Ridurre la diseguaglianza, con la tecnologia. 15 proposte concrete

Il progresso tecnologico ha provocato benessere, ma anche disparità sociale. Il Forum delle diseguaglianze e delle diversità propone 15 soluzioni concrete per invertire rotta

Di Rosy Battaglia

L’innovazione tecnologia, in molti casi, ha generato diseguaglianza sociale. Perché ha creato un divario tra chi ha potuto approfittare dei vantaggi che offre e chi invece è rimasto indietro. Ma ora la stessa tecnologia può contribuire a ridurre tale gap sociale (che spesso ha creato un clima di tensione). È una delle principali conclusioni a cui è giunto il lungo lavoro del Forum delle Disuguaglianze e delle Diversità, due anni di studio sfociati nel rapporto “15 proposte per la giustizia sociale“, presentato a Roma lo scorso 25 marzo.

Il Forum è un cartello di associazioni, economisti e studiosi il cui volto più noto è quello di Fabrizio Barca, economista e politico, ex ministro della Coesione territoriale del governo Monti, tra i promotori del Forum. Ma non si limita certamente a lui. Il forum raggruppa associazioni e studiosi che da sempre si occupano del tema della disuguaglianza: dalla Caritas alla Fondazione Basso, da ActionAid a Cittadinanzattiva, da Dedalus Cooperativa sociale, fino alla Fondazione di Comunità di Messina, Legambiente e Uisp.

Tecnologia, da causa a soluzione della diseguaglianza

Il cambiamento tecnologico insomma ha creato benessere, ma anche povertà e diseguaglainza. Da un lato, infatti, si legge nel rapporto, “ha generato progressi, anche per i ceti deboli, in molti campi: salute, diritti, sicurezza sul lavoro, tempestività dei servizi, energia, diffusione delle informazioni, mutualismo su rete e intrattenimento. Dall’altro ha alimentato l’ingiustizia sociale, perché ha provocato una concentrazione del controllo della conoscenza nelle mani di pochi.

Il Forum delle diseguaglianze e delle diversità ha individuato tre  questioni chiave che finora hanno provocato diseguaglianza, ma che, se risolte, potrebbero permettere di invertire rotta, trasformando il progresso tecnologico in uno strumento per contrastare proprio la diseguaglianza sociale.

  1. il paradosso, per cui un vasto patrimonio pubblico di open science viene costruito da entità pubbliche e con mezzi finanziari di tutti noi, per poi lasciarne l’utilizzo a pochi soggetti privati che lo privatizzano per costruire potenti posizioni di monopolio;
  2. l’esasperazione della protezione della proprietà intellettuale avvenuta con l’Accordo TRIPS;
  3. avere permesso l’affermazione di una “sovranità privata” di pochi monopoli sui dati personali che immettiamo in rete e sugli algoritmi di apprendimento automatico che li utilizzano al di fuori del nostro controllo.

Redistribuire la ricchezza

Il Rapporto ha dato vita a quello che è stato chiamato il “programma Atkinson per l’Italia, dal nome del grande economista inglese, morto due anni fa, che ha dedicato la sua vita a questi temi (Inequality. What can be done?” , “Diseguaglianza, cosa si può fare?” è il suo lavoro più celebre).

Obiettivo del Rapporto: fornire strumenti pratici e proporre azioni realizzabili per risolvere il problema della diseguaglianza sociale, o almeno i suoi eccessi.

Il tutto a costo zero per le finanze statali: come si legge nella relazione del Forum Disuguaglianze Diversità, la maggioranza delle proposte non ricade sul bilancio pubblico. Gli interventi proposti richiedono o comportano una diversa programmazione delle spese che già si sostengono o indicano gli strumenti finanziari per la copertura.

Makkox per il Rapporto 15 proposte per la giustizia sociale, Forum Disuguaglianze Diversità, marzo 2019

Le 15 proposte in dettaglio

Ecco dunque le 15 proposte, per “risolvere” il problema della diseguaglianza sociale proposte dal Forum delle diseguaglianze e delle diversità. Si sviluppano attorno a tre momenti principali, in cui, secondo i ricercatori, si forma la ricchezza. Dove quindi negli ultimi anni qualcosa “non ha funzionato”, perché la ricchezza è stata distribuita in modo iniquo:

  • il cambiamento tecnologico: la tecnologia ha infatti prodotto una concentrazione della conoscenza nelle mani di pochi;
  • la relazione tra lavoro e impresa: le decisioni di chi controlla le imprese determinano le sorti dei lavoratori, in ambito di salario ma anche di diritti e di dignità;
  • il passaggio generazionale: il contesto in cui si nasce determina gran parte della propria sorte in ambito sociale;

Per fare tutto ciò, dicono gli esperti, occorre ripartire dalla riappropriazione della conoscenza e delle informazioni da parte del pubblico, dopo che i colossi del web hanno sfruttato, in modo commerciale, i dati immessi in internet da oltre 4 miliardi di persone. E da una Pubblica Amministrazione che faccia un uso concreto dell’open source e della condivisione di idee nell’interesse della collettività, che premi le competenze organizzative.

