PAC 2021-2027: i fondi calano. Andranno ancora all’agroindustria?

Sulla nuova Politica agricola UE parte la guerra di lobby tra i promotori dello status quo e chi vuole favorire agricoltura sana e ambiente

Di Corrado Fontana
carota, agricoltura, campagna, cibo, salute. CC0 Creative Commons da Pixabay.com

Quanto vale l’agricoltura europea nel bilancio dell’Unione europea? Molto. Anzi moltissimo. Circa il 30% del bilancio comunitario. Ma meno di prima. Perché, complice la fuoriuscita del Regno unito dopo Brexit, e quindi l’assenza dei suoi contributi alla Ue, c’è una sforbiciata in vista per la prossima Politica Agricola Comunitaria (PAC). Ovvero provvedimenti e stanziamenti che dovranno regolare il settore agricolo tra il 2021 e il 2027.

Lo scorso primo giugno la Commissione europea e Phil Hogan, Commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, hanno pubblicato le proposte per la PAC 2021-2027. Una sorta di colpo di pistola in aria che ha dato il via ufficiale alle strategie nazionali per indirizzare i fondi, alle pressioni delle lobby per favorire l’interesse economico dei gruppi di riferimento, alle iniziative di attivisti e ambientalisti.

Phil Hogan, Commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale. By EU2016 SK (FIELD TRIP 2016-09-12) [CC0], via Wikimedia Commons

La torta Ue dell’agricoltura perde una bella fetta

Facile capire il motivo di tanto fervore. In ballo ci sono 365 miliardi di euro in gioco. E anche se questo stanziamento proposto dalla Commissione Ue può sembrare una cifra elevata, il totale è ridotto del 5% rispetto alla dotazione del periodo 2014-2020. Non solo. Secondo i calcoli del Parlamento europeo, questo decremento si traduce in un -15% se ponderato in prezzi costanti 2018. Un taglio che andrà a discapito dei pagamenti diretti alle aziende agricole ma soprattutto del cosiddetto Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR).

Un vero peccato considerando che il FEASR è destinato, tra le altre cose, a garantire una gestione sostenibile delle risorse naturali promuovendo azioni per il clima e a raggiungere uno sviluppo territoriale equilibrato delle economie e delle comunità rurali, compresa la creazione e il mantenimento di posti di lavoro.

Cattive notizie per tutti, insomma. E quindi anche per l’Italia. La quale è al quarto posto in Europa (dopo Francia, Spagna e Germania) tra i beneficiari dei finanziamenti PAC. Vedremo perciò ridurre del 6,9% le cifre che ci riguardano in rapporto al settennato che va a concludersi. Tradotto in euro: riceveremo 36,3 miliardi di euro (32,3 miliardi in prezzi costanti 2018) contro 41.

L’ambiente conterà di più per decidere

Tagli a parte una buona notizia c’è. Ed è arrivata il 5 luglio 2018, poco più di un mese dopo la presentazione della bozza della prossima PAC, ovvero la base su cui si scateneranno le trattative per definirla. È stato infatti ufficializzato che non sarà più solo la commissione Agricoltura a gestire il dossier PAC, ma anche quella Ambiente: i due comitati condivideranno infatti la competenza sugli aspetti ambientali della riforma, facendo sì che la commissione Ambiente del Parlamento Ue abbia un ruolo attivo nella definizione della riforma.

In particolare la commissione Ambiente acquisisce «il potere di concordare congiuntamente il calendario del processo parlamentare – precisa Greenpeace Italia – e al relatore della commissione Ambiente per la PAC sarà consentito di unirsi a eventuali negoziati tra il Parlamento, i governi nazionali e la Commissione europea. Sebbene la commissione Agricoltura mantenga un ruolo guida nel processo politico e controlli la proposta ufficiale che sarà presentata al Parlamento, la commissione Ambiente avrà ora il potere di presentare emendamenti in plenaria anche senza l’approvazione della commissione Agricoltura».

Si tratta perciò di un riconoscimento del fatto che l’agricoltura ha un impatto sul Pianeta e non solo su sé stessa. In linea anche con i nove obiettivi tematici esplicitati dal documento di Hogan:

obbiettivi PAC 2021-2027
  • sostegno ai redditi agricoli, alla resilienza del settore e alla sicurezza alimentare;
  • orientamento al mercato e competitività, mediante investimenti in ricerca, tecnologia e digitalizzazione;
  • rafforzamento della posizione degli agricoltori nella catena del valore;
  • contributo al contrasto dei cambiamenti climatici e alla transizione energetica;
  • sviluppo sostenibile e gestione efficiente delle risorse naturali;
  • contributo alla protezione della biodiversità, degli habitat e dei paesaggi;
  • attrazione di giovani agricoltori e sostegno all’attività imprenditoriale nelle aree rurali;
  • promozione dell’occupazione, della crescita, dell’inclusione sociale e dello sviluppo locale;
  • contributo dell’agricoltura alle sfide sociali collegate ad alimentazione, salute e benessere animale.

Un riconoscimento che, in qualche misura, mitiga certi altolà del fronte ambientalista sulla scarsa indipendenza dei membri della commissione Agricoltura. Stando al rapporto Out of balance. Industry links in the european parliament agricolture committee molti di loro avrebbero infatti qualche conflitto d’interessi. Qualche legame di troppo con i vari comparti dell’agribusiness, per storia e carriera personale o per conoscenze dirette.

Conflitti d’interessi nella commissione Agricoltura Ue. Fonte: “Out of balance. Industry links in the european parliament agricolture committee”, maggio 2018

La ri-nazionalizzazione mette molti d’accordo

La partita, da qui alla fine dei negoziati, è ancora lunga e complessa, naturalmente. Ma c’è un’ulteriore aspetto della proposta che proprio non convince. E che, per una volta e motivi diversi, vede concorde un’opposizione diffusa tra organizzazioni di categoria, diversi europarlamentari e fronte green.

L’ipotesi di affidare ai governi degli Stati membri la responsabilità di definire i piani nazionali per l’agricoltura sembra preludere a un processo di “ri-nazionalizzazione” della Pac e dei suoi obbiettive comuni.

La flessibilità suggerita da Hogan potrebbe tradursi in una pericolosa spinta divisiva, in strategie politiche diverse e contrarie tra i Paesi, nell’inasprimento della concorrenza.

Per Greenpeace – tra le diverse criticità evidenziate – il problema è soprattutto che questi piani nazionali non fisserebbero adeguate garanzie sugli obbiettivi di tutela della salute, dell’ambiente e del clima. Lascerebbero insomma margini di autoregolazione e autocontrollo troppo ampi anche ai “meno virtuosi”.

Agricoltura e pesticidi. CC0 Creative Commons da Pixabay.com

Un rischio che preoccupa e induce la ong ad alzare la voce: «Dato che la Ue finanzia l’agricoltura industriale con miliardi di euro ogni anno, il minimo che ci si possa attendere è che questi investimenti aiutino a raggiungere obiettivi di tutela ambientale e a produrre cibo nutriente e salutare. Il Parlamento europeo e i governi nazionali devono ridefinire le priorità della PAC e smettere di finanziare grandi proprietari terrieri e aziende agricole di stampo industriale. Ognuno di noi ha il diritto di sapere che ciò che mangiamo non sta inquinando la nostra acqua, surriscaldando il pianeta o facendoci ammalare». E siamo solo all’inizio.

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