«Non sulla nostra pelle»: gli Ayoreo del Paraguay denunciano a Milano le concerie italiane
orai e Darajidi Picanerai a Milano contro UNIC: l'Italia assorbe il 99% delle pelli paraguaiane destinate all'UE, da territori indigeni in deforestazione
Milano, 24 aprile 2026. Davanti alla sede milanese dell’Unione nazionale delle industrie conciarie (Unic), un piccolo gruppo di manifestanti tiene cartelli con la scritta #NonsullapelledegliAyoreo. In mezzo a loro, Porai Picanerai e Darajidi Picanerai, due leader del popolo Ayoreo del Paraguay, intonano slogan che mescolano la loro lingua con quella dei sostenitori italiani di Survival International. È la prima volta che dei rappresentanti Ayoreo mettono piede in Italia. È anche la prima volta – dicono – che un’istituzione di un Paese straniero li ha ricevuti con la dignità di chi ha qualcosa da dire.
La protesta davanti a Unic è la risposta a un rifiuto: l’associazione conciaria non aveva accettato di incontrarli. La delegazione ha consegnato lo stesso una lettera alla direttrice generale Fulvia Bacchi. Nei giorni precedenti, a Roma, i due erano stati ricevuti dal Comitato per i diritti umani della Camera, presieduto dall’onorevole Laura Boldrini (che ha assunto l’impegno di «fare nostro l’appello degli Ayoreo»), dal ministero degli Affari Esteri e dal dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del Vaticano. L’incontro con l’ambasciata paraguaiana invece è stato cancellato all’ultimo minuto.

Ayoreo in Italia: chi sono e perché protestano contro le concerie
Il popolo Ayoreo conta circa 7mila individui, distribuiti tra Paraguay e Bolivia. Il sottogruppo degli Ayoreo Totobiegosode, a cui appartengono Porai e Darajidi, fu contattato forzatamente a partire dagli anni Sessanta (con un picco di violenze tra il 1979 e il 1986), attraverso vere e proprie cacce all’uomo organizzate dai missionari evangelici fondamentalisti della New Tribes Mission, oggi nota come Ethnos 360. Porai Picanerai è uno dei sopravvissuti di quella storia: ha vissuto incontattato per i primi vent’anni della sua vita, finché nel 1986 i missionari non raggiunsero anche il suo gruppo. Altri Totobiegosode, nel 2004, uscirono dalla foresta non per scelta ma per sopravvivenza, incalzati dall’avanzata dei bulldozer degli allevatori. E altri ancora resistono tuttora al contatto, vivendo in una piccola porzione di foresta rimasta intatta nel Paraguay occidentale, circondata da un mare di deforestazione.
Il motivo del viaggio in Italia è al tempo stesso semplice e brutale: l’Italia è la principale destinazione mondiale delle pelli paraguaiane. Secondo i dati raccolti dalla ONG britannica Earthsight, il nostro paese assorbe oltre la metà delle esportazioni globali di pellame del Paraguay e il 99% di quelle destinate all’Unione Europea. Dal 2018 ad oggi, secondo un’analisi di Global Witness, il Paraguay ha esportato in Italia 400 milioni di chilogrammi di pelli grezze e semilavorate per un valore di 266 milioni di dollari. Quel pellame finisce nei sedili delle automobili, nelle borse di lusso, nei rivestimenti dell’arredamento. E una parte significativa di esso proviene da allevamenti che operano nel territorio ancestrale degli Ayoreo Totobiegosode, nel Gran Chaco paraguaiano, una delle foreste che scompaiono più rapidamente al mondo.
Eudr e pellame: il lobbying delle concerie e il caso Nuti
Il viaggio arriva in un momento politicamente cruciale. La Commissione Europea sta per procedere a una revisione del Regolamento UE sulla deforestazione (Eudr), che dovrebbe imporre alle aziende di dimostrare che i prodotti importati non provengono da aree deforestate. L’industria conciaria italiana ed europea sta esercitando una pressione intensa affinché le pelli bovine siano escluse dall’ambito di applicazione del regolamento, sostenendo che il pellame sia un sottoprodotto dell’industria della carne e quindi non un elemento diretto della deforestazione. Un’analisi dell’ong Global Witness stima tuttavia che una versione rigida dell’Eudr potrebbe salvare foreste per un’estensione pari a quella dell’Austria nel corso dei suoi primi dieci anni di applicazione.