1: La conoscenza come bene pubblico globale

La prima proposta riguarda i brevetti sui farmaci. Per impedire che si apra un divario ingiustificabile fra chi può e chi non può permettersi i farmaci antitumorali e indebolisca i sistemi sanitari nazionali, il Rapporto propone la modifica dell’accordo TRIPS del 1995 che legifera gli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale.

Basti pensare ai prezzi che potranno essere chiesti, dai privati, per i prodotti che saranno sviluppati sulla base dei risultati dello Human Genome Project (HGP), costato circa 3 miliardi di dollari, interamente finanziati dal settore pubblico di diversi Paesi. Sono lontani i tempi in cui governo sudafricano di Mandela, in piena crisi HIV-AIDS, permise il ricorso a farmaci generici non protetti da brevetto, e vinse.

La conoscenza come bene pubblico globale

2: Il modello del Cern di Ginevra per un Europa più giusta

Nella pubblica opinione italiana si è creato un forte pregiudizio che fa credere che il pubblico sia meno efficiente del privato. Nulla di più falso. L’esempio da perseguire, che dimostra come per avere organizzazioni efficienti ed efficaci non è necessario l’obiettivo del profitto, c’è già. È quello del più importante sistema europeo di ricerca pubblica, il CERN di Ginevra, composto da circa trecento maggiori infrastrutture di ricerca (oltre mille, con quelle minori).

Tutte imprese pubbliche caratterizzate da autonomia di bilancio e manageriale con un grande capitale di open science, in grado di ridurre le disuguaglianze della popolazione più povera. Da qui la proposta del Forum DD di estendere il ruolo delle imprese pubbliche dalla ricerca di base alle fasi dell’innovazione e commercializzazione, rompendo il potere dei grandi monopoli e l’appropriazione privata di idee e brevetti, direttamente nel mercato.

Il “modello Ginevra” per un’Europa più giusta
3. Una nuova strategia per gestire imprese e partecipate pubbliche italiane

È anomalo che gli amministratori pubblici che esercitano il controllo di imprese per conto dei cittadini, non abbiano un mandato strategico. Dopo aver avuto una funzione di traino economico nel dopoguerra, le imprese pubbliche italiane e le partecipate statali sono degenerate, progressivamente, a causa di governi e partiti che le hanno usate per obiettivi di corto respiro e con finalità di consenso elettorale.

Il Forum DD propone di affidare alle imprese pubbliche missioni strategiche di lungo periodo, relative oltre che alla competitività  e alla sostenibilità ambientale, anche alla giustizia sociale. A partire dalla Cassa Depositi e Prestiti (CDP) che con le sue partecipate e le imprese controllate dal Ministero dell’Economia e Finanze (MEF), occupa complessivamente 480mila dipendenti con un attivo di bilancio pari a circa 6,5 miliardi di euro

Una strategia per le imprese pubbliche italiane che pesi sulla giustizia sociale4. Promuovere la giustizia sociale nelle Università italiane

L’Università ha una grandissima responsabilità e un fortissimo impatto sulla giustizia sociale, attraverso i suoi compiti canonici: la ricerca e l’insegnamento. La ricerca può accrescere o diminuire la giustizia sociale, a seconda se i suoi risultati vengono usati per il bene comune o siano iperprotetti dalla proprietà intellettuale. Oggi le università sono indotte a disattendere tale obbiettivo, perché sono diminuiti i fondi pubblici e devono ricorrere a finanziamenti privati.

Da qui la richiesta di introdurre la giustizia sociale nella valutazione della “terza missione” delle università, quella cioè che riguarda il suo impatto sulla società. Come fare? Istituendo premi per progetti di ricerca che la accrescono; indicendo bandi per progetti di ricerca che mirano agli stessi obiettivi di equità e redistribuzione delle risorse economiche nella società.

Promuovere la giustizia sociale nelle missioni delle Università italiane5. Monitorare la qualità nella ricerca privata

Il sostegno pubblico alla ricerca privata aiuta, spesso, a correggere la tendenza delle imprese private a investire, in Ricerca e Sviluppo, meno di quanto sarebbe socialmente utile, per via dell’incertezza degli esiti di tale investimento. Ma se lo Stato eroga finanziamenti pubblici senza aver nessun controllo, nasce un paradosso: grazie ai nostri fondi la giustizia sociale anziché aumentare viene ancora ridotta.

