Ambiente

Il mondo ostaggio dei grandi inquinatori: la Cop 25 è fallita

La conferenza sul clima di Madrid si chiude senza accordi: rinvii, pochissimi passi avanti e un'enorme distanza tra governi, società civile e scienza

Di Andrea Barolini, inviato a Madrid
Il primo e l'ultimo giorno di negoziati della più lunga e difficile Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite degli ultimi anni © Claudia Vago

Madrid, domenica 15 dicembre. Nella Fiera della capitale spagnola che ospita la Cop 25 si respira stanchezza, in un’atmosfera surreale. La più lunga, e forse anche la più difficile, delle Conferenze delle Parti organizzate dall’UNFCCCSi tratta della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.Approfondisci, si è appena conclusa. Con pochissimi passi avanti, tante incertezze e un mondo diviso sull’azione che occorre avviare per rispondere alla crisi climatica in atto.

Rimandata l’approvazione delle regole sui carbon markets

Nei corridoi ormai quasi vuoti della Fiera di Madrid si parla apertamente di fallimento. Uno dei più cocenti della storia delle COPLe Conferences of Parties (Conferenze delle Parti) sono dei summit annuali organizzati dall’UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici.Approfondisci, dal momento che a questa conferenza si era arrivati con un moderato ottimismo, tenuto conto dei documenti preliminari approvati nel corso della pre-Cop nella Costa Rica. Alle prime ore del mattino di domenica, è arrivata invece la notizia dell’accantonamento del nodo dell’articolo 6. Quello che avrebbe dovuto indicare le regole che governeranno il nuovo meccanismo per lo scambio delle quote di emissioni di CO2. Tutto rimandato alla prossima sessione, a giugno, a Bonn.

«Si è deciso per un rinvio nei fatti – ha commentato il vice presidente di Kyoto club, Francesco Ferrante -. Il dato politico che emerge è che l’Europa, per quanto portatrice del documento più avanzato, il Green New Deal, da sola non basta. Quando ci fu l’unico vero balzo in avanti, a Parigi, fu merito delle amministrazioni di allora di Stati Uniti e Cina. L’Ue deve continuare a mantenere accesa la speranza, ma la verità è che senza i big non si va da nessuna parte».

Dello stesso avviso Catherine Abreu, della rete di Ong Climate Action Network, secondo la quale «non viene data una direzione chiara alle parti sugli obiettivi che occorre centrare il prossimo anno. Lo spirito con il quale si approvò l’Accordo di Parigi oggi sembra un ricordo lontano».

«I governi alla Cop 25 si sono incaponiti su dei tecnicismi»

«Il mondo sta gridando per chiedere un’azione concreta ma questo summit ha risposto con un sussurro. Le nazioni più povere stanno lottando per sopravvivere mentre molti governi hanno deciso di fare soltanto pochissimi passi rispetto ai blocchi di partenza. Anziché impegnarsi a tagliare sostanzialmente le emissioni di gas climalteranti, si sono incaponiti sui tecnicismi», ha commentato l’associazione umanitaria Oxfam.

A ciò si aggiungono i blocchi dei soliti noti. Brasile, Australia, Giappone, che negli ultimi giorni hanno posto numerosi ostacoli ai negoziati. Così, alcuni testi di compromesso sono stati oggetto di veti incrociati, da un lato da parte di chi non ha accettato i pochi avanzamenti inseriti. Dall’altro da quelle delegazioni che si sono opposte a passi indietro troppo importanti. «Non possiamo dire al mondo che abbassiamo le nostre ambizioni», aveva dichiarato il vice-presidente della Commissione europea Frans Timmermans nel corso delle ultime ore dei negoziati.

Nella mattinata di domenica, il ministero della Transizione ecologica di Madrid ha annunciato tuttavia l’adozione dell’accordo “Chile-Madrid Time for Action”, spiegando che esso «pone le basi per la presentazione di nuovi Nationally Determined Contributions (NDC) più ambiziosi entro il 2020, al fine di rispondere alla crisi climatica». Si tratta delle promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra da parte di ciascun governo.

Distribuzione delle emissioni climalteranti 2017
Chi sono i principali responsabili delle emissioni climalteranti? Dati 2017. FONTE: Visual Capitalist.

«Lo spirito dell’Accordo di Parigi oggi sembra un ricordo lontano»

«Tutto ciò riflette la distanza esistente tra i Paesi leader, da una parte, e gli allarmi della scienza, assieme alle richieste dei cittadini, dall’altro. Lo spirito con il quale si approvò l’Accordo di Parigi oggi sembra un ricordo lontano», ha aggiunto Helen Mountford, vice-presidente del World Resources Institute.

