La tecnologia tedesca: centro gravitazionale del potere economico europeo

La parte nobile della produzione, ad alta intensità tecnologica, è in mano alla Germania. Il che trasforma in sub-fornitori gran parte delle altre economie

Di Simone Beretta e Roberto Romano

In Europa si sta delineando una nuova geografia del potere economico, purtroppo nel silenzio assordante di molti (troppi) osservatori economici, incapaci di interpretare i segnali forti legati alla produzione di beni capitaliL'insieme delle attrezzature usate per lo svolgimento del processo produttivo: dai singoli macchinari alle linee di produzione, ai grandi impiantiApprofondisci. E alla bilancia commercialela differenza tra esportazioni e importazioni di un PaeseApprofondisci degli stessi beni. La Germania risulta essere il cuore della produzione industriale europea, grazie al suo primato tecnologico. Gli altri, Italia compresa, vivono con una forte dipendenza dall’estero per soddisfare una domanda (di macchinari) quando l’offerta, interna, non basta.

Tutto è cambiato dopo la crisi del 2008

Si legge spesso di una area economica tedesca omogenea (localizzata ad oriente), dalla quale nascerebbe la maggiore competitività della Germania, ma questa rappresentazione è parziale e non coglie la natura delle dinamiche europee sviluppatesi dopo il 2008.

La crisi del 2008 ha modificato in profondità i rapporti politico-economici all’interno dell’Unione, tanto più considerando che i singoli Paesi dovevano misurarsi con la crisi mondiale senza il dovuto sostegno della Commissione Europea. Alcuni Stati hanno perso strutturalmente terreno, altri hanno trasformato la crisi in un’opportunità per estendere il proprio potere di condizionamento. Il riferimento, scontato se si vuole, è alla Germania: esempio virtuoso di governo della dinamica produttiva (perché è di questo che si parla) che è stato scelto dopo la recessione del 2008.

Germania: centro della produzione europea

La Germania si è imposta, non solo come leader economico europeo, ma anche come centro gravitazionale dei flussi della produzione europea, proporzionalmente al suo avanzamento tecnologico e alla sua specializzazione produttiva. Questo giustifica i flussi commerciali tedeschi, così come quelli dei Paesi a maggiore intensità manifatturiera. I dati mostrano una Germania specializzata nella produzione di beni capitali  volti a soddisfare la domanda emergente di beni secondariBeni di largo consumo, ma non di prima necessità: dall'automobile al telefonino. Sono invece beni primari il cibo, i vestiti, la casa, le medicine, ecc. Approfondisci, in piena coerenza con la necessità di governare il nuovo paradigma tecno-economico in atto.

Se la struttura produttiva non è attrezzata, le imprese non saranno in grado di soddisfare la domanda emergente. In altri termini non basta investire di più, ma investire con giudizio.

Occorrono beni capitali (in particolare linee produttive) adeguati, e se possibile sarebbe il caso di realizzarli in casa, diversamente saranno importati.

Italia e Germania a confronto. La linea arancione (in entrambi grafici) rappresenta la domanda, quindi gli investimenti effettuati (di macchinari e linee produttive). La linea blu è la produzione degli stessi beni capitali necessari alle imprese per produrre. La Germania (a sinistra) produce più macchinari di quanti ne servano alle sue imprese. L’Italia invece (a destra) ha una domanda interna che supera di gran lunga l’offerta. Dovrà quindi acquistare all’estero
Le colonne rappresentano il saldo commerciale tra Germania e Italia di beni capitali. L’andamento segue quello della domanda dell’Italia di macchinari e impianti . È la spiegazione del grafico precedente: l’Italia importa dalla Germania i macchinari di cui ha bisogno ma che non produce internamente

