Una start-up italiana che sta facendo molti soldi (licenziando)
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Evernote, WeTransfer, Meetup, Vimeo, AOL: dietro molte app che usiamo ogni giorno c’è Bending Spoons, azienda milanese fondata da Luca Ferrari e da poco quotata al Nasdaq. Il suo metodo è comprare software già affermati, alzarne i prezzi e licenziare gran parte di chi ci lavorava. In questo episodio di Unchained raccontiamo come è cresciuto il principale unicorno italiano, i dubbi del Wall Street Journal sul suo debito e perché lo stesso Ferrari definisce la sua impresa per un quarto private equity.
In questo episodio
- Un intervento di Luca Ferrari, fondatore e amministratore delegato di Bending Spoons
- Un intervento di Marcello Ascani, youtuber che racconta il mondo delle aziende
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Meetup è un’app che permette di pubblicizzare online eventi di qualsiasi tipo, e di trovare quelli che altri hanno organizzato nella nostra zona. Potreste conoscerla se avete fatto l’esperienza di trasferirvi in una città nuova e cercare amici o, se avete buona memoria, perché era l’app che usavano i primissimi 5 Stelle per organizzare i loro gruppi locali – che infatti si chiamavano, informalmente, Meetup.
WeTransfer, invece, è uno dei servizi più usati al mondo per trasferire file. Ci caricate qualsiasi cosa, anche se di solito la si usa per video, audio e foto, e lui ve lo carica sul cloud, permettendovi di accedere tramite un link.
AOL, o America Online, dovete avere una certa età per conoscerlo. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila era stato il più importante provider di email e servizi web, prima di Google, Yahoo e compagnia.
Anche se siete decisamente più giovani ricorderete Immuni, l’app del governo italiano sviluppata durante il Covid che permetteva di segnalare la propria positività al virus e notificarla, anonimamente, a tutte le persone con Immuni installato che ci erano state vicine nei giorni precedenti. Fu uno dei tentativi più ambiziosi dell’allora esecutivo Conte di prevenire il contagio, e anche uno dei più fallimentari.
Meetup, WeTransfer, AOL, Immuni hanno in comune tra loro e con altri software famosi – Evernote, Vimeo, Issuu, StreamYard, Eventbrite – un’azienda e un nome. L’azienda è Bending Spoons, ha sede a Milano e da poco si è quotata al Nasdaq di New York, la prima italiana a farlo. Online se ne parla come del principale unicorno del nostro Paese – dove unicorno significa una start-up che ha superato il miliardo di dollari di capitalizzazione – e come un’eccezione, in una nazione dove le aziende informatiche sono poche e piccole. Il nome da ricordare è quello di Luca Ferrari, il giovane e ambizioso amministratore delegato e fondatore che, di podcast in podcast, racconta la sua ricetta per il successo.
Una ricetta fatta di duro lavoro, intuizione e, soprattutto, moltissimi licenziamenti.
Piegare il cucchiaio
C’è questa scena famosa in Matrix in cui un bambino – non facciamo spoiler – piega un cucchiaio con la forza del pensiero. Poi si rivolge all’adulto che ha di fronte e gli dice: «Non cercare di piegare il cucchiaio, è impossibile».
Ecco, Bending Spoons – letteralmente, piegando cucchiai – prende il nome da questa scena. Il suo slogan, tuttora, è: «Impossibile? Forse!». La storia di quest’azienda che il pubblico italiano conosce poco e che, al contempo, sta diventando tra le più importanti del nostro Paese, è di quelle tipiche della Silicon Valley. Anche nei cliché: idee nella camera di un college, amici che diventano colleghi eccetera. Ma, invece che sotto il sole di Cupertino, si svolge in gran parte nella nebbia di Milano.
