca mondiale Jim Yong Kim aveva annunciato lo stop, nel giro di due anni, ai finanziamenti a qualsiasi attività di esplorazione e produzione di petrolio o gas.

Il vizietto dei combustibili fossili

Con una sola deroga: le «circostanze eccezionali» in cui ciò si rende necessario per garantire l’accesso all’energia alle fasce più povere della società. A patto che i progetti in questione siano coerenti con l’Accordo di Parigi sul clima. Non solo: a partire dall’anno successivo, l’istituto avrebbe reso noto l’impatto – in termini di emissioni – di ogni progetto finanziato in settori delicati come l’energia.

A tre anni di distanza, la ong tedesca Urgewald è andata a controllare come stavano le cose. Scoprendo che, dalla firma dell’Accordo di Parigi in poi, la Banca mondiale aveva investito 12 miliardi di dollari nei combustibili fossili. Per la stragrande maggioranza (10,5 miliardi) destinati a nuovi progetti in una trentina di Paesi. Esattamente il contrario rispetto a ciò che serve per arginare la catastrofe climatica.

Secondo il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep), infatti, la produzione di carbone, petrolio e gas naturale prevista per questo decennio supera del 120 per cento la soglia che permetterebbe di contenere il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. «Invece di contribuire a una giusta transizione energetica, la Banca mondiale ci sta rendendo più dipendenti dalle fonti fossili», accusa Heike Mainhardt, consulente di Urgewald.

Cosa dice (e cosa non dice) il piano d’azione per il clima

Il nuovo piano d’azione per i cambiamenti climatici è stato reso noto il 22 giugno. L’istituto assicura, tra le altre cose, di indirizzare al clima il 35% dei finanziamenti erogati nel quinquennio 2021-2025. Di aiutare i Paesi a raggiungere i loro target di riduzione delle emissioni (le Nationally determined contributions). E di catalizzare investimenti privati per il clima. Tra il 2023 e il 2025, si legge nella nota, tutti i flussi finanziari del gruppo saranno in linea con gli obiettivi di Parigi.

Leggendo queste pagine, però, manca qualcosa di cruciale: la promessa chiara, precisa e concreta di smettere di finanziare i combustibili fossili. Lo fa notare l’organizzazione ambientalista Friends of the Earth, con una puntuale analisi. Innanzitutto, la banca si impegna formalmente a supportare gli Stati che intendono abbandonare il carbone. Solo il carbone, però: petrolio e gas naturale non sono menzionati.

La pericolosa distinzione delle Banca mondiale tra fossili e fossili

Preoccupa soprattutto il gas naturale, già abbondantemente foraggiato fino a oggi e qui esplicitamente descritto come una soluzione-ponte per l’addio al carbone. Tutto questo nonostante il metano abbia un potere climalterante decine di volte superiore rispetto a quello della CO2. Quindi, a conti fatti, il suo impatto sul global warming è acclarato. Prima di dire «sì» a un investimento nel gas, la Banca mondiale intende valutare di caso in caso la coerenza con l’Accordo di Parigi.

Insomma, c’è un ampio margine di interpretazione che non piace agli ambientalisti, soprattutto alla luce della lezione del passato. Il citato studio di Urgewald dimostra infatti che, su tutti i fondi destinati al gas dal 2015 in poi, il 75 per cento non aveva niente a che fare con l’accesso all’energia per i più vulnerabili.

«L’approccio selettivo adottato dal gruppo della Banca mondiale verso l’abbandono dei combustibili fossili è efficace come buttare acqua e benzina su una casa che va a fuoco. Con date così lontane per allinearsi all’Accordo di Parigi, questo piano fallisce sia sul fronte della scienza sia su quello della giustizia», tuona Luisa Galvao, attivista di Friends of the Earth Usa. Oltretutto, sottolinea la militante, sostenere le fonti fossili contravviene alla stessa missione della banca. Perché espone la popolazione a tutti i danni ambientali e sanitari che ne conseguono.