Il Forum propone quindi che la giustizia sociale sia introdotta come criterio valutativo prima e dopo l’accesso al finanziamento delle imprese private. Quest’ultime devono così assicurare tutela della salute, qualità del lavoro e sicurezza per i lavoratori. Vanno poi verificati i riflessi della ricerca sui prezzi dei nuovi prodotti e il metodo adottato per il confronto pubblico con il territorio, in merito all’impatto ambientale che può derivare dalle produzioni.

Promuovere la giustizia sociale nella ricerca privata

6. Una collaborazione tra Università e piccole e medie imprese per generare conoscenza

Sia Italia che Germania sono caratterizzate da un tessuto di Piccole e Medie Imprese (PMI) manifatturiere, organizzato in distretti, entrato in crisi negli anni 90. Modello messo in discussione dall’ulteriore accelerazione del cambiamento tecnologico e dall’esasperazione della protezione della proprietà intellettuale. La Germania per far fronte alla crisi ha creato l’istituto dei Fraunhofer, centri di innovazione per coordinare e centralizzare parte della ricerca delle PMI.

L’Italia, sottolineano dal Forum Disuguaglianze Diversità, anziché creare una nuova agenzia, dovrebbe invece sfruttare le relazioni con Università o  i centri di competenza delle grandi imprese. Sfruttare le esperienze già esistenti, già attive in diversi luoghi del Paese, che sono ancora però isolate. Mentre andrebbero diffuse e replicate, attraverso una migliore circolazione delle informazioni e linee guida comuni.

Collaborazione fra Università, centri di competenze e piccole e medie imprese7. Una nuova sovranità collettiva su dati personali e algoritmi

L’utilizzo degli algoritmi tocca oggi tutte le dimensioni della nostra vita: il lavoro (reclutamento, valutazione, orari), le politiche pubbliche (assistenza sociale, sicurezza, giustizia), la politica (informazione, propaganda), e il consumo di servizi e beni sul mercato (prodotti in rete e pubblicità). La strada è segnata dalle esperienze e dalla mobilitazione che altri paesi stanno realizzando su questo tema.

Il Forum chiede di mettere alla prova il Regolamento Europeo per la Protezione dei Dati che fissa principi all’avanguardia sul piano internazionale, a partire da una pressione crescente sui giganti del web. Sostenendo invece le sperimentazioni di piattaforme digitali comuni e le comunità di innovatori in rete.

Costruire una sovranità collettiva sui dati personali e algoritmi8. Recuperare le aree isolate con i dividendi del cambiamento tecnologico

In Italia, la spesa per investimenti pubblici complessivi (incluse le infrastrutture economiche) è crollata da 47 a 34 miliardi di euro fra 2007 e 2017. Quella dei soli enti locali si è addirittura dimezzata. Per ovviare a questo gap, la proposta del Forum è radicale. Estendere la Strategia delle Aree Interne, metodo sviluppato in Europa e in Italia, per far uscire dall’isolamento le aree meno servite, a partire dagli Appennini, alle  periferie e alle aree fragili delle grandi città.

Un processo che ha funzionato, che coinvolge 1.200 sindaci, due milioni e mezzo di italiani, molte organizzazioni di cittadinanza, il 16% del territorio nazionale, finanziata attraverso fondi UE. Come finanziare l’estensione della strategia allo sviluppo di altri luoghi bisognosi di giustizia sociale? Con lo spostamento dell’investimento dei dividendi del cambiamento tecnologico, nei servizi pubblici fondamentali alla cittadinanza dove maggiori sono presenti i divari economici: salute, servizi sociali, casa, trasporti.

Strategie di sviluppo rivolte ai luoghi

9. Appalti innovativi per una Pubblica amministrazione al servizio delle persone

Uno degli strumenti chiave nella gestione della Pubblica Amministrazione, in un processo che miri alla giustizia sociale, sono gli appalti innovativi.  Già previsti in sede nazionale e europea, si distinguono da quelli pubblici in vigore, perché permettono una migliore selezione dei committenti e di sollecitare una concorrenza fra le idee migliori. Anche se, a oggi, in Italia la loro diffusione appare decisamente modesta, il Rapporto descrive i primi usi efficaci.

