Gli istituti finanziari si riavvicinano al business delle armi nucleari
Sono soprattutto i colossi bancari americani a sostenere la filiera delle armi nucleari. Ma Don’t Bank on the Bomb cita anche nove banche italiane
Era dal 2021 che, di anno in anno, il rapporto Don’t Bank on the Bomb sottolineava una diminuzione del numero di istituti finanziari legati al business delle armi nucleari. La nuova edizione, pubblicata il 24 aprile, segna una nuova – e preoccupante – inversione di tendenza. Sono in tutto 301 gli istituti finanziari (banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione, asset manager ecc.) che finanziano o investono in almeno una delle 25 grandi società coinvolte nella filiera delle armi nucleari. Ben più rispetto ai 260 censiti dal report precedente.
Le 25 aziende attive nel business delle armi nucleari
L’organizzazione olandese Pax e Ican, la campagna per l’abolizione delle armi atomiche premiata col Nobel per la pace nel 2017, hanno iniziato nel 2014 a pubblicare ogni anno Don’t Bank on the Bomb. Il rapporto si basa su una lista di 25 aziende. Alcune di esse producono direttamente componenti chiave dei sistemi d’arma, altre invece ne rendono possibile sviluppo, fabbricazione, possesso, stoccaggio o utilizzo. Sono tutte attività vietate dal Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw), firmato da 95 Paesi e ratificato da 74 (ma non dall’Italia).
Molte di queste aziende sono statunitensi (a partire da Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grumman) ma ce ne sono anche di europee (come Airbus e la francese Thales), cinesi, indiane, britanniche. L’unica italiana è Leonardo. Il colosso della difesa, controllato per il 30% del ministero delle Finanze, non produce armi nucleari in senso stretto ma partecipa al consorzio missilistico europeo Mdba e fornisce sistemi di propulsione elettrica per i sottomarini statunitensi Columbia-class. Le aziende russe, viceversa, non compaiono nel report perché a finanziarle è prevalentemente lo Stato, tanto più dopo le sanzioni imposte a partire dal 2022.
Quanto valgono gli investimenti e i finanziamenti al settore delle armi nucleari
Rete Italiana Pace Disarmo, annunciando l’uscita di Don’t Bank on the Bomb, sottolinea che «sullo sfondo di tensioni globali crescenti e di livelli record di spesa militare, il valore di Borsa di molti grandi contractors della difesa è aumentato sensibilmente. Si è inoltre intensificata la pressione dei governi (in particolare europei) sugli investitori affinché abbandonino le restrizioni etiche sugli investimenti nelle aziende del settore militare». A gennaio di quest’anno le istituzioni europee hanno addirittura rivisto le norme sugli indici di riferimento per la finanza sostenibile. Ne restano escluse solo le armi «proibite», categoria ben più ristretta rispetto a quella delle armi «controverse» adottata in precedenza (in cui ricadevano anche le armi nucleari).
I dati del rapporto confermano l’intensificarsi dei flussi di capitali a favore della filiera delle armi nucleari. Tra gennaio 2023 e settembre 2025, 301 istituti finanziari detenevano 709 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni delle 25 società monitorate. L’aumento, rispetto alla precedente rilevazione, è di 195 miliardi di dollari. Il volume di prestiti e sottoscrizioni nello stesso periodo sfiora i 300 miliardi di dollari, quasi 30 in più rispetto alla precedente edizione del report.
Al vertice della classifica i colossi finanziari statunitensi
Scorrendo le due graduatorie, ai primi posti ci si imbatte soprattutto nelle big statunitensi della finanza. Il primo investitore è Vanguard con 108 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni nel 2025, quasi 30 in più rispetto all’anno precedente. Lo seguono BlackRock (95 miliardi), Capital Group (93), State Street (70) e Fidelity Investments (25). A comporre la top 5 dei finanziatori sono invece Bank of America (31 miliardi), JPMorgan Chase (29), Citigroup (28), Goldman Sachs (quasi 19), Wells Fargo (quasi 18).
«Le circostanze geopolitiche possono essere cambiate, ma le conseguenze umanitarie di qualsiasi uso di armi nucleari restano inaccettabili. In quanto attori chiave dell’economia globale, gli istituti finanziari hanno sia la capacità sia la responsabilità di affrontare questi rischi. Grazie al loro peso, possono contribuire a promuovere il rispetto dei diritti umani e spingere le aziende a interrompere il loro coinvolgimento nell’industria delle armi nucleari», si legge nelle pagine di Don’t Bank on the Bomb.
Nove le banche italiane nel rapporto Don’t Bank on the Bomb
In proporzione, i finanziamenti messi a disposizione dalle banche italiane sono molto più contenuti. Sono nove gli istituti nella lista, per un totale di 5,74 miliardi di dollari in prestiti e sottoscrizioni. Al primo posto c’è Unicredit con 2,84 miliardi distribuiti a Honeywell, Leonardo, Lockheed Martin, Northrop Grumman, RTX, Rolls-Royce, Thales e Airbus (molti meno rispetto ai 4,5 dell’anno precedente). La segue – a distanza – Intesa Sanpaolo con un’esposizione di 718 milioni verso Bechtel, Boeing, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Gli altri (Banco Bpm, Bper Banca, Cassa Depositi e Prestiti, Banca Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca) intrattengono relazioni finanziarie esclusivamente con Leonardo.
«Il sistema bancario italiano è tutt’altro che estraneo alla corsa agli armamenti nucleari. Certo, il calo del volume complessivo dei finanziamenti è un segnale che va registrato positivamente, così come la flessione nei portafogli dei due principali istituti coinvolti. Ma il fatto che il numero di banche presenti nella lista sia salito da otto a nove, in un contesto globale in cui gli investitori in armi nucleari tornano ad aumentare per la prima volta dopo anni, ci dice che la rotta non è ancora stata invertita. I risparmiatori italiani hanno il diritto di sapere dove finiscono i loro soldi, e di pretendere che le banche a cui li affidano non li utilizzino per finanziare le armi più distruttive del pianeta», commenta Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo.




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