Nel pomeriggio di giovedì 12, nel pieno di una seduta plenaria, sui negoziati era già piombato un macigno. Cina, India, Brasile e Sudafrica avevano fatto sapere di aver «già proposto il massimo possibile in termini di ambizione climatica». Il che, tradotto, significa che i governi di tali quattro nazioni non sono pronti a proporre nuovi Ndc. Un disastro dal punto di vista dei negoziati, tenendo conto del fatto che Cina e India, assieme, sono responsabili di più di un terzo delle emissioni mondiali di CO2. Senza di loro – e con l’amministrazione degli Stati Uniti da tempo in fase di disimpegno – sarà estremamente difficile centrare gli obiettivi climatici.

L’impegno di 80 nazioni sulle emissioni di gas ad effetto serra

Sempre sul fronte degli Ndc un’altra notizia giunta alla Cop 25 di Madrid è il fatto che circa 80 nazioni si sono impegnate a consegnare nuove promesse di riduzione dei gas climalteranti, o hanno per lo meno già avviato le discussioni interne sul tema. Tuttavia, come previsto, nei due gruppi non sono presenti né Cina né Stati Uniti. E neppure l’Italia, ma va detto che il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha assicurato a Valori.it che «il nostro Paese ci sarà, non c’è alcun dubbio su questo».

cop25 negoziati
I negoziati alla Cop 25 di Madrid © UNclimatechange/Flickr

Una buona notizia, forse l’unica della Cop 25, è arrivata infine dell’inaspettata approvazione del Piano per l’azione di genere (Gender action plan, Gap). Programma volontario dedicato alla promozione dei diritti delle donne e della loro rappresentazione e partecipazione nelle politiche climatiche.

«Dopo due anni di intenso lavoro negoziale – spiega Chiara Soletti, membro dell’Italian Climate Network – si è giunti finalmente alla fine. Durante la Cop 25 abbiamo però vissuto momenti di grande preoccupazione per la rimozione improvvisa dei riferimenti ai diritti umani nel testo, nonostante fossero presenti nella bozza approvata alla Cop 24 di Katowice. Si è temuto che si potesse arrivare ad un accordo con poche implicazioni pratiche, se non addirittura allo stralcio dell’intero programma».

L’unico successo della Cop 25: approvato il Gender Action Plan

Alla fine, invece, il Gap è stato approvato. Ed è stata aggiunta anche la possibilità di accedere direttamente al Green climate fund per poter ottenere i fondi necessari alle iniziative correlate. Nonostante ciò, il vuoto lasciato dalla Cop 25 resta enorme. E lo si potrà colmare soltanto attraverso uno slancio da parte della politica. Le elezioni che si terranno negli Stati Uniti a novembre saranno, in questo senso, cruciali per il mondo intero. Se il presidente Donald Trump dovesse essere riconfermato, l’Accordo di Parigi potrebbe rimanere lettera morta.

Altro tema sul quale si è discusso a lungo è quello legato ai diritti umani. Associazioni e organizzazioni non governative presenti alla Cop 25 hanno chiesto a gran voce di integrarne il rispetto in numerosi aspetti trattati dall’Accordo di Parigi. «Nello specifico – spiega Chiara Soletti – nell’ultima bozza di testo dedicato alla definizione del cosiddetti Carbon markets, l’unica menzione ai diritti umani è presente in un rimando al preambolo non vincolante dell’accordo di Parigi, rendendo quindi tale rimando non vincolante a sua volta».

Il nodo del Meccanismo di Varsavia

Altro punto dolente riguarda il Meccanismo di Varsavia sui cosiddetti “Danni e perdite” (Loss and damage). Ovvero i trasferimenti di denaro che il Nord del mondo dovrà garantire ai paesi più poveri – e vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici – per consentire loro di adattarsi agli stessi.

Su questo punto il governo spagnolo ha reso nota l’introduzione del “Santiago network”, sistema che dovrebbe consentire ad organizzazioni internazionali e ad esperti di fornire assistenza tecnica alle nazioni più in difficoltà. Si tratta di una delle richieste giunte direttamente dal gruppo dei piccoli stati insulari. Resta tuttavia aperto il nodo dei finanziamenti, che ha rappresentato il cuore delle discussioni in materia di Loss and damage. Senza sufficienti fondi, infatti, per le nazioni povere sarà impossibile fronteggiare la crisi climatica.

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