Dal Permiano alla Louisiana: dove nasce il gas naturale liquefatto statunitense

Un viaggio nella filiera del gas naturale liquefatto statunitense, tra manovre geopolitiche e territori sacrificati

Luca Manes
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Luca Manes
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Dalle aride spianate battute da un vento incessante del Bacino Permiano, ai verdi tratti di costa ricchi di biodiversità del segmento di costa del Golfo del Messico tra Texas e Louisiana, la filiera del gas naturale liquefatto (gnl) statunitense lascia dietro di sé un immenso strascico di impatti socio-ambientali.

Tutto parte dal nord del Texas, dove attorno alla città di Midland si espande in maniera tentacolare l’industria dell’oil&gas in tutte le sue forme. I pozzi sono ovunque, addirittura a ridosso dei quartieri residenziali della città. Ma per centinaia di chilometri, in quella che una volta era una terra fertile e produttiva, si scorgono anche strade industriali, stazioni di compressione, piccole centrali a gas e camion cisterna.

Ancora non si conoscono i dati ufficiali relativi allo scorso anno, ma nel 2024 nel Bacino Permiano si producevano 6 milioni di barili di petrolio al giorno. Più che in ogni altra parte del mondo. Sì, perché l’ormai tristemente famoso «drill, baby, drill» trumpiano di fatto è riferito soprattutto all’oro nero, da continuare a sfruttare fino all’ultima goccia. Il gas è un utile corollario, perché è in buona parte associato proprio all’estrazione del petrolio.

Il surplus di gas naturale liquefatto statunitense finisce in Europa

Insomma, l’export di gas non nasce per rispondere a un bisogno energetico europeo, ma per risolvere un problema industriale statunitense. Quello appunto dell’eccesso di gas prodotto insieme al petrolio. Una risorsa fossile in surplus che poi diventa un’arma geopolitica che l’amministrazione Trump sfrutta per fare pressione sull’(ex) alleato europeo. Il quale così sostituisce una dipendenza – quella dal gas russo – con un’altra: il gas a stelle e strisce.

E così nel secondo trimestre del 2025, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di gas naturale liquefatto all’Unione. Negli scambi tra importazioni di gas totali, la quota di quello statunitense era pari al 27% in quel periodo. Con gli Stati Uniti che rappresentavano circa il 58% del totale delle importazioni di gnl dell’Unione europea. Questa cifra riflette una dinamica in rapida evoluzione. Rispetto al 2019, quando gli Stati Uniti contavano solo una piccolissima parte delle importazioni europee, il ruolo statunitense nel mercato del gas europeo si è moltiplicato. Se le traiettorie attuali non cambiassero, l’Europa potrebbe dipendere dagli Stati Uniti per fino al 75-80% delle sue importazioni di gnl entro il 2030. Lo riferisce una recente analisi dell’organizzazione indipendente Ieefa (Institute for Energy Economics and Financial Analysis).

Il Waha Hub e il paradosso del gas venduto a prezzo negativo

Nel Permiano il mercato di riferimento è il Waha Hub, il punto di scambio del gas del Texas occidentale. Un intrico di tubi e depositi dove la forza lavoro è in buona parte latino-americana e l’Ice, a quello che ci racconta l’attivista Sharon Wilson di Oilfield Witness, non si fa mai vedere. Per il settore dell’oil&gas non è tutto rose e fiori. Nel 2024 il prezzo del gas al Waha è sceso sottozero per una quota significativa dell’anno, perché la produzione superava la capacità delle pipeline di portare il gas fuori dal bacino. In diversi momenti, i produttori hanno dovuto pagare per liberarsi del gas, pur di continuare a estrarre petrolio.

Dai pozzi del Bacino Permiano il gas arriva circa mille chilometri più a sud, nei terminal in Texas e Louisiana dove poi viene trasformato in forma liquida per essere poi caricato su immense navi che dal Golfo del Messico – rinominato dal presidente Trump “Golfo d’America” – giungono in Europa o in Asia. Negli Stati Uniti esistono otto terminal di esportazione di gnl operativi, quasi tutti concentrati lungo la Costa del Golfo tra Texas e Louisiana. Altri sette sono già approvati.

Cameron Parish, costa sudoccidentale della Louisiana, è uno dei luoghi in cui l’espansione del gas naturale liquefatto raggiunge la sua massima concentrazione. Sia in termini industriali che di impatti, perché invade un territorio composto da terre umide, canali e comunità costiere già esposte a erosione, uragani e decenni di precedenti estrazioni.

La controversa ascesa di Venture Global, fornitore di gas naturale liquefatto di Eni

Qui opera una delle società più “giovani” del settore, Venture Global. La stessa con cui Eni, nel luglio 2025, ha siglato un contratto per l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di gas l’anno per i prossimi vent’anni. Facendo così contenti sia Donald Trump che la sua amica Giorgia Meloni. La crescita di Venture Global è strettamente “connessa” all’amministrazione Trump, tanto che è spesso citata come una delle compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati e di una cornice regolatoria indulgente.

