L’indagine sui “safari umani” di Sarajevo vista dal movimento pacifista

La procura di Milano indaga sui presunti “safari umani” nella Sarajevo assediata. Mao Valpiana, Movimento Non Violento, riflette su guerra, pace e memoria

Un soldato delle Nazioni Unite all'aeroporto di Sarajevo nel 1992 © Mikhail Evstafiev/Wikimedia Commons

Questo articolo è parte di una serie dedicata ad approfondire i temi di Unchained – storie di ordinario capitalismo selvaggio, il nostro podcast settimanale. Ascolta qui tutte le puntate!

La procura di Milano ha annunciato il 12 novembre di quest’anno l’apertura di un’indagine che, per ora, non ha indagati. Il presunto reato è omicidio, e i fatti risalirebbero a oltre trent’anni fa. Il procedimento è partito da un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, che a sua volta ha preso molte delle informazioni da un documentario del 2022 chiamato Sarajevo Safari. L’ipotesi è che durante l’assedio di Sarajevo, nei primi anni Novanta, un gruppo di persone abbia partecipato a delle battute di caccia all’uomo nella capitale bosniaca. Si tratterebbe di un numero ristretto di uomini, presumibilmente ricchi e con agganci politici che avrebbero pagato per avere l’opportunità di sparare sui civili mescolandosi ai militari serbi. Il tutto non per ragioni ideologiche, ma per divertimento.

Voci relative a questo fenomeno esistono fin dalla fine del secolo scorso, ma non sono mai arrivate conferme. Nell’esposto di Gavazzeni si riportano testimonianze che parlano di italiani coinvolti, e per questo la procura di Milano ha aperto un fascicolo. La notizia è stata ripresa dai media di tutto il mondo, e diversi osservatori hanno commentato la coincidenza di questa indagine in un momento storico in cui si è tornati a parlare di guerra in Europa.

Mao Valpiana è presidente del Movimento Non Violento ed uno storico pacifista. Con lui abbiamo parlato del caso del safari di Sarajevo, ma anche del riarmo europeo e dei parallelismi tra l’Europa degli anni Novanta e quella attuale.

Nell’ultimo episodio del nostro podcast settimanale Unchained abbiamo raccontato la vicenda dei presunti safari di Sarajevo. Da pacifista, che impressione le fa leggere questa notizia?

Che si indaghi è una notizia positiva, ma tardiva. Le voci su questi viaggi giravano da tempo. Io personalmente non ne sentii parlare all’epoca, pur seguendo la vicenda, ma l’ipotesi non è una novità. Possiamo reagire con incredulità, pensando al fatto che sia possibile fare qualcosa di simile. Ma serve una sana dose di realismo. Quando l’umanità si lancia nel baratro, può succedere di tutto. Il punto è che la guerra non ha regole – non c’è diritto internazionale che tenga. Non ci sono crimini di guerra, la guerra è un crimine in sé. La forza bruta e l’eliminazione del nemico prevalgono.

Ripartiamo allora da quella guerra, che anche senza l’episodio degli assassini turisti è stata ugualmente sanguinosissima.

In quegli anni ho avuto la fortuna di collaborare con Alexander Langer [uno dei più importanti pacifisti ed ecologisti italiani, morto nel 1995, ndr]. Io credo che quella stagione tragica iniziò nel 1989, con la caduta del muro di Berlino. Da molti venne celebrata come la fine dei conflitti e l’inizio di una stagione di pace. Ma proprio Langer invitava già allora alla prudenza. E infatti, nel giro di pochi anni ci furono la prima guerra del Golfo e la dissoluzione della Jugoslavia.

All’epoca un pezzo di movimento per la pace, meno preparato, si trovò spiazzato. Un’altro pezzo – che già parlava di disarmo e non violenza – era pronto a centrarsi sulla prevenzione dei futuri conflitti.

Quale fu il ruolo dei movimenti per la pace allora?

Per i pacifisti, fu un cambio strutturale. Fino agli anni Ottanta si trattava di un movimento d’opinione. Per l’uscita dalla Nato, la fine del Patto di Varsavia e del pericolo nucleare, ma comunque su un piano di presa di posizione, ideologico. Con le guerre dei Balcani inizia una fase di pacifismo pragmatico, che mette gli scarponi sul terreno. Iniziano le azioni umanitarie, ed iniziano le azioni di solidarietà politica sul campo. Di nuovo, Langer fu un leader naturale di quegli anni. In questo momento sono iniziate le carovane pacifiste da Trieste a Sarajevo, e poi il “Verona-Forum per la pace e la riconciliazione nei territori dell’ex-Jugoslavia”. Si trattava di un’iniziativa in cui, dopo aver stretto legami con la società civile contraria ai conflitti dei Paesi coinvolti, si offriva loro uno spazio neutro in cui dialogare. Erano discussioni anche dure, ma sempre votate alla pace.

E oggi, di fronte all’Ucraina e a Gaza, cosa fa quello stesso movimento?

L’errore nell’opinione pubblica pacifista è attivarsi solo quando le bombe suonano già forti e vicine. Spesso a quel punto è troppo tardi, e manifestare è meno efficace politicamente. Per questo la non violenza punta a prevenire prima che i conflitti scoppino. Parliamo di un lavoro quotidiano, fatto di spinta per il disarmo, di critica all’aumento delle spese militari e all’industria bellica.

Siamo tornati a parlare di guerra nel febbraio del 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, ma quel conflitto si preparava da anni. Inizia nel 2014, e pensiamo a cosa sarebbe accaduto se l’Unione europea avesse avuto pronti dei corpi di pace civili. [Si tratta di un’idea di Langer ripresa da una proposta ghandiana, e consiste in gruppi organizzati di civili disarmati che fanno da forze di interposizione in certi contesti, ndr]. Invece, ci siamo limitati a guardare dall’altra parte, lasciando il campo all’escalation. Ci si lamenta dell’inazione delle Nazioni Unite, ma anche qui il problema è precedente. All’Onu è stata tolta la funzione di polizia globale, che gli spetterebbe, e senza quella non può far rispettare le sue risoluzioni. La pace ha bisogno di strumenti legali e finanziari, e ora non li ha.

In questo momento, però, l’Unione europea fa tutt’altro. E i Paesi Nato hanno promesso di aumentare la spesa militare fino al 5% entro il 2035.

Innanzitutto, non chiamiamolo riarmo. Il budget in armi ed esercito aumenta da dieci anni, e noi lo denunciamo nel silenzio generale. Ora ci stiamo adeguando alle richieste di Donald Trump, che vuole questo livello enorme di spesa, e lavoriamo a progetti enormi come la cupola Michelangelo proposta da Leonardo. Andiamo verso una Terza guerra mondiale a pezzi, come diceva Papa Francesco.

Alla guerra si arriva con un processo economico, ma quel processo economico ha bisogno a sua volta di un processo culturale. La militarizzazione della società è in corso. La vediamo nella decisione di diversi Paesi europei di tornare alla leva obbligatoria, e anche il ministro Guido Crosetto ha aperto a dei passi in quella direzione. Lo scopo è duplice: abituarci alla guerra e avere carne da cannone per gli eserciti. Guerre come quelle in Ucraina hanno elementi tradizionali, come le trincee, ed elementi ipertecnologici, come i droni. Per questo serve sia un’enorme spesa sia un impiego militare di massa.

A noi, però, rimane la possibilità di dire no. Un’obiezione di coscienza alla guerra.

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