L’insostenibilità finanziaria del business delle fonti fossili nel mirino dell’azionariato attivo
BigOil dice addio all'abbozzo di svolta green. Ma gli azionisti attivi di BP e Shell avvertono gli investitori: le fossili non creano valore
Fossili, fossili, fortissimamente fossili. Pare incredibile ma nonostante gli impatti sempre più catastrofici della crisi climatica, BigOil si ostina a perseverare col business as usual. Senza nemmeno mascherarlo, a conferma che siamo entrati nell’era del postwashing. Emblematico al riguardo il caso di BP. Che però potrebbe cominciare ad allarmare anche gli investitori attenti più al portafoglio che al clima. Del resto, in tanti (e da un pezzo) hanno avvisato che gli investimenti nelle fossili sono destinati, prima o poi, a diventare degli stranded assets. Perché la fine dell’era fossile non è più una questione di se, ma di quando.
Dalla corsa al “net zero” al ritorno del “drill, baby, drill”
BP anni fa sembrava aver iniziato a sterzare nella direzione giusta. Aveva cioè preso ad alzare un po’ l’acceleratore dalle fossili, per schiacchiarlo un po’ di più sulle rinnovabili. Era stato l’amministratore delegato di quel periodo, Bernard Looney, a spingere in tal senso. Erano gli anni in cui tutti si affrettavano a dichiarare il loro impegno per il net zero, l’azzeramento delle emissioni nette di CO2, e a definire piani d’azione per raggiungerlo. Parliamo degli anni del fiorire delle alleanze, poi finite miseramente, che ebbero il loro culmine con la Cop di Glasgow a fine 2021.
Poi il repentino cambio di direzione con l’invasione della Russia in Ucraina a inizio 2022, il “dagli all’untore” al gas di Putin, i conseguenti allarmi sulla sicurezza energetica e tutto ciò che ne è scaturito, col rilancio in grande stile delle fossili, compreso persino il carbone. Fino al ritorno di Trump nello studio ovale che ha riportato spudoratamente in auge il “drill, baby, drill”: vedere l’aggressione al Venezuela.
È così che BP, già nei mesi scorsi protagonista di autentici voltafaccia sui suoi impegni sulle rinnovabili, di recente ha annunciato un nuovo significativo disinvestimento dalle sue attività green. Colpirà per 4-5 miliardi di dollari la divisione gas ed energia a basse emissioni di CO2. Una struttura accusata di aver fatto segnare negli ultimi mesi performance giudicate scarse dai vertici, anche se chi la guidava afferma che sarebbe un pretesto. Insieme agli altri disinvestimenti degli ultimi due anni, si arriva a circa 20 miliardi di dollari.
La girandola di amministratori delegati e l’engagement a picco
Il dietrofront di BP di questi anni non è stato indolore nemmeno per i Ceo. Looney, quello della sterzata “verde”, ha abbandonato nel 2023. A sostituirlo era giunto Murray Auchincloss, ma anch’egli ha salutato a fine 2025. Sta per arrivare Meg O’Neill, un ex-dirigente di ExxonMobil, il che la dice lunga su dove l’azienda intende indirizzarsi.
L’incedere a passo di gambero di BP sul green è evidente anche dall’andamento delle iniziative di engagement, in particolare di azionariato attivo, promosse dagli investitori di BP più sensibili al tema della sostenibilità. A seguire da vicino in questi anni le risoluzioni sul clima presentate alle assemblee annuali degli azionisti (Agm) del colosso dell’oil&gas è stata la Ong olandese Follow This, che ha percepito un netto cambiamento a partire sempre dal 2022. Queste risoluzioni, infatti, tra 2017-2021 avevano avuto un supporto consistente. Dal 2022, invece, coi generosi ritorni sugli investimenti garantiti dal rinato business fossile, riuscire a convincere gli investitori a sostenere istanze riguardanti i temi climatici è diventata quasi una mission impossible.
Il vento contrario che soffia dagli Stati Uniti di Trump
A ciò si aggiungano due elementi di contesto, relativi agli Usa ma capaci di esercitare grande influenza anche in Europa. Nel 2024, alla faccia dell’engagement, ExxonMobil ha addirittura fatto causa a due suoi investitori, uno dei quali Follow This, proprio per impedire che presentassero una risoluzione sul clima. Anche se alla fine non c’è riuscita.
Mentre la Sec (l’organismo di controllo sulle società quotate in Borsa negli Stati Uniti) con Trump in sella, quest’anno ha fatto sì che le aziende quotate a Wall Street non avranno problemi ad impedire a risoluzioni non gradite di arrivare agli Agm. Ha inffatti dato carta bianca alle aziende, che potranno decidere in autonomia quali accettare, mentre prima dovevano chiedere un parere appunto alla Sec.
Resistere, resistere, resistere
Organizzazioni come Follow This hanno comunque deciso di resistere, continuando a promuovere iniziative di azionariato attivo nei confronti di BP, come pure di Shell, in direzione ostinata e contraria rispetto a dove spira oggi il vento. Modificando però in parte la propria strategia con una mossa che potrebbe rivelarsi vincente. Invece di chiedere alle aziende di definire obiettivi di riduzione delle emissioni allineati all’Accordo di Parigi, si farà leva su argomenti legati a performance finanziarie e creazione di valore.
Le risoluzioni che Follow This ha presentato insieme a oltre una ventina di investitori istituzionali (con complessivi asset in gestione per 1.500 miliardi di euro), in vista delle assemblee degli azionisti 2026 di BP e Shell, chiedono infatti che le due società spieghino con quali strategie pensano di creare valore per gli azionisti in scenari di progressivo calo della domanda di petrolio e gas. Quelli cioè indicati dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Il tema diventa quindi l’insostenibilità finanziaria del modello di business fossile.
«Se il calo della domanda di petrolio e gas – ha spiegato Follow This – mina il valore per gli azionisti, i consigli d’amministrazione devono essere trasparenti nel comunicare se intendono avviare una transizione o gestire una liquidazione ordinata». Così diventa, anche, una questione di dividendi. Quando nel 2020, l’anno del Covid, la domanda di petrolio diminuì, BP e Shell li tagliarono rispettivamente del 50 e del 66%.




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