Speculazione

OPL245, gli strali di Zingales contro i vertici di ENI

Al processo per le tangenti in Nigeria, l'economista ex membro del CDA di ENI rivela l'ostilità dei vertici: «Descalzi mi accusò di paralizzare la società»

Di Luca Manes
L'economista Luigi Zingales è Robert C. McCormack professor of Entrepreneurship and Finance presso la University of Chicago Booth School of Business. Dal 2012 è stato uno dei promotori del movimento politico italiano Fermare il Declino. Fu nominato membro del CDA di ENI dal governo Renzi ma il 4 luglio 2015 si dimise per «non riconciliabili differenze di opinione sul ruolo del consiglio nella gestione della società».

È un’aula più piena del solito quella che accoglie un trafelato Luigi Zingales in un’uggiosa mattinata milanese. Si è infatti mossa anche la grande stampa per seguire la testimonianza dell’ex consigliere di amministrazione dell’Eni nel processo per la vicenda OPL245.

Professore di Finanza all’Università di Chicago, da 30 anni negli Usa, l’economista esordisce raccontando come si è consumato il suo matrimonio con i vertici del Cane a Sei Zampe. E si capisce subito che sarà una giornata “interessante”. «Ero in Grecia quando ricevetti una telefonata dal ministero del Tesoro che mi comunicava che sarei entrato nel cda di Eni». Di fatto, ha spiegato Zingales, gli fu lasciata ben poca scelta, perché i giornali italiani già davano come un dato acquisito il suo ingresso nella stanza dei bottoni della principale multinazionale italiana.

Un rapporto controverso fin da subito

Dal 9 maggio del 2014 fino al 3 luglio del 2015 l’economista padovano ha fatto parte anche del Comitato Controllo Rischi, con compito di preparare le riunioni del consiglio d’amministrazione in materia di audit, compliance e analisi di bilancio.

I primi dubbi sull’affare OPL 245 Zingales li manifestò proprio in occasione della convocazione del Comitato nel luglio del 2014, allorché sulla stampa si parlò per la prima volta di un’indagine in corso sul caso.

L’allora capo degli affari legali dell’Eni produsse una nota in cui si evidenziava come la società di Emeka Obi, l’EVP, fungesse da “tramite” nel deal per conto della Malabu. L’Eni ha sempre sostenuto che in vicende analoghe non faceva uso di intermediari, ha raccontato il testimone, aggiungendo che non era stata svolta una due diligence sulla compagnia di Obi, poiché quest’ultima era considerata un intermediario del venditore, ossia la Malabu controllata dall’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete.

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Strani intrecci

Peggio ancora, come scoperto dall’ex membro del cda, successivamente Eni siglò un contratto di esclusività con Obi senza che lo stesso avesse un simile accordo con la Malabu, di fatto rischiando di limitare la sua capacità negoziale senza niente in contropartita.

È poi singolare, fa notare il testimone, che nella stessa Malabu figuri un ex dipendente di Eni Nigeria, tale Ernest Akinmade, che, visto il suo passato, avrebbe potuto essere un utile “contatto” nell’affare. Tanto per completare l’intrigo, risulta però che Eni abbia saldato un conto di Akinmade in un costosissimo hotel parigino. Perché?

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Zingales avvisò Marcegaglia

Zingales non ha esitato a segnalare le sue preoccupazioni sulle carenze nel processo decisionale, condivise dall’altra consigliera Karina Litvack, al board e alla presidente Emma Marcegaglia, menzionando a mo’ di pro memoria un’altra vicenda a tinte fosche: la storia di Bonny Island, sempre in Nigeria.

Dopo aver patteggiato nel 2010 con le autorità statunitensi pagando 365 milioni di dollari, Eni si impegnava a una maggiore attenzione su possibili “episodi corruttivi”.

Per Zingales c’era, tra gli altri, un pericolo di natura patrimoniale. «Se fosse stata trovata colpevole durante il periodo di ‘prova’, la società rischiava fino a un miliardo di dollari». Negli stessi mesi della controversa chiusura dell’affare OPL245, il gigante petrolifero, come ha chiosato il pm Fabio De Pasquale, era a tutti gli effetti un “sorvegliato speciale”.

Le critiche all’ex Ad Scaroni

L’economista padovano non ha poi risparmiato critiche all’ex ad Paolo Scaroni. Le affermazioni del neo-presidente del Milan durante l’assemblea degli azionisti del 2014 e l’audizione parlamentare dello stesso anno sono definite fuorvianti, perché negarono ci fosse alcun coinvolgimento dell’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete nella società proprietaria della licenza, la Malabu, quando invece due rapporti della società di audit Risk Advisory commissionati da Eni nel 2007 e nel 2010 affermavano tutt’altro. Ossia, citando fonti di stampa e una “conoscenza comune” nel settore petrolifero, si sosteneva che il reale beneficiario fosse Etete, già condannato per riciclaggio di denaro in Francia nel 2007.

Dipendenti corruttori e promossi

Dalla testimonianza emerge che il crescente disagio di Zingales, manifestato ai vertici societari durante vari incontri, andava a cozzare contro la scarsa disponibilità al dialogo dei suoi colleghi.

Anzi, l’ex responsabile dell’area legale Mantovani era arrivato a definire i toni usati da Zingales come diffamatori, mentre per l’attuale ad Claudio Descalzi «le continue domande [poste da Zingales, ndr] rischiavano di paralizzare la società».

A un certo punto la richiesta di chiarimento riguardò un ennesimo caso sul quale è in corso un’indagine, quello su altre licenze petrolifere in Congo. Oltre ai rischi legali, che pure c’erano, Zingales si preoccupava dei pericoli per la reputazione dell’azienda e le correlate ricadute economiche. Nell’esposizione dell’economista lo spaccato della vita societaria palesa fin troppi difetti, compreso il mancato rispetto delle regole interne da parte di dipendenti che finivano per non subire alcuna conseguenza – «due dipendenti coinvolti nel caso di corruzione in Algeria sono stati addirittura promossi».

Tutti contro Zingales: «Sei un poliziotto»

Il redde rationem per l’esponente “scomodo” del cda si materializzò con una peer to peer review nell’estate del 2015.

In pratica dal momento che il consiglio non funzionava al meglio fu chiesto a ogni suo componente di giudicare i propri pari. Il risultato fu che tutti gettarono la croce su Zingales. «La cosa più gentile che mi fu detta è che ero un poliziotto».

Capita l’antifona, il professore dell’Università di Chicago diede le dimissioni, finendo pure indagato per diffamazione nell’ambito dell’inchiesta di Siracusa. Quella del complotto contro l’Eni, rivelatasi un maldestro tentativo di depistaggio del lavoro sul caso Opl 245 svolto dai pm milanesi.

Zingales è uscito “immacolato” dal pasticciaccio siracusano – l’indagine, iniziata a Trani, fu poi avocata dalla Procura di Milano, che archiviò tutto, aprendo invece un’indagine su Mantovani e i suoi sodali responsabili, secondo la Procura, di aver orchestrato un vero complotto proprio sul lavoro dei pm del capoluogo lombardo.

La prossima settimana parla il finanziere

Le prossime puntate della saga OPL 245 si preannunciano altrettanto succose: dopo il contro-interrogatorio del colonnello della Guardia di Finanza Alessandro Ferri, che la settimana scorsa aveva aggiunto ulteriori elementi al mosaico dei flussi di denaro “sporco”, testimonieranno l’estensore del rapporto della The Risk Advisory Group e Jeffrey Tesler, l’avvocato di Dan Etete coinvolto pure nel caso Bonny Island.

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