Revolut: nell’iper-pubblicizzata banca online è tutto oro quello che luccica?
Dalle condizioni di lavoro ai conti congelati, dalla poca sicurezza alla pubblicità ingannevole, tutti i problemi della banca online Revolut
«Non rompetemi le… banche». Gira un po’ ovunque in Italia la campagna pubblicitaria di Revolut, che da qualche anno si avvale come testimonial di varie celebrità televisive o presunte tali. Revolut si presenta come la classica banca online che facilita tutta una serie di operazioni in chiave smart come prelievi, pagamenti, trasferimenti, rateizzazioni, investimenti azionari o in crypto. Tutte a costo zero. O almeno questo promette la banca anche se, come vedremo, non sempre è così.
A questo Revolut, che funziona con diversi tipi di abbonamento – quindi a pagamento, anche se non sempre è chiarissimo o spiegato bene – aggiunge anche servizi tecnologici per cui di solito si utilizzano altre app. In effetti più che una semplice banca, Revolut è uno di quei colossi fintech globali che proliferano negli ultimi anni. Una società, in altre parole, che mette a disposizione l’infrastruttura tecnologica per operare nel mondo finanziario. O meglio opera grazie ai nostri soldi nel mondo finanziario. E il cui successo sembra inarrestabile.
Come molte banche non ha come obiettivo gli investimenti sostenibili
Come scrive il Guardian, infatti, dopo la ricapitalizzazione a settembre 2025 il suo valore è salito a 75 miliardi di dollari. E ha dichiarato profitti per il 2024 per oltre 1 miliardo. Nel 2020 valeva 5,5 miliardi di dollari. E nel 2021 era già salita a 33 miliardi. Revolut è quindi un “unicorno“, una di quelle startup nate con capitali privati e spesso misteriosi, mai quotata in Borsa, la cui valutazione in poco tempo supera il miliardo di dollari. Ma, come per tutti gli immaginari unicorni, c’è una serie di problemi reali.
Innanzitutto, come per ogni banca si pone la questione degli investimenti. Per quanto dipinti di verde o arcobaleno spesso includono armi e combustibili fossili. In questo caso, almeno sulle armi, Revolut sembra un passo avanti alle concorrenti, dato che scrive «non si può aprire o detenere un conto Revolut Business se si svolge qualsiasi tipo di attività commerciale o lavorativa relativa ai seguenti settori: Armi, difesa e armamenti».
Mentre sulla questione ambientale sono più elastici. Nel senso che non hanno chiare politiche di esclusione sui combustibili fossili. Anzi, come dichiarano loro stessi «questo prodotto finanziario promuove caratteristiche ambientali o sociali, ma non ha come obiettivo gli investimenti sostenibili». Ma i veri problemi di Revolut sono altri.
Gli strani rapporti con la Russia del fondatore Nik Storonsky
Si può cominciare da quelli del suo fondatore Nik Storonsky, un russo diventato cittadino britannico che ha lavorato per Lehman Brothers e Credit Suisse, la prima crollata trascinandosi dietro il sistema finanziario del mondo intero, la seconda al centro di scandali ai limiti dell’incredibile. Secondo Forbes, a oggi il suo patrimonio ammonta a 18,8 miliardi di dollari. E i rapporti con la Russia appaiono per lo meno controversi.
Se ha dichiarato di avere rinunciato alla cittadinanza della nazione guidata da Putin a causa dell’invasione dell’Ucraina, nel 2025 ha congelato i conti di diversi cittadini russi su Revolut. Sostenendo di averlo fatto in accordo con le sanzioni europee. Il Financial Times però ha spiegato non solo come questa decisone fosse arbitraria, e non seguisse le normative europee, ma fosse addirittura funzionale alla pratica russa di silenziare dissidenti e oppositori attraverso operazioni bancarie. Togliendo loro, appunto, i soldi.