Tutto comincia a Copenaghen nel 2011, dove Luca Ferrari e due suoi amici stanno finendo un master. Dal loro appartamento, decidono di aprire una start-up basata sull’intelligenza artificiale, decisamente prima degli LLM e dell’ondata attuale di IA. Quell’app va malissimo ma, quando decidono di abbandonarla, gli amici hanno ancora in tasca 40mila euro ottenuti come finanziamento. E li usano come base per la loro seconda idea, quella giusta: Bending Spoons. Tornano in Italia, la aprono là, e iniziano a crescere.
Comprare, alzare i prezzi, licenziare
Di base, Bending Spoons sarebbe una software house, cioè un posto in cui si creano programmi per computer o telefoni. Per dire, la loro prima app diventata popolare si chiamava Live Quiz – Vinci soldi veri (bei tempi quelli in cui si poteva avere successo con prodotti dal nome simile!) ed era una sorta di Eredità di Rai 1, ma giocata sul proprio smartphone. In realtà Bending Spoons si è specializzata in un’attività diversa: comprare software che esistono già, cambiarli, aumentarne il costo e licenziare quasi tutti quelli che ci lavoravano prima.
La prima acquisizione era stata un’app per personalizzare la tastiera dell’iPhone, pagata 10mila dollari – di nuovo, bei tempi quelli in cui cose simili andavano di moda! L’ultima, ancora in corso, si valuta sopra il miliardo. Per dare l’idea di come quest’azienda italiana, senza che il pubblico se ne accorgesse troppo, è diventata decisamente grossa.
Di Bending Spoons si parla, quando se ne parla, per dire due cose.
La prima è che è un posto di lavoro molto diverso dalla tipica azienda italiana. I salari sono più alti, la selezione all’ingresso è strettissima, la cultura aziendale è da Silicon Valley, con sale per i pisolini e tavoli da ping-pong in mezzo agli uffici. Questa è la parte del racconto che a Luca Ferrari e ai suoi piace molto.
La seconda è che licenzia molto. Nel 2023, quando Bending Spoons ha acquistato l’app statunitense Evernote – serve a prendere appunti – ha licenziato tutto lo staff americano e ha trasferito la sede in Italia. Nel 2024 ha comprato Mosaic, a sua volta una software house con sede a New York, e ha licenziato tutti i trecento e passa dipendenti. Ai lavoratori di WeTransfer, che invece è olandese, è andata meglio: espulso solo il 75% della forza lavoro.
Questa parte a Ferrari probabilmente piace meno che venga raccontata, ma va detto che non la nasconde. Un dirigente di Bending Spoons, ad esempio, ha annunciato da poco sul suo profilo X il licenziamento di quasi tutti i dipendenti di un’altra azienda acquisita, scrivendo così: «Non è un riflesso del loro lavoro, ma della nostra profonda convinzione che piccole squadre lavorino meglio e di più. Se sei tra coloro che se ne vanno, grazie! Se stai assumendo, invece, queste sono ottime risorse».
Loro, comunque, sono entusiasti. Tipo, quando si sono quotati a Wall Street, saltando direttamente Milano e Piazza Affari, hanno portato tutto lo staff con loro a New York e invitato anche Marcello Ascani, un influencer che si occupa di aziende – diciamo che il suo è un po’ Unchained, ma su YouTube e in senso positivo. E l’umore era questo.
I conti che non tornano
Non tutti sono così entusiasti. A settembre il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo intitolato «In Bending Spoons, i numeri sono il vero rompicapo». In pratica, il giornale teme che il modello di business dell’azienda – basato su tanto debito per fare tanti acquisti e aumentare tanto il prezzo dei prodotti – possa essere pericoloso. Il punto è che i soldi l’azienda li fa non tanto attirando nuovi utenti sulle app che compra. Anzi, tendenzialmente dopo l’acquisto gli utenti li perde, ma aumenta quello che pagano. E per ora funziona, evidentemente, ma a un certo punto potrebbe non bastare più. Specie se il contesto dovesse peggiorare, ad esempio con aumenti dei tassi d’interesse che rendono più difficile sostenere il debito.
