Banche diverse

Le cooperative: un modello di impresa fondamentale, ma da cambiare

Banca Etica è una cooperativa. Non è un caso e neanche una necessità: è una scelta. Una scelta che ha molte ragioni; qui ci concentriamo su due di ...

Di Ugo Biggeri

Banca Etica è una cooperativa. Non è un caso e neanche una necessità: è una scelta.
Una scelta che ha molte ragioni; qui ci concentriamo su due di queste.
Una scelta di partecipazione e democrazia.
Un principio fondamentale della cooperazione è l’uguaglianza. Principio per cui tutti i soci dovrebbero avere pari diritto e pari opportunità. Da questo principio discende quello del voto capitario: una testa, un voto.
Una scelta di finanza etica.
Infatti oltre ai valori della partecipazione la forma giuridica cooperativa ha il pregio di rendere espliciti degli obiettivi “societari” dell’attività economica diversi rispetto al solo profitto ed alla sua distribuzione: mutualità, solidarietà, attenzioni ambientali e sociali, cambiamento verso una società più giusta…
Il profitto, per un cooperativa, non può essere un obiettivo in sé. È un vincolo cui fare attenzione per la sostenibilità economica ed una risorsa per far crescere la solidità della cooperativa e quindi la capacità di raggiungimento degli obbiettivi societari di cui sopra.
Anche con altre forme giuridiche è possibile darsi obiettivi non solo di profitto, ma la forma cooperativa dovrebbe “obbligare” a tali attenzioni e renderle più facilmente praticabili. Non a caso nella costituzione italiana la cooperazione risulta essere un modello egualitario, solidaristico e di gestione collettiva e democratica delle imprese, non un fatto “privato” tra cooperatori, ma un vero e proprio modello differenziato (e privilegiato) di conduzione di queste ultime.
Il condizionale usato sopra non è però casuale. In generale ci sono dei dubbi sulla modalità con cui si attuano tali principi nel mondo cooperativo, soprattutto nelle grandi cooperative o nelle cooperative che non siano solo un espressione marginale e locale. Come purtroppo spesso succede, tali dubbi, che sarebbero utili per fare meglio, diventano dubbi sulla bontà dei principi sopra esposti.
È un errore grave, perché da quei principi può discendere (e succede continuamente e bene) che si mettano in campo nel libero mercato forme diverse di fare impresa contribuendo a far si che nel mercato si competa non solo sul ritorno per gli azionisti, ma anche sul fronte di una fondamentale attenzione alla comunità e all’ambiente in cui le imprese operano. Una comunità ed un ambiente che oramai, con la globalizzazione, coincidono in buona parte con il pianeta e con la società tutta.
Eppure l’esperienza che stiamo vivendo con la riforma del sistema bancario cooperativo italiano sembra far da apripista a due “semplici” idee “sbagliate”.
La prima idea è che le cooperative di grandi dimensioni (o che collettivamente abbiano fette di mercato importanti) non sono gestibili e sono dannose al mercato. Da qui ad esempio il tetto alla crescita delle banche popolari cooperative a 8 miliardi di asset (che sarebbe più o meno lo 0,25% del mercato bancario italiano: un quattrocentesimo! – dati Milano finanza su bilanci 2014 delle 551 banche italiane per un totale di 3200 miliardi).
Una delle motivazioni sta nel fatto che il buon governo e la partecipazione dei soci sono ingestibili con le grandi dimensioni. Purtroppo ci sono molti esempi in cui il voto capitario (senza garantire pari opportunità di partecipazioni a tutti i soci) è stato strumentalmente usato per controllare il potere all’interno di una cooperativa in modo auto referenziale.
Merita una piccola riflessione il fatto che in finanza le too big to fail che hanno creato i disastri delle recenti crisi finanziarie non sono cooperative e non sono certo esenti da pessimo governo, anzi addirittura abbondano di azioni fraudolente. A parte questa osservazione importante, oggi esistono territori quasi inesplorati di facilitazione dei cittadini e delle persone giuridiche alle decisioni collettive: si parla di sharing economy e si ignora l’aspetto cooperativo e di reciprocità della stessa. Il problema è che lo stesso mondo cooperativo nel suo insieme è rimasto legato a schemi del secolo scorso, con la rigidità della partecipazione in luoghi fisici, con la difficoltà di gestione di processi partecipativi ampi e con pari opportunità di partecipazione per tutti. Abbiamo una tecnologia di connessione per nuovi meccanismi di mutualità e reciprocità e non la usiamo per nostri limiti culturali.
Un limite alla crescita nei settori di mercato delle cooperative è un limite alla libertà di impresa e di mercato. Se ci sono problemi di governance si cercheranno regole e metodologie per superarli e per verificare lo spirito cooperativo, ossia che la competizione interna alla governance si giochi, oltre che sulle performance economiche, sugli obbiettivi societari di tipo solidaristico, indipendentemente dalle dimensione della cooperativa.
La seconda idea, sempre espressa dalla riforma del sistema bancario cooperativo italiano, afferma che le imprese cooperative possono realizzare al meglio la loro funzione mutualistica in un ambito territorialmente ristretto e che nel campo degli investimenti gli obbiettivi non economici sono da considerarsi residuali.
Anche tale idea appartiene ad una visione antistorica che non tiene conto delle evoluzioni nella società e delle capacità che stanno già offendo le interazioni telematiche.
Oggi, accanto alla mutualità tra “pari”, in contesti relazionali circoscrivibili, è immensamente diffusa una mutualità internazionale e intergenerazionale praticata anche in forme cooperative sui generis e innovative (ad esempio, sul web).
In alcune imprese (ad esempio Banca Etica, ma non solo) si rende già oggi efficace una mutualità moderna che sia in grado di avere effetto su tematiche globali di interesse di soci e clienti.
La reciprocità e lo scambio mutualistico possono avvenire anche in assenza di legami territoriali diretti.
Attraverso meccanismi partecipativi, lo stesso corpo sociale di una cooperativa può essere base e garanzia per la coerenza dell’impresa cooperativa. In pratica a partire dalla libera volontà di esprimere la propria cittadinanza economica i soci possono collaborare al raggiungimento degli obbiettivi della cooperativa.
A tal proposito il campo finanziario è un terreno particolarmente efficace da questo punto di vista per la sua caratteristica globalizzata e per il fatto che come finanza etica riteniamo che il risparmio rappresenti un vero e proprio bene comune per la sua capacità di dinamizzare i processi economici: indirizzare i propri investimenti o il proprio risparmio è relativamente più facile, ma non per questo meno efficace, che realizzare mutualità in contesti produttivi.
Ridurre la capacità per un impresa cooperativa di avere obbiettivi non economici vincolanti ad una dimensione territoriale è un errore rispetto all’evoluzione della società e rispetto alla stessa idea di libero mercato.
Per evitare che queste idee sbagliate si rafforzino, non basta un cambiamento di rotta del legislatore. Occorre anche che la cooperazione abbia la capacità di aprirsi a nuove riflessione sui concetti fondamentali della partecipazione, del monitoraggio dei risultati non economici, della mutualità, della reciprocità, della cooperazione e della solidarietà. E che abbia la voglia di aprirsi alla sperimentazioni di nuove metodologie per realizzarli.
Come Banca etica, coi nostri soci e “portatori di valore” ci stiamo provando.
Foto: Global Alliance for Banking on Values

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