Imprese peace-driven, imprese migliori

Il concetto di “pace positiva” al centro del modello di valutazione delle imprese introdotto da una startup italiana

Raffaella Lebano, cofondatrice di Trending Peace

Impégnati per la pace se vuoi che il tuo business prosperi, perché la pace è molto più pro-business della guerra. Si può interpretare così il messaggio lanciato da una startup italiana, Trending Peace, che ha elaborato un modello per valutare quanto le imprese possono contribuire alla “pace positiva”. Agli antipodi della martellante narrazione bellicista di oggi che nel nostro futuro vede soprattutto un’economia di guerra.

La pace positiva è anche un vantaggio competitivo per le imprese

«La pace positiva va al di là dell’assenza di conflitto», dice Raffaella Lebano. Con una lunga esperienza manageriale alle spalle (è stata anche vice-segretaria generale di ActionAid Italia), è co-fondatrice di Trending Peace insieme a Beniamino Saibene, anch’egli esperto di lungo corso di economia a impatto sociale.

Il concetto della pace positiva è stato sviluppato dal sociologo e matematico norvegese Johan Galtung, scomparso nel 2024, fondatore del Peace Research Institute Oslo (Prio). «Si riferisce a un insieme di condizioni strutturali, culturali e istituzionali che permettono alle imprese di prosperare», spiega Lebano. «Di recente lo stesso Philip Kotler (economista statunitense considerato il guru mondiale del marketing, ndr) ha detto che per le aziende è importante integrare questi temi». Kotler ha inserito la pace fra le “6 P” del marketing strategico: purpose, people, partners, peace, planet, prosperity. La pace che si fa vantaggio competitivo, insomma.

Economia di pace batte economia di guerra

«L’economia di pace – riprende Lebano – rende più stabile e continuativo ogni business, lo sappiamo. Ma oggi si parla solo di economia di guerra. Che però è interessante unicamente per determinati settori e per quelli ad essi limitrofi attivi nel cosiddetto dual-use (prodotti e tecnologie a uso sia militare sia civile, ndr)».

Un’economia che alimenti la pace, invece, è proprio ciò che le persone chiedono. Ad esempio quando devono decidere di quali aziende comprare prodotti e servizi. Un’indagine effettuata da Trending Peace con l’istituto di ricerca Ipsos dice che i consumatori sono pronti in larga misura a modificare le proprie abitudini di acquisto in relazione all’impegno di un’impresa per la pace positiva. «Oltre ai consumatori, anche i dipendenti chiedono che le proprie aziende abbiano un impegno valoriale», sottolinea Lebano. «Specie i giovani talenti, che le aziende hanno l’esigenza prima di attrarre e poi di trattenere».

Come si misura la “pace positiva” delle imprese

Per misurare quanto e come un’azienda contribuisce alla pace positiva, la startup ha sviluppato un’apposita metodologia di valutazione. Si chiama Trending Peace Index (TP Index) e si basa su oltre 350 indicatori organizzati in tre aree. La prima, performance e strategie aziendali, valuta la solidità economico-finanziaria e la capacità di generare valore di un’azienda, ma anche dinamiche legate alla sua “pace interna” (policy su lavoro minorile e forzato, clima aziendale, gestione di conflitti e tensioni in azienda).

Il contesto socio-economico, invece, considera le condizioni geopolitiche e socioeconomiche dei Paesi in cui un’azienda opera (stabilità, diritti umani) e che ne influenzano l’attività e il ruolo nella comunità. Infine, l’area dell’impatto diretto interno ed esterno esamina le azioni che un’azienda può porre in essere per contribuire a costruire e diffondere la pace. Per esempio investimenti, donazioni, impegni, certificazioni. L’area centrale vale 280 dei mille punti assegnati dallo score, che si avvale di algoritmi basati sull’intelligenza artificiale, mentre la prima e la terza sono pressoché equivalenti.

«Sono escluse – precisa Lebano – le aziende che derivano più del 30% del fatturato da attività legate al settore degli armamenti. Se la percentuale è tra lo 0 e il 30%, utilizziamo il dato come fattore di abbattimento dello score dell’azienda».

I nuovi acronimi della pace: Cpr e Esgp

In tempi in cui i riferimenti alla sostenibilità sono a dir poco abusati e, specie nella finanza, la credibilità dei fattori Esg (ambientali, sociali e di governance) è stata “uccisa” da scelte assurde, la proposta di TP Index si esplicita anche in nuovi acronimi che potrebbero risultare rivitalizzanti.

Al posto della vecchia Csr (Corporate Social Responsibility) si parla di Cpr (Corporate Peace Responsibility) per esprimere l’impegno di un’azienda alla pace, con riferimento in particolare alla terza area di indicatori di cui sopra. Quanto all’acronimo Esg, TP Index fa suo l’invito dell’Hiroshima Business Forum for Global Peace 2025 che a maggio dell’anno scorso ha suggerito di trasformarlo in Esgp. La “P” significherebbe la rilevanza data al posizionamento di un’azienda sul tema della pace.

Costruire una comunità di aziende peace-driven

La costruzione dell’Index è partita a gennaio 2025. Per validare il modello, Trending Peace sta costituendo un advisory board composto da eminenti docenti universitari internazionali. Jason Miklian (Università di Oslo) ed Enrico Bellazecca (Tiresia-Politecnico di Milano) hanno il ruolo di coordinatori. In cantiere c’è anche un’attività di lobbying, su due livelli: coi Comuni, affinché nei bandi valorizzino le aziende peace-driven, e in Europa per promuovere una verticale sulla pace nei tavoli normativi.

Forse già entro l’estate è poi in arrivo una prima mappatura delle aziende italiane più contributive per la pace. «Lo score è solo un mezzo», conclude Lebano. «Il fine è accompagnare le aziende a diventare costruttrici di pace, anche per ragioni di business. Vorremmo dar vita a una comunità aziendale che vuole impegnarsi su questo fronte».

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