Il gas flaring non si ferma: bruciati 151 miliardi di metri cubi di gas nel 2024

Nonostante le promesse di azzerare il gas flaring, secondo la Banca mondiale la quantità di gas bruciata lo scorso anno è la più alta dal 2007

Il gas flaring è la combustione del gas che fuoriesce dagli impianti di produzione petrolifera © 36clicks/iStockPhoto

Nel corso del 2024, 389 milioni di tonnellate di CO2 equivalente – all’incirca quelle generate da un’economia come la Francia – sono finite in atmosfera inutilmente. Non sono state generate facendo muovere automobili o aerei, tenendo luci e riscaldamenti accesi nelle case o alimentando industrie, ma bruciando gas in torcia. Il fenomeno è noto come gas flaring e, nonostante le promesse di azzerarlo, continua a crescere. Lo testimoniano i dati del Global Gas Flaring Tracker pubblicato dalla Banca mondiale.

Cos’è il gas flaring e perché è un problema globale

Il gas flaring è un qualcosa che esiste fin da quando, 160 anni fa, le prime aziende hanno iniziato a estrarre e trasformare gli idrocarburi. Durante l’estrazione del petrolio, infatti, si libera spontaneamente una certa quantità di gas. Si parla di gas flaring quando viene bruciato e di gas venting quando viene rilasciato direttamente in atmosfera (di norma capita col metano). Così facendo, si abbassa rapidamente la pressione dell’impianto evitando esplosioni o incendi.

Esistono alcune tecniche per recuperare questo gas in torcia e reimmetterlo nel ciclo produttivo (in gergo Flare Gas Recovery Units), oppure per sfruttarlo in loco per la produzione di elettricità (in tal caso si parla di sistemi gas to wire). Ma per adottarle servono infrastrutture ad hoc e si va incontro a complicazioni di tipo legale a burocratico. Se i prezzi del gas sono bassi, l’impianto è in una località remota o le quantità sono scarse, l’investimento non conviene dal punto di vista economico.

Gas flaring: toccato il record nel 2024

Nel 2024 151 miliardi di metri cubi di gas sono stati bruciati. 3 miliardi di metri cubi in più rispetto al 2023, 8 in più rispetto al 2012. Era dal 2007 che il gas flaring non si attestava su volumi così alti. Il dato va anche interpretato in rapporto alla quantità di barili di petrolio prodotti: anche questo indicatore, chiamato flaring intensity, è rimasto sostanzialmente inalterato negli ultimi quindici anni. Dimostrando come le pratiche dell’industria petrolifera non si sono evolute o, almeno, non a sufficienza.

Il gas flaring è innanzitutto uno spreco. In un momento in cui le tensioni geopolitiche internazionali mettono a rischio la sicurezza energetica, si brucia un quantitativo di gas paragonabile ai consumi dell’intero continente africano (che è di 162 miliardi di metri cubi). Basandosi sui prezzi statunitensi, questo gas avrebbe un valore monetario di 19 miliardi di dollari; basandosi su quelli europei, arriverebbe a 63 miliardi. Per non parlare poi dell’impatto in termini di inquinamento atmosferico ed emissioni di gas serra.

Nove Stati responsabili per tre quarti del gas flaring mondiale

Il rapporto sottolinea che la geografia del gas flaring non è omogenea. Perché il 76% del gas bruciato nel 2024 arriva da soli nove Paesi: Russia, Iran, Iraq, Stati Uniti, Venezuela, Algeria, Libia, Messico e Nigeria. Stati che producono meno della metà del petrolio, ma sono responsabili di oltre i tre quarti del gas flaring. Una percentuale che aumenta rispetto al 2012, quando si fermava al 65%. Il poco prestigioso podio spetta a Russia, Iran e Iraq che, messi insieme, nel 2024 hanno dato alle fiamme oltre 22 miliardi di metri cubi di gas, vale a dire il 46% del totale. Quasi la metà, contro il 33% del 2012 (un terzo).

In Russia, in particolare, nel corso dell’ultimo anno la produzione petrolifera è calata del 3,7% ma il gas flaring in compenso è aumentato, soprattutto nella Siberia orientale. In Iran i due dati vanno di pari passo: +12% per la produzione petrolifera, +12% per il gas flaring. Senza che si intravedano all’orizzonte i necessari investimenti nelle tecnologie per recuperare e riutilizzare il gas, come dimostra la flaring intensity di 15 metri cubi al barile, il triplo della media globale. La produzione, l’estrazione e le infrastrutture sono pressoché monopolizzate dall’azienda statale National Iranian Oil Company (Nioc).

A dominare l’industria fossile in Nigeria per decenni invece è stata la compagnia petrolifera anglo-olandese Shell. Una presenza che ha avuto parecchi strascichi legali e che si è interrotta lo scorso anno, con la cessione delle attività sulla terraferma (onshore) a un consorzio di imprese locali e internazionali. Oggi il fenomeno del gas flaring riguarda soprattutto le strutture della Nigerian National Petroleum Corporation, di proprietà statale, e di altri soggetti più piccoli. E aumenta molto più rapidamente rispetto alla produzione petrolifera: più 8% contro 3%.

Gli impegni traditi: lo stop al gas flaring resta una promessa

Ma esistono anche grandi produttori di idrocarburi che sono riusciti a ridurre il gas flaring: è il caso Angola, Egitto, Indonesia e Kazakistan. D’altra parte, che questa pratica nociva debba finire è acclarato. La pubblicazione del report si inserisce proprio nel quadro di una partnership globale, voluta dalla stessa Banca mondiale, che prende il nome di Global Flaring and Methane Reduction Partnership (Gfmr) e invita governi e aziende ad azzerare il gas flaring di routine entro il 2030. Anche l’Agenzia internazionale dell’energia chiede che, dal 2030 in poi, questa pratica sia limitata ai casi di emergenza.

Lo studio sostiene che i Paesi che hanno risposto positivamente all’appello abbiano performance incoraggianti. La loro flaring intensity è scesa del 12% dal 2012, mentre quella degli Stati che non hanno assunto impegni formali è salita del 25% nello stesso periodo. Ma, se a cinque anni dal traguardo il gas flaring esiste ancora (e anzi aumenta), significa che non è abbastanza. «Questo dimostra chiaramente ciò che si sa da tempo: il flaring persiste soprattutto per mancanza di volontà politica, impegno e priorità», commenta nell’introduzione del report Zubin Bamji, responsabile della Gfmr per conto della Banca mondiale.

1 Commento

  • C

    Carlo Maria May

    E' una faccenda molto importante per le COP. Come detto è pressoché uguale al consumo di gas di tutto il continente africano. Interessante la differenza tra i 19 e i 63 miliardi di dollari tra il costo del gas in USA e in Europa. I metri cubi (mc.) possono anche essere espressi come 151 Kmc.

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