Guerra e zolfo: il prezzo raddoppia e mette a rischio fertilizzanti, chip e batterie
Dal Golfo Persico all'Africa e a Taiwan: la guerra blocca le rotte dello zolfo e mette in crisi agricoltura e industria tech
Sul mercato cinese delle commodities, acquistare una tonnellata di zolfo oggi costa quasi 5mila yuan, circa 600 euro. Un anno fa la stessa quantità costava circa la metà. L’Asia è oggi la destinazione delle principali importazioni di tale materia prima. Un elemento chimico utilizzato sia in agricoltura che nella produzione elettronica, settori dove Cina e India aggregano una domanda soddisfatta solo in parte dalle risorse nazionali.
Zolfo e petrolio: perché il 90 per cento della produzione mondiale viene dal Golfo Persico
Il 90 per cento della produzione mondiale di zolfo però non deriva dall’estrazione mineraria ma è un sottoprodotto della raffinazione del petrolio e del gas naturale. Le rotte del commercio dello zolfo e dei combustibili sono dunque strettamente correlate: tra i principali Paesi produttori figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Iran e Kuwait. Dal Golfo Persico arrivano il 44 per cento della produzione mondiale e la metà delle importazioni cinesi.
Sulla carta, il governo iraniano ha garantito alle navi di Pechino il passaggio sicuro nello stretto di Hormuz ma le tensioni militari hanno fermato il traffico in tutte le direzioni. Appare molto meno vulnerabile l’economia statunitense, la cui produzione nazionale di zolfo basta a coprire la domanda interna, magari con l’aiuto di forniture petrolifere dal Venezuela e di piccole quote di importazione da Canada e Messico. Per il resto del mondo, e in particolare per l’Oriente e il Sud del Pianeta, le conseguenze dello stop alla navigazione dal Golfo Persico dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio 2026 vanno ben oltre gli idrocarburi. Le tensioni sul prezzo nei Paesi asiatici lo dimostrano.
Fertilizzanti, fungicidi, acido solforico: perché l’Africa rischia una crisi alimentare
Lo zolfo trova applicazione in un numero ampissimo di settori produttivi. L’agricoltura è uno di quelli più colpiti. L’elemento, infatti, è uno degli ingredienti fondamentali dei fertilizzanti ma anche di prodotti fungicidi e insetticidi e il 55 per cento della produzione mondiale di acido solforico – il cui valore complessivo ammonta a circa 14 miliardi di euro – è destinato a questa applicazione. In questo periodo gli agricoltori cinesi e indiani si apprestano alla semina di primavera. Pochi giorni fa la Commissione nazionale di Pechino per lo sviluppo e le riforme ha deciso di ricorrere alle riserve strategiche di zolfo per alimentare l’industria locale dei fertilizzanti, nella speranza di limitare l’impennata dei prezzi.
Più che i contadini cinesi e indiani, i cui governi hanno risorse sufficienti per superare uno shortage temporaneo, a patto che non si prolunghi eccessivamente, a essere più colpiti sono i Paesi a basso reddito, in particolar modo quelli africani. Il contemporaneo stop al flusso dell’energia e delle materie prime ad uso agricolo – oltre lo zolfo, anche azotati e fosfati – crea una poli-crisi i cui effetti sono stati già evidenti ai tempi dell’invasione ucraina e del conseguente blocco di gas e petrolio russo.
Secondo i calcoli dello storico dell’economia britannico Adam Tooze, allora i Paesi più colpiti dall’indisponibilità di fertilizzanti furono Costa D’Avorio, Ghana e Kenya, dove i cali nei consumi furono compresi tra l’11 e il 27 per cento. Oggi sono di nuovo quelli più a rischio. «Per gran parte della storia era ovvio che i conflitti dovessero essere programmati in modo da non interferire con il ciclo agricolo», spiega Tooze sulla piattaforma Substack. «L’autunno, terminato il raccolto, era il momento ideale per le grandi battaglie. La guerra attuale è disastrosa dal punto di vista del ciclo agricolo moderno».
Acido solforico per rame, cobalto e nichel: la crisi dello zolfo colpisce anche i minerali critici
Lo zolfo però non è cruciale solo per gli agricoltori. L’acido solforico è uno dei reagenti più utilizzati dall’industria chimica – è indispensabile per detergenti e vernici – e metallurgica, dalla fase estrattiva a quella della manifattura. «È il composto che rende possibile l’estrazione del rame, la lavorazione dei metalli per batterie e la produzione dei semiconduttori», sintetizza su X l’analista Gianclaudio Torlizzi. «In altre parole: l’infrastruttura materiale che sostiene sia l’economia civile sia la potenza militare».
Per estrarre una tonnellata di rame occorrono tra le due e le quattro tonnellate di zolfo. In realtà, senza acido solforico non è impossibile estrarre solo il rame, ma anche il cobalto, il nichel e tutti gli altri metalli che entrano nella catena produttiva dei dispositivi elettrici ed elettronici. La rapida crescita di quest’ultima industria e della domanda di minerali critici trascina verso l’alto anche la quota di zolfo utilizzato a questo scopo. Anche in questo caso, i Paesi più esposti sono quelli ricchi di materie prime che dipendono dall’industria delle miniere come la Repubblica Democratica del Congo per il rame, il cobalto e il tantalio o l’Indonesia per il nichel.
Apple, Nvidia e Amd a rischio: la crisi dello zolfo minaccia chip e semiconduttori globali
Tuttavia, un’interruzione delle forniture di zolfo avrebbe un impatto anche sulle economie più sviluppate. Le batterie al piombo, tuttora le più utilizzate nel settore dei trasporti, contengono acido solforico. Lo stesso è impiegato nella produzione di chip. Grazie alle sue proprietà chimiche infatti il composto viene usato per rimuovere impurità e ossidi superficiali dai wafer di silicio, le sottili lastre di materiale semiconduttore che vengono incise per realizzare i microchip presenti in ogni dispositivo elettronico, ma anche pannelli solari e schermi televisivi. Secondo il sito specializzato Elettronica News, tra il 10 e il 15 per cento di tutta la produzione di acido solforico globale viene assorbita da questa applicazione.
Secondo gli analisti, il rischio di un nuova carenza mondiale di microchip è concreto, soprattutto se la chiusura delle rotte dovesse prolungarsi oltre il mese di aprile. A soffrirne sarebbe in primo luogo l’industria taiwanese, dove la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company produce la maggior parte dei circuiti integrati ad alta prestazione in circolazione a livello mondiale. Secondo un rapporto della banca Morgan Stanley, «la carenza di zolfo crea un effetto di secondo ordine» sull’isola. La crisi dello zolfo si aggiunge infatti a quella energetica: l’isola si rifornisce quasi esclusivamente di gas naturale liquido importato e i depositi tipicamente sono dimensionati per reggere il consumo di soli undici giorni, a cui vanno aggiunte le scorte su nave. Non trema però solo Taiwan. Un’eventuale crisi potrebbe allargarsi anche alle industrie che se ne approvvigionano come Apple, Nvidia e Amd e alle grandi big-tech affamate di semiconduttori per espandere i loro data center.




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