La nascita di Revolut
Nata nel 2015 come app per fare trasferimenti tra Regno Unito e Unione europea, si trasforma in un servizio tecnologico a pagamento nel 2017, offrendo Iban per effettuare transazioni in diverse valute. Nel 2018, attraverso la Banca di Lituania, riesce a ottenere la licenza bancaria dall’Unione europea e comincia a operare come istituto di credito online. Nel 2023 si trasferisce dalla Lituania all’Irlanda, mentre nel frattempo comincia a operare come banca online in Francia, Spagna e Germania. Ma non nel Regno Unito, dove ha ancora oggi la sua sede. La licenza arriva solo nel 2024, dopo tre anni dalla richiesta. E con diversi contrattempi. Nel frattempo, infatti, occorre affrontare vari problemi.
Condizioni di lavoro malsane, poca sicurezza e conti in banca congelati
Già nel 2019 emergono racconti poco edificanti sulle condizioni di lavoro in Revolut, tra presunti casi di bullismo, lavori non pagati e turni massacranti, come racconta un’inchiesta di Wired. Tra il 2019 e il 2020 Revolut congela poi una serie di conti senza fornire spiegazioni. Diventano famosi i casi di un cliente con oltre 90mila sterline bloccate. E quello di una startup energetica francese che si trova con 300mila sterline congelate e per questo non riesce a pagare i dipendenti. Ma non è finita qui.
I clienti di Revolut cominciano a lamentarsi perché la fintech non li protegge dalle truffe online, anzi dice che è colpa loro. Nel caso di un cliente che ha scritto al Guardian, i soldi spariscono nel 2023, quando Revolut non ha ancora ottenuto la licenza a operare come banca nel Regno Unito. Mentre il programma d’inchiesta “Panorama” della Bbc racconta della facilità con cui supposti criminali entravano nei conti correnti e li svuotavano non trovando sistemi di sicurezza adeguati. In totale, spiega l’emittente britannica, le denunce per frode dei clienti di Revolut dal 2023 al 2024 sono state più di quelle che interessavano Barclays, la più grande banca del Regno Unito.
Revolut multata in Italia per 11 milioni di euro
Revolut non ha problemi solo nel Regno Unito, ma anche in Italia. Lo scorso luglio l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ovvero l’Antitrust, ha aperto un’istruttoria nei confronti della fintech. Si parla di presunta pubblicità ingannevole, di scarsa trasparenza sui costi nascosti e di mancata comunicazione su altri costi e commissioni. Inoltre ci sarebbero vincoli non favorevoli per i clienti per quello che riguarda gli investimenti in criptovalute. Sempre a luglio, ispettori dell’Antitrust e della Guardia di finanza hanno perquisito la sede italiana di Revolut.
La risposta? «Non rompetemi le… banche». Una pubblicità ancora più aggressiva, con ancora più celebrità o presunte tali a raccontare le sorti magnifiche e progressive di quella che secondo il Sole 24 Ore a settembre 2025, proprio mentre a Londra veniva effettuata la maxi ricapitalizzazione con la vendita delle azioni, era già la quinta banca in Italia per dimensioni. E, con quattro milioni di clienti totali a livello di retail, la prima tra le banche straniere che operano sul nostro territorio.
E così oggi l’Antitrust ha inflitto sanzioni per oltre 11 milioni di euro a diverse società del gruppo. Revolut Securities Europe Uab e Revolut Group Holdings Ltd sono state multate per 5 milioni di euro per aver omesso di fornire ai clienti informazioni chiare ed esaustive sulla presenza di ulteriori costi. Le sanzioni per 5 milioni a Revolut Group Holdings Ltd e Revolut Bank Uab riguardano invece la gestione dei conti. Quelle da 1,5 milioni di euro per non aver fornito informazioni chiare ed esaustive su requisiti e tempistiche. In un comunicato Revolut sostiene di avere sempre offerto «comunicazioni chiare e trasparenti». E annuncia che farà ricorso.




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