Narcos, petrolio e bond spazzatura: la triade che tormenta il Messico

La messicana PEMEX è la compagnia petrolifera più indebitata del mondo. E sulla sua crisi pesa anche il contributo dei narcos e del mercato nero

Di Matteo Cavallito
L'ex re dei narcos messicani Joaquín Archi Guzmán Loera, detto El Chapo, attualmente detenuto negli Stati Uniti. La sua cattura non pare aver scalfito il potere esercitato dai cartelli nel Paese. Foto: DEA - Drug Enforcement Administration, public domain

Ci sono anche i narcos e gli operatori del mercato nero dietro alla crisi permanente di Pemex, la compagnia di Stato del petrolio messicano al centro della cronaca finanziaria locale. Un connubio che dura da molti anni e che ha inferto all’azienda danni difficili da quantificare. Complicato, per non dire forse impossibile, stimare i volumi di petrolio persi per strada a causi dei continui furti agli oleodotti. Ma è certo che il fenomeno ha contribuito a danneggiare i conti dell’azienda, alimentando la sfiducia degli investitori.

Sono proprio questi ultimi, ha scritto in queste settimane il Financial Times, a mostrare scetticismo nei confronti del piano di rilancio aziendale promosso dal presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. In tre mesi, sottolinea il quotidiano britannico, il prezzo dei Credit Default Swap, i derivati che assicurano in caso di bancarotta, è passato da 240 a 380 punti base, segno inequivocabile del crescente rischio default. A giugno Fitch aveva declassato a spazzatura i bond della corporation statale. Con 106 miliardi di dollari di pendenze, Pemex resta tuttora la compagnia petrolifera più indebitata del mondo.

Un distributore PEMEX a Città del Messico. Foto: Daniel Case Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

Narcos e «mungitori»

In Messico si chiamano ordeñadores, letteralmente “mungitori”, sono gli uomini al servizio della cosiddetta “Compagnia”, il sodalizio criminale che attraverso le minacce, le estorsioni, la corruzione e la violenza ha saputo prendere possesso della catena produttiva dell’impresa. Lo ha raccontato con dovizia di particolari – e di coraggio – la giornalista Ana Lilia Pérez, che nel suo libro-inchiesta El cártel negro ha ricostruita una vicenda che sembra la sceneggiatura di un film.

Ci sono Antonio Ezequiel Cárdenas Guillen detto Tony Tormenta; Jorge Eduardo Costilla Sánchez meglio conosciuto come El Coss o Doble equis (XX), Heriberto Lazcano Lazcano soprannominato El verdugo (il boia). E poi tutti gli altri. Alla fine degli anni ’90 di fronte a un mercato della coca inflazionato, i narcos hanno un’idea: collocare pompe clandestine lungo gasdotti e oleodotti, sottrarre materia prima e lanciarsi nel commercio. Sarà un successo.

Città del Messico. Foto: Alejandro Islas Attribuzione 2.0 Generico (CC BY 2.0)

Un business da $5 miliardi l’anno

«Ironicamente – scrive la Pérez – quando Felipe Calderón (presidente del Messico dal 2006 al 2012, ndr) avvia la sua guerra ufficiale contro i narcos, i cartelli penetrano con maggiore intensità nell’industria più lucrosa del Paese, quel settore petrolifero non meno redditizio del business della droga». Nel luglio del 2012 il quotidiano messicano Excelsior quantificava in 6 miliardi di pesos all’anno (500 milioni di dollari al cambio dell’epoca) il valore del narcobusiness petrolifero condotto su Pemex. Nel 2013 il fatturato dei cartelli era salito a 790 milioni di dollari. Una successiva inchiesta di Vice News ha alzato la stima a 5 miliardi.

Il petrolio sbarca negli USA

L’attività dei narcos, si legge ancora nell’inchiesta giornalistica, si intensifica nella seconda metà degli anni 2000, e coinvolge un po’ tutti: dai contractors dell’azienda agli stessi impiegati della Pemex. Nel 2009, a Tamaulipas, nel Messico nord-orientale, le autorità individuano una cellula de Los Zetas, uno dei più potenti cartelli della droga del Paese. Tra gli affiliati si trovano anche alcuni dipendenti e fornitori dell’azienda petrolifera. Di cosa si occupano? Estorsioni e acquisizioni “forzate” di imprese locali. La Pemex, ovviamente, fiuta tutto ma le sue azioni di contrasto appaiono molto limitate. Tra il 2001 e 2011 negli impianti e negli oleodotti dell’impresa si verificano circa 40mila incidenti cui seguono 2.611 denunce che si traducono in una sentenza di tribunale in soli 15 casi. Parte del petrolio rubato sarà venduto negli Stati Uniti.

Sodalizio criminale

Negli anni, i predatori di petrolio sono diventati sempre più indipendenti distinguendosi progressivamente dai narcos ma costruendo con questi ultimi un sodalizio vincente. Secondo il quotidiano statunitense The Nation i huachicoleros, i cosiddetti ladri di benzina, fatturano all’incirca 60 miliardi di pesos all’anno, più di 3 miliardi di dollari. Sono loro, prosegue il quotidiano, a trasportare la refurtiva attraverso un sistema di tunnel e far funzionare il sistema «con la complicità della polizia, di alcuni politici e degli infiltrati nella compagnia di Stato Pemex».

Sono sempre loro inoltre a rifornire di carburante le flotte usate dai narcos per il trasporto della droga. In alcuni Stati come quelli di Puebla e Jalisco, i ladri di benzina «vengono progressivamente assorbiti dai cartelli locali legati a loro volta alle grandi organizzazioni criminali del Paese come il Cartello del Golfo, i Jalisco Nueva Generación e i Las Zetas».

I furti continuano nonostante l’esercito

Il presidente López Obrador ha usato il pugno di ferro inviando l’esercito a guardia degli impianti di Pemex e chiudendo i tratti del Sistema degli oleodotti che erano stati preda dei ladri. Ma i disagi – tra carenza di carburante e lunghe file ai distributori – non sono mancati. Il problema, inoltre, pare lontano dall’essere risolto. Lo si è capito, ancora una volta, nelle scorse settimane quando la World Maritime University di Malmö, Svezia, ha denunciato la crescita esponenziale dei furti commessi ai danni delle installazioni petrolifere del Golfo del Messico: oltre 300 nel 2017, più di dieci volte tanto il numero registrato nel 2016.

Le organizzazioni criminali, denuncia il rapporto, avrebbero sottratto strumentazione ad alta tecnologia utile per aprire pompe clandestine nella rete di oleodotti di terra. Le operazioni avrebbero richiesto la cooperazione tra i criminali e parte del «personale qualificato a bordo della piattaforma».

Pemex monopolista di fatto

Pemex è stata fondata nel 1938 e contribuisce da sola all’11% delle entrate fiscali del Paese (ma dieci anni fa si viaggiava attorno al 45%). All’inizio di quest’anno, la sua produzione giornaliera ha toccato il record negativo di 1,625 milioni di barili al giorno ma il governo promette una forte risalita della produzione. Per raggiungere l’obiettivo (2,6 milioni di barili al giorno nel 2024), la compagnia potrà contare su ingenti aiuti di Stato che dovrebbero permetterle di confermarsi monopolista de facto del settore energetico locale, in barba alla legge del 2014 che aveva aperto il mercato alla concorrenza di altri operatori.

Le riserve petrolifere del Messico, secondo gli ultimi dati diffusi ad aprile dalla Comisión Nacional de Hidrocarburos ammontano a quasi 8 miliardi di barili, che collocherebbero il Paese al diciannovesimo posto nella graduatoria globale.

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