Proprio nei giorni della visita degli Ayoreo, l’inchiesta di Global Witness ha gettato ombre sulla principale figura del lobbying conciario europeo. Il report si concentra sulla figura di Fabrizio Nuti, presidente di Unic, vicepresidente di Cotance (l’associazione europea delle concerie) e amministratore delegato del gruppo toscano Nuti Ivo, acquisito nel 2023 da Lvmh, la holding del lusso che controlla Louis Vuitton, Dior e decine di altri marchi.
La conceria paraguaiana di Nuti e le pelli dal Gran Chaco
Nuti – che, come sostiene Survival, si è rifiutato di incontrare i delegati Ayoreo in Italia – anche proprietario, separatamente, di una conceria paraguaiana chiamata Lecom/Parpelli. Secondo l’inchiesta di Global Witness, questa conceria acquista pelli da Minerva Foods e Frigorífico Concepción, due grandi operatori del settore bovino sudamericano i cui fornitori avrebbero disboscato oltre 110mila ettari di foresta nel Gran Chaco dal 2021. Nuti e i gruppi da lui guidati hanno incontrato i principali decisori delle istituzioni europee sedici volte dal 2024 in poi – in media ogni due mesi – per convincerli a escludere il pellame dall’Eudr.
Cotance ha smentito di acquistare da Paraguay, nonostante i dati commerciali mostrino transazioni tra Nuti Ivo e Lecom/Parpelli. Lvmh ha negato di aver condotto azioni di lobbying per indebolire il regolamento. Nuti Ivo non ha risposto alle domande di Global Witness.
Gruppo Pasubio: un precedente virtuoso (e i suoi limiti)
Non tutte le aziende italiane del settore hanno però ignorato le denunce. Nel dicembre 2022, Survival International aveva presentato un’istanza al Punto di Contatto Nazionale dell’Ocse contro il Gruppo Pasubio, che all’epoca era il principale importatore di pelli paraguaiane in Italia. A seguito di quell’iniziativa e di un intenso dialogo con l’organizzazione, nel 2023 Pasubio aveva annunciato la decisione – tuttora confermata – di rinunciare ad acquistare pellame da fornitori i cui comportamenti minacciano, direttamente o indirettamente, le foreste abitate dagli Ayoreo.
Il caso Pasubio dimostra che il cambiamento è possibile. Ma dimostra anche i suoi limiti: un’azienda virtuosa in un settore in cui la maggioranza degli attori non ha ancora seguito l’esempio. Di questi aspetti, ne abbiamo parlato con Porai e Darajidi Picanerai. Questa di seguito è l’intervista che ne è scaturita.
Porai, lei ha vissuto una parte della sua vita senza contatto con il mondo esterno. Cosa ha provato quando ha visto per la prima volta i macchinari abbattere gli alberi del suo territorio? Da allora, cosa è cambiato in modo irreversibile?
Porai Picanerai: Nella foresta vivevo in pace, e non ci mancava nulla. Poi è arrivata la deforestazione. Sentivamo il rumore dei bulldozer ma non sapevamo cosa fossero. Quando ne ho visto uno per la prima volta, mi sono spaventato. Temevo che sarebbe tornato per fare del male alla mia gente. Ed è proprio quello che è successo.
Molti di noi ora sono ammalati a causa delle malattie che hanno preso dai conjnone [i non-indigeni, nda], tanti sono troppo deboli per lavorare o andare a caccia lontano, dove la foresta è ancora viva, per dare cibo sano ai figli. Il governo ci ha costretto a sedentarizzarci, e poi ci ha abbandonato, senza cure, né accesso a acqua e cibo. Al governo non importa nulla dei popoli indigeni.
In che momento avete deciso di cercare il contatto con il mondo esterno? Cosa ha spinto verso quella scelta e quale è stato l’impatto?