Questa dimensione politica è diventata rilevante in una recente inchiesta del Guardian che ha sollevato interrogativi pesanti sui rapporti tra i vertici dell’azienda, la politica e i mercati finanziari. Secondo l’inchiesta, i co-fondatori di Venture Global, Michael Sabel e Robert Pender, hanno acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del gnl, incluso il progetto Calcasieu Pass 2. Sulla questione i democratici hanno anche promosso un’indagine presso il Senato.

Calcasier Pass Lng, il simbolo dell’espansione del gas naturale liquefatto statunitense

Il primo progetto simbolo di questa strategia è Calcasieu Pass Lng (CP), situato proprio a Cameron Parish. Calcasieu Pass ha una capacità di circa 10 milioni di tonnellate l’anno (Mtpa) di gnl ed è entrato in funzione in tempi record. Ma proprio questa rapidità è all’origine delle controversie contrattuali che hanno reso Calcasieu Pass uno dei casi più discussi dell’industria del gas naturale liquefatto a livello globale.

Nel mercato del gas liquefatto, i contratti di lungo periodo prevedono normalmente che il fornitore inizi a consegnare il gas solo dopo la dichiarazione di commercial operations, cioè quando l’impianto è considerato tecnicamente stabile e pienamente operativo. Prima di quel momento, il gas prodotto durante la fase di avviamento viene spesso classificato come commissioning cargo. I carichi sono teoricamente destinati a testare l’impianto e non rientrano ancora negli obblighi contrattuali verso i clienti di lungo termine.

Nel caso di Calcasieu Pass, questa fase di commissioning si è protratta molto più a lungo del previsto a causa di problemi tecnici, fermate non programmate e difficoltà nel raggiungere un funzionamento stabile. Venture Global ha così ritardato per anni la dichiarazione ufficiale di piena operatività commerciale dell’impianto. Nel frattempo, però, il terminal ha continuato a produrre gas naturale liquefatto. E, invece di iniziare a fornirlo ai clienti che avevano firmato contratti di lungo periodo (molti dei quali europei, tra cui l’italiana Edison) Venture Global ha venduto una parte significativa di questo gnl come commissioning cargo sul mercato spot, cioè al prezzo del momento. Nei picchi di crisi energetica post-2022, quei prezzi erano eccezionalmente elevati, soprattutto in Europa e in Asia. Da qui sono nati arbitrati internazionali intentati da diversi acquirenti contro Venture Global.

Il mega terminal di Calcasieu Pass 2 rischia di distruggere la pesca locale

Accanto a Calcasieu Pass, che “ammiriamo” da una barca di pescatori che ci accompagnano nella nostra esplorazione, appaiono davanti ai nostri occhi decine di gru e macchinari utilizzati per la realizzazione di Calcasieu Pass 2 (CP2), progettato per aggiungere circa 28 Mtpa, raddoppiando di fatto la presenza dell’azienda in Cameron Parish. Una volta realizzato, CP2 diventerà uno dei più grandi terminal di gas naturale liquefatto al mondo. Anche in questo caso tra gli oltre 7mila addetti alla costruzione dell’opera sono numerosi i migranti, ma pure qui non c’è traccia dell’Ice.

CP2 è stato al centro di forti contestazioni ambientali, legali e politiche. Il progetto è stato temporaneamente coinvolto nella moratoria federale sulle nuove autorizzazioni per i terminal di gnl annunciata dall’amministrazione Biden, proprio per valutare gli impatti climatici e di mercato dell’espansione incontrollata del settore. Poi è arrivato Trump e sono iniziati i lavori in quello che rimane un territorio molto fragile. Cameron Parish ha storicamente basato la sua economia su pesca, acquacoltura e allevamento di crostacei. La nostra guida, il pescatore Sky Leger, ci racconta che lui è ormai uno degli ultimi attivi sul territorio e che all’inizio di lavori massicci scarichi di fango hanno distrutto migliaia di ostriche, eccellenza di questa regione.

Continuare a estrarre gas mentre la crisi climatica avanza

Se per i pescatori il danno è soprattutto economico, per i residenti l’espansione dei terminal significa convivere con impianti ad alto rischio, dove gli incidenti sono all’ordine del giorno. L’ultimo si è verificato solo un paio di giorni prima del nostro arrivo, un’esplosione con un ferito grave vicino a Holly Beach. Una spiaggia con alle spalle una manciata di case su palafitte, struttura singolare usata per far fronte agli allagamenti. Perché qui, dopo decenni di tregua, a causa della crisi climatica sono tornati gli uragani. Rita e Ike nel 2008 e Laura e Delta nel 2020, ci ricordano dei posti cartelli su un albero. Continuare a sfruttare il gas perpetua un circolo vizioso fatto di estrazioni e disastri climatici. E arricchisce gli azionisti di Venture Global ed Eni. 

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