La Clean Clothes Campaign a H&M: “Le parole non bastano”

Alle parole devono seguire i fatti. È questo, in estrema sintesi, il nocciolo del duro monito lanciato dalla Clean Clothes Campaign a H&M, all'indomani della ...

operaie al lavoro in una fabbrica tessile – fonte ‘H&M, le promesse non bastano’, Clean Clothes Campaign/Campagna Abiti Puliti, settembre 2018

Alle parole devono seguire i fatti. È questo, in estrema sintesi, il nocciolo del duro monito lanciato dalla Clean Clothes Campaign a H&M, all’indomani della pubblicazione del suo ultimo Sustainability Report.
Il colosso svedese del fast fashion, infatti, da tempo cerca di affermarsi nel campo della responsabilità sociale. Con la sua gamma di collezioni consapevoli campeggia sulle pagine del Guardian dedicate alla moda etica e nel 2013 ha lanciato una road map per il salario dignitoso, impegnandosi a retribuire in modo equo i suoi 850 mila lavoratori entro il 2018. Nel suo ultimo Sustainability Report, però, non ci sono cifre realistiche che dimostrino progressi verso questo obiettivo. “Nonostante l’annuncio di progetti in partnership con l’ILO, di programmi educativi al fianco dei sindacati svedesi e un’ampia retorica su salari equi, H&M ha finora presentato purtroppo pochi risultati concreti – ha dichiarato Carin Leffler della Clean Clothes Campaign -. H&M sta lavorando duramente per guadagnarsi una reputazione nel campo della sostenibilità, ma i risultati per i lavoratori sono ancora tutti da vedere”. Rincara la dose Athit Kong, vice presidente del sindacato tessile cambogiano C.CADWU: “Il rapporto di H&M non riflette accuratamente la realtà della Cambogia o del Bangladesh e questi annunci risultano privi di senso per i lavoratori che lottano quotidianamente per sfamare le loro famiglie”.
La Clean Clothes Campaign punta il dito contro la mancanza di una cifra che identifichi l’impegno dell’azienda verso il salario dignitoso. I progetti pilota inoltre sono stati avviati solo in fabbriche in cui controlla il 100% della produzione, ma “nel 99% dei casi la natura stessa della filiera dell’abbigliamento globale non presenta fabbriche in cui i committenti hanno un tale livello di controllo diretto”, commenta Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, la sezione italiana del movimento internazionale. Che fare, dunque? Le richieste degli attivisti sono chiare: il primo passo – affermano – dev’essere quello di negoziare un salario migliore per la Cambogia direttamente con il comitato sindacale nazionale e di firmare con loro e altri marchi un accordo esecutivo impegnandosi ad aumentare la paga verso la soglia del salario dignitoso per tutti i lavoratori, concordando scadenze e misure precise. E tutto dev’essere messo nero su bianco.