Una cosa interessante è che i commenti all’articolo del Wall Street Journal sono pieni di lamentele. Tutta gente che usava servizi di Bending Spoons prima che Bending Spoons li comprasse. E che ora li ha abbandonati, abbastanza sdegnosamente. «Quando sono stati introdotti gli abbonamenti a pagamento su Evernote ero d’accordo (ehi, è un prodotto che uso, dovrei essere disposto a pagare QUALCOSA). Tuttavia, sono assolutamente furioso per i GIGANTESCHI aumenti di prezzo», dice un utente. «Dopo circa 15 anni di abbonamento a Evernote, sono passato a Joplin e l’unico rimpianto è non averlo fatto prima», è il commento di un altro. «Semplicemente, non è un’azienda attenta ai clienti», dice un altro ancora.
Tre ragioni per interessarsi a Bending Spoons
Ci sono almeno tre ragioni per cui dovreste interessarvi a Bending Spoons, anche se non usate Evernote e non commentate infuriati sul Wall Street Journal.
La prima è che, anche se non siete utenti di una delle aziende comprate da Luca Ferrari e i suoi, potreste diventarlo. Le acquisizioni sono sempre di più, di servizi sempre più usati, e se un giorno trovate un pop-up che vi chiede di pagare sul sito che avete sempre avuto gratis, tornate a questo episodio: potrebbe spiegarvi il perché.
La seconda è che – per fortuna o purtroppo, citando Gaber – siamo italiani, ed è bene sapere chi sono gli astri nascenti della nostra economia nazionale. Negli Stati Uniti quelli che chiamiamo tecno-oligarchi – i vari Musk, Bezos, Zuckerberg, Gates – hanno preso da tempo il posto dei vecchi capi delle compagnie petrolifere o dell’auto. Da noi questo processo non si è visto più di tanto. O meglio, anche noi siamo passati a occuparci delle decisioni di Musk, Bezos e compagnia, mentre il comparto informatico nostrano esiste a stento. Ma un’azienda del settore di successo può, potenzialmente, accumulare molto potere.
La terza è che la storia di Bending Spoons ci dice qualcosa sul sistema economico in cui viviamo. L’idea che abbiamo in testa del capitalismo si è formata con quello del secolo scorso, fatto di dinastie di paperoni che fanno i milioni nell’economia reale – costruendo macchine, vendendo petrolio, assemblando telefoni – di solito legati a un territorio e a un settore. Ma quel mondo è sempre più residuale. Dagli anni Ottanta del secolo scorso, e ancora di più con la crisi del 2008, il capitalismo si è finanziarizzato. Ovvero, girano sempre meno soldi nel mondo di chi fa cose, e sempre più in quello di chi presta denaro, compra azioni, specula sulle stesse e così via. Qui su Unchained abbiamo parlato spesso dei fondi d’investimento, cioè enormi aziende che gestiscono denaro altrui e lo usano per comprare e vendere in continuazione pezzi di imprese, scommettendo sul guadagnarci ogni volta. Abbiamo parlato anche dei fondi di private equity, cioè una specifica categoria di fondi che compra intere aziende, le ristruttura – ovvero, spesso riduce i costi licenziando la gente – e le rivende.
Ecco, Bending Spoons per ora non ha mai rivenduto nessuna app. Ma lo stesso Ferrari ha detto che la sua impresa è «25% private equity e 75% società tecnologica». Un ibrido abbastanza unico, ma anche un po’ il segno dei tempi. E di come l’unicorno italiano, la speranza per l’innovazione informatica del nostro Paese, fondi il suo successo sul comprare prodotti altrui – migliorarli, forse, licenziare, di sicuro – e aumentare i prezzi. Tutto legale, tutto lecito, e forse un peccato che non sappiamo fare di meglio.



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