Giappone, Europa. Le banche centrali protagoniste ma disilluse

La BCE è pronta a una nuova fase espansiva. Una strategia consolidata ma non esente da critiche. Come dimostra il caso del Giappone

Di Matteo Cavallito
Il "grande sonno" dell'economia nipponica. Foto: Jorge Gonzalez Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

Dallo scoppio della crisi ad oggi le banche centrali sono diventate protagoniste pressoché assolute della politica economica globale. Un segno della scelta strategica di segno monetarista, passata direttamente dal pronto soccorso al dogmatismo politico.

L’apertura a una nuova accelerazione espansiva annunciata da Mario Draghi alla fine di luglio è apparsa ai più come una logica conseguenza della problematica congiuntura europea (e mondiale, leggi conflitto commerciale USA-Cina): Italia in stagnazione e Germania al rallentatore. Come dire, l’asse manifatturiero continentale in crisi d’identità. Quale miglior medicina, dunque, di una politica accomodante da parte della BCE?

La conferenza stampa di Mario Draghi il 25 luglio 2019Anomalia monetaria? Chiedere al Giappone

Esulta l’Italia, allettata dalla prospettiva di nuovi acquisti dei titoli da parte dell’Eurotower, ed esultano, in generali, i sostenitori della linea dura dei tassi negativi. Ma siamo sicuri che la politica accomodante della BCE rappresenti a conti fatti un’indiscutibile buona notizia? Possibile che l’anomalia monetaria divenuta ormai regola non possa produrre pericolosi effetti collaterali? La risposta, ha suggerito qualcuno, potrebbe arrivare ancora una volta dal solito imperturbabile Giappone.

Il quartiere finanziario di Shinjuku, Tokyo. Dopo i minimi estivi anche i rendimenti sul decennale nipponico sono rientrati in territorio positivo (Morio, Wikimedia Commons)

«I soldi potranno pure far girare il mondo, ma il denaro da solo non crea crescita economica sostenibile e prosperità» ha scritto di recente il quotidiano Japan Times, invitando la banca centrale nipponica a cambiare rotta. Nel 1999 i regolatori di Tokyo spingevano i tassi a quota zero, una mossa non convenzionale pensata per porre fine al famigerato decennio perduto. Nessuno nella storia delle banche centrali del Pianeta aveva mai osato tanto. Ma la crisi in corso nel Paese, nella sua anomalia, sembrava davvero richiedere misure straordinarie.

Dalla bolla all’Abenomics

Si dice che ai tempi del boom finanziario i terreni del Palazzo imperiale di Tokyo valessero da soli quanto l’intero territorio della California. Forse è solo una leggenda, ma il successo di questa storia – ripetuta con grande compiacimento dai testimoni dell’âge d’or del Nikkei – spiega bene il livello di esuberanza raggiunto dall’allora seconda economia del mondo durante i favolosi anni ’80. Immobili in orbita, azioni in orbita, entusiasmo alle stelle. Una grande bolla insomma, destinata come tutte a scoppiare di colpo.

L’andamento trimestrale del tasso di crescita del Pil in Giappone. Fonte: Tradingeconomics.com

A partire dal 1990 il Giappone si risveglia dal sogno. Da lì in poi è storia nota: stagnazione, calo dei prezzi (la deflazione) e tanto, tantissimo debito. Come dire una trappola permanente capace di bloccare ogni possibile spinta alla crescita. A cercare una via d’uscita senza precedenti è stato il premier Shinzo Abe che, nel 2013, ha lanciato una maxi iniezione di liquidità da 270 trilioni di yen (2.700 miliardi di dollari dell’epoca, ovvero il 60% del Pil nipponico).

La strategia, nota come Abenomics, puntava a stimolare la borsa e a generare una spirale inflazionistica capace di incentivare i consumi e con essi la crescita.

Ma i risultati positivi ottenuti inizialmente hanno avuto vita breve. Nel 2014 il Giappone ha centrato l’obiettivo registrando un tasso di inflazione annuale prossimo al 2,4%. Ma negli anni successivi a risalita dei prezzi è stata quasi nulla. Quest’anno, stima il FMI, la crescita dell’economia nipponica non dovrebbe raggiungere quota 1%. «Nessun Paese – scrive ancora il Times – esemplifica l’impotenza dell’azione monetaria meglio del Giappone».

Pioggia di yen. Foto: Japanexperterna.se Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

Mezzo debito in mano alla BoJ

Il diluvio di liquidità, tecnicamente, avviene attraverso l’acquisto di titoli di Stato su mercato da parte della banca centrale. All’alba della crisi globale la Bank of Japan (BoJ) deteneva appena l’8% dei bond governativi in circolazione.

Oggi la Banca centrale giapponese possiede ormai metà dei titoli sovrani nipponici: quasi mezzo quadrilione di yen, più o meno 4.300 miliardi di dollari.

Titoli di Stato posseduti dalla Banca del Giappone

La maxi ondata di acquisti aveva fatto sorgere l’ipotesi di una possibile cancellazione artificiale di una parte dell’enorme debito giapponese. L’idea, in termini tecnici, consisterebbe in quel caso nello scambio delle obbligazioni in mano alla banca centrale con titoli di nuova emissione, senza scadenza né rendimenti e non cedibili a terzi. Suggerito, si dice, addirittura dal già governatore della Fed Ben Bernanke, lo scenario ha acceso più di una fantasia anche in Europa. L’ex capo della Financial Service Authority britannica, Adair Turner, in particolare, aveva proposto una soluzione simile anche per i Paesi più indebitati della UE. Il numero uno della banca centrale nipponica Haruhiko Kuroda, non diversamente da quanto fatto in passato, ha smentito ancora una volta l’ipotesi.

Distorsioni e disincanto

Il vero problema però sta negli effetti nascosti di questa strategia. Tra questi, nota in conclusione il Japan Times, c’è l’implicita distorsione del mercato obbligazionario i cui prezzi sono drogati dalla domanda artificiale della BoJ. In questo contesto poi le imprese possono continuare a ottenere credito a basso costo dalle banche (un costo del denaro nullo si traduce in finanziamenti low cost da parte degli istituti privati), un fenomeno salvifico, in molti casi, che rischia però di tenere in vita anche aziende tecnicamente moribonde, scarsamente innovative e dipendenti in tutto e per tutto da condizioni monetarie anomale.

Due effetti collaterali ben noti anche in Europa e non solo, tra gli allarmi della Banca dei Regolamenti Internazionali sulla proliferazione di imprese zombie e un mercato obbligazionario sovrano dove i rendimenti nominali negativi sui titoli di lungo periodo sono sempre più la norma.

La sede della BCE a Francoforte. Foto: CC0 Creative Commons, Pixabay, Libera per usi commerciali Attribuzione non richiesta

Difficile che le argomentazioni, note da moltissimo tempo, siano sfuggite a Mario Draghi o al futuro governatore Christine Lagarde. Ma la sensazione è che nonostante tutto la BCE – anche a fronte di probabili pressioni politiche – sia costretta a seguire la solita consolidata strategia. Il tutto, presumibilmente, in quello stesso clima di scarso entusiasmo ben rappresentato vent’anni fa dalle parole profetiche dell’allora governatore della BoJ Masaru Hayami. Che spinse i tassi a zero esprimendo da parte sua un proverbiale disincanto. «Faremo tutto il possibile – disse nell’occasione – ma fidatevi, non funzionerà»

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