Parte 11
Diritti umani

Lezione tedesca all’Italia: accoglienza trasformata in asset di sviluppo

La Germania ha concepito il sistema di accoglienza rifugiati come un grande pacchetto di stimoli economici. Il crollo demografico frena. E il Pil aumenta

Di Rosy Battaglia

L’Italia non è lo Stato europeo che spende di più per l’accoglienza migranti. Mentre la Germania, a parità di spesa, fa decollare il modello d’integrazione stile SPRAR, che il governo legastellato sta smantellando, e investe sull’accoglienza e l’integrazione.

Matteo Salvini, sei mesi fa, annunciava il taglio alla cifra dei 35 euro, giustificando la scelta con una fantomatica media di spesa europea inferiore. Un’altra  fake news del ministro dell’Interno. A confutare le sue parole, il documento redatto dall’European Migration Network. La rete, istituita dal Consiglio dell’Unione Europea, ha elaborato le informazioni su costi dell’immigrazione e asilo di 21 Stati europei al 2016. Una doccia gelata per le convinzioni di quanti pensano che il nostro sia tra gli Stati più generosi.

Prima VITTORIA!629 immigrati a bordo della nave Aquarius in direzione Spagna, primo obiettivo raggiunto!Non sta scritto da nessuna parte che gli immigrati debbano sbarcare tutti, e sempre, in Italia.Stiamo facendo di più noi in una settimana che la sinistra in sette anni😁Vi racconto in diretta gli ultimi sviluppi.#chiudiamoiporti

Posted by Matteo Salvini on Monday, June 11, 2018

Olanda la più munifica

Spendono più dell’Italia il Belgio (51,14 euro, incluso il costo del personale), la Finlandia (49 euro per gli adulti nei centri di accoglienza, di più per i minori), l’Olanda (23mila euro all’anno, cioè 63 euro al giorno), la Svezia (40 euro circa per i migranti nei centri di accoglienza) e la Slovacchia (circa 40 euro al giorno).

La Francia, invece, spende 24 euro al giorno per richiedente asilo, (compresi accoglienza, sistemazione e welfare), che scendono a circa 16 euro per quelli accolti in strutture di emergenza. Così come la Polonia, Austria, Repubblica Ceca, Irlanda, Croazia che documentano spese minori. Mentre Gran Bretagna, Lussemburgo e Germania non hanno fornito i dati richiesti.

Ma come si legge sul tabloid Bild che cita l’ufficio federale di statistica tedesco, nel 2016 risulta aver speso mediamente 12.680 euro l’anno a migrante. Quindi, circa 35 euro al giorno. Come l’Italia pre-Salvini.

Germania e Italia: due vie diverse per gestire la crisi demografica

Ed è proprio la Germania a dare una lezione sulla gestione migranti all’Italia. Lo sottolineano su LaVoce.info, i ricercatori Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin della Fondazione Leone Moressa e Andrea Stuppini che annualmente redige il Dossier Immigrazione di Caritas-Migrantes.

Secondo gli esperti, Italia e Germania sono, in questo momento, i paesi Ue più in crisi dal punto di vista demografico, con saldi naturali profondamente negativi (differenza tra nati e morti, rispettivamente -190mila e -148mila). Tuttavia, nel 2017 la popolazione in Germania è cresciuta (+328mila), mentre quella italiana è complessivamente diminuita (-105mila).

Tutto ciò, affermano i ricercatori, è dovuto a una chiara differenza nelle politiche migratorie. Mentre in Italia gli ingressi di immigrati per lavoro si sono fortemente ridotti, a partire dal 2011, con la chiusura quasi drastica dei flussi per lavoro, negli ultimi anni la Germania ha mantenuto un alto numero di ingressi.

Italia e Germania a confronto sul saldo migratorio. FONTE: Lavoce.info su elaborazioni Fondazione Leone Moressa e dati Eurostat
Italia e Germania a confronto sul saldo migratorio. FONTE: Lavoce.info su elaborazioni Fondazione Leone Moressa e dati Eurostat

Berlino, la metà del bilancio della difesa speso in aiuti umanitari

Così come in Italia, anche nei Lander, la crisi dei rifugiati ha dato origine a un dibattito politico sempre più polarizzato sugli aspetti negativi, come costi, problemi sociali e di sicurezza. Ma, al contempo, il governo centrale tedesco ha sottolineato i potenziali benefici a lungo termine che l’afflusso di rifugiati potrebbe generare, aiutando le amministrazioni locali.