Porai Picanerai: Nella foresta eravamo felici. Avevamo tutto. Non siamo mai usciti dalla foresta per scelta, è sempre stato per forza. Prima sono stati i missionari a portarci via con la violenza a causa della loro religione. Poi è stata la deforestazione. I miei parenti che sono usciti dalla foresta nel 2004 lo hanno fatto perché erano troppo terrorizzati per continuare a vivere una vita in fuga perenne dai bulldozer degli allevatori e dal rumore assordante delle loro mandrie. Ma non desideravano farlo.
Qual è il vostro messaggio alle aziende italiane che continuano ad acquistare pellame dal Paraguay?
Porai Picanerai: Assicuratevi che la pelle che acquistate non provenga da territori indigeni deforestati! Credo che se le persone qui sapessero che il nostro popolo potrebbe presto morire a causa della deforestazione, se fossero persone perbene, non comprerebbero la pelle del Paraguay. Il Paraguay non ha un sistema per sapere da dove vengono le pelli, quindi l’unico modo per essere certi che la pelle che acquistate in Italia non provenga dalla nostra terra o non causi la sofferenza del mio popolo è fare pressione sul governo paraguaiano affinché mandi via tutte le aziende e gli allevamenti che attualmente invadono il nostro territorio, e ce lo restituisca. Questo è ciò che anche la Commissione Interamericana per i diritti umani ha ordinato al Paraguay di fare nel 2016. Tuttavia, il governo paraguaiano non ha ancora agito e il nostro territorio continua a essere nelle mani di aziende potenti che hanno annunciato nuove deforestazioni e sono pronte a disboscare sempre di più la nostra foresta. Per i nostri parenti non contattati questa sarà una condanna a morte.
Il Gruppo Pasubio ha smesso di acquistare pelli da fornitori collegati alla deforestazione del territorio Ayoreo. Questa scelta ha cambiato qualcosa di concreto sul terreno?
Darajidi Picanerai: In Paraguay si è parlato molto della decisione di Pasubio. È stata un’ottima cosa. È importante che il Paraguay abbia un meccanismo per garantire che il pellame che viene acquistato non provenga dalla deforestazione del nostro territorio o di qualsiasi altro territorio indigeno. Le aziende che operano sul nostro territorio non dovrebbero stare lì. Pasubio lo ha riconosciuto e questo ha fatto molto scalpore in Paraguay. Noi indigeni non veniamo ascoltati nel nostro Paese, ma un’azienda come Pasubio sì.
Questo è il primo viaggio di indigeni Ayoreo in Italia. Cosa vi aspettate da questi incontri con le istituzioni, con i giornalisti, con i cittadini italiani?
Darajidi Picanerai: Siamo venuti a chiedere il vostro aiuto perché nel nostro Paese nessuno ci ascolta. È la prima volta che un’autorità tanto alta di un altro paese ci dà l’opportunità di parlare. Non ci era mai successo prima in Paraguay. E l’ambasciatrice [del Paraguay in Italia, nda] ha annullato l’incontro fissato con noi proprio all’ultimo minuto. Allora ho pensato “è normale e anche meglio così, perché è così che vanno le cose in Paraguay, e tutti qui potranno vedere come ci tratta il governo del nostro Paese”.
Abbiamo bisogno che l’Italia faccia pressione sul governo paraguaiano affinché rispetti la propria legge e il diritto internazionale sui popoli indigeni e sulla protezione delle foreste. L’Italia, in quanto principale destinazione di tutta la pelle esportata in Europa, ha il dovere di assicurarsi che questa pelle non provenga dalla nostra terra indigena, specialmente da dove vivono i nostri parenti incontattati.
Cosa porterete a casa da questo viaggio?
Darajidi Picanerai: A Milano siamo stati accolti da tante brave persone, che ci hanno ascoltato. Non ci era mai capitato prima, sono venute anche a protestare insieme a noi. Non pensavamo che la nostra storia potesse interessargli. E siamo rimasti colpiti dal vedere Survival lavorare così duro per noi. In Paraguay siamo invisibili per tutti: non solo per il governo, ma anche per la gente del paese, e c’è tanto razzismo nei nostri confronti. Ora sappiamo che non siamo soli.




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