«I super-ricchi prima incendiano il Pianeta e poi ci presentano il conto per gli estintori»
Alla vigilia della Cop31, Oxfam presenta “Disaster divide”, uno studio su chi alimenta il riscaldamento globale e fa affari dopo i disastri
In breve
- Lo 0,1% più ricco del mondo produce più emissioni legate ai consumi dei 3,5 miliardi di persone più povere, secondo il rapporto Disaster divide di Oxfam.
- Il 71% delle partecipazioni di mille miliardari è in settori ad alto impatto climatico. BlackRock e Vanguard investono anche nelle imprese della ricostruzione.
- A Barbuda, dopo l’uragano Irma, il governo ha abolito le terre comuni e sono sorti resort di lusso: la ricostruzione diventa occasione per privatizzare.
Quando nel 2017 l’uragano Irma si è abbattuto sull’isola caraibica di Barbuda, ha distrutto il 90% degli edifici. Circa 1.800 persone sono state quindi costrette a rifugiarsi nella vicina Antigua. Approfittando della loro assenza, il governo centrale – che ha sede proprio ad Antigua – ha cancellato con un colpo di spugna le norme che designavano i terreni come proprietà comune. Oggi sull’isola sorgono resort di lusso, campi da golf e un aeroporto con un terminal dedicato ai jet privati. Ampi tratti della costa sono stati privatizzati e per i pescatori locali raggiungere il mare è diventato più difficile.
La scienza dice chiaramente che eventi meteo estremi come l’uragano Irma sono più frequenti e intensi a causa del riscaldamento globale. E lo 0,1% più ricco del mondo, quegli otto milioni di persone che possono permettersi senza problemi un soggiorno nei resort di Barbuda, produce più emissioni di CO2 legate ai consumi rispetto ai 3,5 miliardi di persone più povere messe insieme. Tra cui, con ogni probabilità, anche i piccoli pescatori dell’isola. È una delle sconcertanti contraddizioni che mette in luce un nuovo report di Oxfam. Lo studio, intitolato “Disaster divide”, esce pochi giorni prima dell’inizio della Cop31, la trentunesima Conferenza delle parti sul clima in programma dal 9 al 20 novembre in Turchia.
Sono i super-ricchi ad alimentare la crisi climatica, con i loro consumi e investimenti
Non è la prima volta in cui Oxfam accende i riflettori sul fatto che i super ricchi abbiano una responsabilità sproporzionata per la crisi climatica. Innanzitutto per il loro stile di vita, fatto di ville, auto, jet privati, yacht. Proprio i consumi dello 0,1% più ricco pesano, in termini di emissioni, tre volte quelli dell’intera popolazione dell’Africa subsahariana (1,3 miliardi di persone). Volendo scegliere un solo simbolo, non si può non parlare dei jet privati. A usarli sono appena 250mila persone nel mondo, prevalentemente uomini, e ogni volo immette in atmosfera 3,7 tonnellate di CO2, quanto emette in media una persona in un anno intero.
E i consumi costituiscono solo una parte del loro impatto, quella più visibile. Poi ci sono gli investimenti. Scandagliando le partecipazioni di mille miliardari, Oxfam scopre che il 71% si colloca in settori “ad alto impatto climatico”, come chimica, petrolio e gas. Nel complesso, questi investimenti hanno contribuito a generare 486 milioni di tonnellate di CO2: se queste mille persone fossero uno Stato, sarebbero al diciannovesimo posto nella graduatoria per emissioni di gas serra, subito dietro l’Australia e davanti al Sudafrica.
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Ogni tonnellata di emissioni contribuisce all’innalzamento della temperatura globale. E «ogni frazione di grado e ogni anno al di sopra della soglia degli 1,5 gradi aumenta gli impatti climatici e i rischi. Come le inondazioni mortali, le ondate di caldo estremo e gli incendi», come ha spiegato chiaramente la direttrice esecutiva dell’del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) Inger Andersen. Secondo le stime riportate da Oxfam, basta un solo anno di emissioni dell’1% più ricco per causare 1,9 milioni di decessi in più dovuti al caldo. Guardando sempre agli episodi di caldo estremo, il contributo di questo 1% di super ricchi è oltre cento volte quello di chi fa parte della metà più povera dell’umanità.
Quando poi i disastri avvengono, bisogna riparare i danni. Un mercato che a livello globale crescerà dagli attuali 70 ai 92 miliardi di dollari entro il 2029. E anche qui i profitti finiscono agli stessi grandi investitori che finanziano le attività più inquinanti. Oxfam lo documenta incrociando le partecipazioni in 217 società, dai produttori di combustibili fossili e cemento alle imprese attive nella preparazione e nella risposta ai disastri. BlackRock e Vanguard, per esempio, investono nel 92% di queste aziende, con partecipazioni complessive superiori a mille miliardi di dollari.
Come dimostra in modo eloquente la storia di Barbuda, poi, la ripresa post-disastro diventa spesso l’occasione per privatizzare, a vantaggio di pochi. «Siamo al paradosso: i super-ricchi prima incendiano il Pianeta e poi ci presentano il conto per gli estintori», commenta Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. «Come se non bastasse, le politiche attuali sfruttano l’impatto delle emergenze climatiche per acuire le disuguaglianze nelle economie più fragili. Il risultato è un ciclo economico completo profondamente ingiusto: nei Paesi con le maggiori disuguaglianze sociali, i decessi per inondazioni sono sette volte superiori».




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