Proprio il ministero delle Finanze tedesco ha delineato un quadro che fa riflettere: nel 2017, il governo centrale ha stanziato 21,3 miliardi di euro per l’assistenza ai rifugiati, oltre il 6% del suo bilancio operativo annuale del 2017 di 329 miliardi di euro.

Tale importo, che comprende misure preventive come gli aiuti umanitari nei paesi in crisi, nonché aiuti finanziari a paesi come la Turchia e la Grecia, rappresenta oltre la metà dell’attuale bilancio annuale della difesa del Paese, pari a 37 miliardi di euro.

Erogazioni federali per gestione flusso richiedenti asilo. Dati in miliardi di euro. FONTE: Ministero federale delle Finanze tedesco
Erogazioni federali per gestione flusso richiedenti asilo. Dati in miliardi di euro. FONTE: Ministero federale delle Finanze tedesco

Proiezioni rosee sul Pil del futuro

Come riporta l’analisi costi-benefici sulla crisi dei rifugiati tedesca, a cura di Stefan Trines, ricercatore del World Education News & Reviews tutto ciò si è rivelato un giusto investimento. E ancor più lo sarà guardando la proiezione del Pil nella prossima ventina d’anni.

Stime di crescita del Pil fino al 2035 per effetto dell'accoglienza rifugiati in Germania. FONTE: 2017 World Education ServicesStime di crescita del Pil fino al 2035 per effetto dell'accoglienza rifugiati in Germania. FONTE: 2017 World Education Services
Stime di crescita del Pil fino al 2035 per effetto dell’accoglienza rifugiati in Germania. FONTE: 2017 World Education Services

La Germania è riuscita in poco tempo a ridurre l’arretrato delle procedure di asilo in sospeso, tanto che i rifugiati appena arrivati ​​possono presentare la loro domanda immediatamente, e coloro i cui procedimenti di candidatura sono ancora in corso, possono anche iscriversi a corsi di integrazione.

Così come nel settore dell’edilizia abitativa, ad esempio, l’effetto sulla domanda è stato considerevole: nel 2017 solo 800mila euro sono stati stanziati in un solo Stato tedesco per sovvenzionare la costruzione di nuove unità abitative sociali, principalmente per ospitare i rifugiati.

E intanto l’Italia produce fantasmi irregolari

In Italia, invece, con l’entrata in vigore del decreto sicurezza, i richiedenti asilo, non potendo ricorrere al permesso umanitario, espulsi dal sistema SPRAR, come ha denunciato ARCI, in un proprio documento di fact-checking, rischiano di diventare irregolari. Almeno 40 mila, secondo le stime dell’associazione, nei prossimi mesi.

Cosa cambia alla protezione umanitaria in Italia?
Cosa cambia alla protezione umanitaria in Italia? FONTE: Arci

Dal punto di vista occupazionale, il divario tra Italia e Germania è significativo:

  • 17 punti percentuali di differenza nel tasso di occupazione (75,2 % contro il 58%);
  • oltre 7 punti di differenza sul tasso di disoccupazione (3,8 % rispetto a 11,2).

Nel corso del 2018 la Germania ha raggiunto la cifra record di 45 milioni di occupati, più 15% rispetto ai 39,3 milioni del 2005, sottolineano dalla Fondazione Leone Moressa su LaVoce.info.

Italia e Germania. Confronto sui dati demografici e occupazionali. FONTE: LaVoce.info su dati Eurostat elaborati da Fondazione Leone Moressa
Italia e Germania. Confronto sui dati demografici e occupazionali. FONTE: LaVoce.info su dati Eurostat elaborati da Fondazione Leone Moressa

Un “grande pacchetto di stimoli economici”

In Germania, quindi, le spese per i rifugiati funzionano, in un certo senso, come un “grande pacchetto di stimoli economici”, ha notato l’economista tedesco Ferdinand Fichtner su Welt, iniettando miliardi di euro nell’economia tedesca.

Un investimento, come confermano gli studi dell’Istituto per la ricerca sull’occupazione tedesco (IAB) che mostrano l’integrazione come un processo a lungo termine.

Secondo il campione esaminato dallo IAB, poco meno del 50% dei richiedenti asilo e rifugiati di età compresa tra i 15 ei 64 anni è al lavoro a cinque anni dall’arrivo in Germania. Il tasso di occupazione raggiunge il 60% dopo dieci anni e il 70% dopo 15 anni.

Costi a breve termine, benefici a lungo termine. Investire nell’integrazione, dati alla mano conviene.

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