L’Italia ha una dipendenza tecnologica dall’estero

Per intendersi, sebbene l’Italia abbia un attivo nelle partite correnti del commercio di beni capitali con l’Eurozona, ciò non è dovuto a un qualche predominio tecnologico, piuttosto ad una storica specificazione del sistema produttivo. É altrettanto vero che abbiamo una dipendenza tecnologica: l’Italia esporta beni strumentali nei Paesi dove non si producono (ma in cui tendenzialmente si potrebbe farlo, se avessero un tessuto manifatturiero coerente), salvo poi importare in gran quantità dalla Germania i beni capitaliL'insieme delle attrezzature usate per lo svolgimento del processo produttivo: dai singoli macchinari alle linee di produzione, ai grandi impiantiApprofondisci necessari per soddisfare la domanda di beni secondariBeni di largo consumo, ma non di prima necessità: dall'automobile al telefonino. Sono invece beni primari il cibo, i vestiti, la casa, le medicine, ecc. Approfondisci. Le conseguenze sulla crescita e sulla produttività sono tutt’altro che banali: l’Italia cede una parte del valore aggiunto a chi realizza i beni di investimento (macchinari), nel mentre la Germania svolge il ruolo di driver delle relazioni bilaterali, appropriandosi di una quota del valore aggiunto coerentemente con la propria specializzazione produttiva.

Le difficoltà nazionali non sono solo di natura esterna: occorre rappresentare la nuova geografia economica europea, che non è legata al peso crescente e vincente dell’economia del solo est-Europa.

Il predominio tecnologico tedesco

La nuova gerarchia della produzione europea si fonda sul predominio tecnologico tedesco, che si presenta come un monopolio nella vendita-distribuzione dei beni capitali di nuova generazione, i quali sono indispensabili per tutta la manifattura. In altri termini, tanto più i Paesi europei investono, tanto più (alle condizioni date) si rafforza il ruolo della Germania; l’altra faccia della medaglia di questo ragionamento è l’assorbimento della totalità delle economie manifatturiere europee nell’apparato tedesco.

Ciò è inevitabile: la parte nobile della produzione, quella dei beni di investimento ad alta intensità tecnologica, sono in mano ad un solo Paese, il che trasforma in sub-fornitori non solo gli stati dell’est europeo, ma gran parte delle economie industrializzate europee.

Gli altri Paesi si fanno concorrenza tra loro

In effetti, se proseguissimo più in profondità con il ragionamento, troveremmo che, al netto della Germania, tutti i Paesi si fanno concorrenza nel mercato nei beni intermedi, i quali in ultima analisi soddisfano la domanda tedesca.

Se proprio si deve discutere di un’area economica tedesca omogenea, si dovrebbe parlare d’Europa. I flussi commerciali, la ripartizione della produzione interna ad ogni Paese, le quote di investimento estero, confermano questa tesi. Esistono casi di delocalizzazione spiegata da differenziali nel costo del lavoro, come esiste una propensione all’esportazione di beni intermedi delle economie dell’Europa orientale verso la Germania, ma questo, di nuovo, è dovuto semplicemente alla domanda egemone della Germania. Inoltre, non si registra un rilevante ruolo dell’economia tedesca al di fuori dei propri confini, al netto dei rapporti con la Cina; al contrario, la Germania si pone come potente centro gravitazionale, attrattore di flussi.

La specializzazione produttiva tedesca si è assicurata un flusso costante di beni intermedi, necessario alla produzione su grande scala di beni strumentali, senza esporsi più di tanto nell’acquisizione di società non tedesche.

Questa particolare analisi di contesto, ancorché divergente rispetto a certa pubblicistica, solleva una domanda e un bisogno a cui sarà urgente dare una risposta. In effetti “la visione secondo cui gli avanzi commerciali sono all’origine degli squilibri finanziari dei Paesi in disavanzo implica una relazione causale che si muove dalla bilancia commerciale alla bilancia dei movimenti di capitale, e questa direzionalità sembra abbastanza improbabile in un mondo in cui le transazioni commerciali catturano solo una piccola frazione di tutte le operazioni tra le giurisdizioni, ognuna delle quali necessita di un finanziamento” (Bellofiore, Garibaldo e Mortagua, “Euro al capolinea?”, 2019). Perciò, il passo ulteriore è quello di verificare quanto i flussi di capitale si coordinino con un’articolazione gerarchica nella produzione e/o aspettative, nella consapevolezza che le bilance commerciali, se non nei valori, esprimono delle informazioni che disegnano la geografia economica.

Se si vuole continuare a proteggere l’idea di Europa come progetto di integrazione e condivisione, la riflessione su questi temi va condotta senza ritardi, e trattata spogliandosi di pre-giudizi. L’Europa o è coesa o non è Europa.

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