In Lombardia, per sviluppare nuovi macchinari per la salute; in Puglia, per localizzare le perdite idriche delle condotte; in Valle d’Aosta per dotarsi di laboratori di innovazione aperta. Esempi più avanzati in Spagna. A Barcellona, grazie agli accordi pre-commerciali, la responsabile dei servizi tecnologici del comune ha avviato in trasparenza e open source, la costruzione di una piattaforma digitale.  Un processo che ha portato alla condivisione di tutte le informazioni, dalla qualità dell’aria, movimento auto e persone, a disposizione di tutta la comunità. Con un elevato contenimento dei costi.

Gli appalti innovativi per servizi a misura delle persone

10. Giustizia sociale per una giustizia ambientale

“La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile” scriveva Alex Langer. Il ForumDD ribadisce il concetto: giustizia ambientale e giustizia sociale sono interdipendenti e sono “costrette” a marciare assieme, anche nell’aggredire l’inquinamento, il degrado ambientale e il cambiamento climatico. Ma se i ceti deboli avvertono che le misure assunte per la sostenibilità ambientale hanno nel breve termine effetti negativi proprio per loro, (vedi, ad esempio, l’effetto dell’aumento dei prezzi degli idrocarburi) si opporranno al cambiamento.

Un Green New Deal è possibile, quindi, solo se i progetti ambientali, decisivi per le future generazioni, siano davvero equi per le fasce di popolazione più povere. A partire dalle modifiche dell’Ecobonus per l’incentivazione delle riqualificazioni energetiche degli edifici, agli interventi sulla mobilità sostenibile che favoriscano le persone con reddito modesto. Alla recupero delle aree industriali dismesse che vedano il coinvolgimento diretto della cittadinanza.

11. Per uno Stato più giusto una nuova Pubblica Amministrazione

Come sottolineano i curatori del rapporto del Forum DD, in un processo di rinnovamento dello Stato, è necessario un’alta qualità dell’attività amministrativa. Che in Italia manca. Che fare, allora? La proposta è prima di tutto, quella di identificare le “filiere amministrative” (dai livelli locali a Roma, passando per le Regioni) coinvolte nei processi che si decide di attuare. E quindi di introdurre, per tutti i funzionari e dirigenti, le innovazioni essenziali.

Le proposte del Forum mirano a una nuova politica del personale, che preveda un rinnovamento generazionale e assunzioni. Che elimini gli incentivi monetari legati ai risultati e li sostituisca con meccanismi legati alle competenze organizzative. Con forme sperimentali di autonomia finanziaria della dirigenza, interventi che incentivino gli amministratori a prendere decisioni mirate sui risultati, non sulle procedure. Introducendo anche uno strumento di confronto fra politica, amministrazione e cittadini per la valutazione dei risultati.

Reclutamento, cura e discrezionalità del personale delle PA

12. Salario minimo a 10 euro all’ora e lotta alle irregolarità sui luoghi di lavoro

Il diritto al lavoro e alla parità di genere, sanciti dalla nostra Costituzione, sono violati ogni giorno. Per questo occorre ridare dignità al lavoro, sottolineano gli esperti del Forum DD. Da qui la proposta di introdurre un salario minimo legale, già presente in molti Stati europei, non inferiore a 10 euro netti l’ora, senza distinzioni geografiche o di ruolo.

Così come estendere a tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici, di ogni settore, l’efficacia dei contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali rappresentative. Il cui aggiornamento nel tempo è deciso da una Commissione composta da sindacati, tecnici, politici. Per contrastare le irregolarità occorre dare più forza alla capacità ispettiva di INAIL e degli altri enti e costruire forme pubbliche di monitoraggio.

Minimi contrattuali, minimi legali e contrasto delle irregolarità

13. La partecipazione dei lavoratori e della cittadinanza alle responsabilità delle imprese

C’è qualcosa che non va se le scelte delle imprese entrano in perenne conflitto con i lavoratori e i cittadini. Per questo il Forum DD prevede una “partecipazione strategica dei lavoratori” alle scelte aziendali e nel far pesare nell’impresa, l’esito di un confronto aperto fra interessi e valori, quelli del lavoro, del consumo e della tutela dell’ambiente. Tutto questo attraverso l’introduzione di una forma organizzativa in uso in altri Paesi, il Consiglio del Lavoro.

Un istituto che valuti strategie aziendali, decisioni di localizzazione, condizioni e organizzazione, impatto delle innovazioni tecnologiche su lavoro e retribuzioni. Nei Consigli (che sarebbero, quindi, anche “della cittadinanza”) siederebbero anche rappresentanti di consumatrici e consumatori e di persone interessate dall’impatto ambientale delle decisioni.

I Consigli del lavoro e di cittadinanza nell’impresa

14. Quando il lavoro controlla le imprese: più forza ai workers buyout

I Workers Buyout (WBO), o imprese rigenerate dai lavoratori sono un fenomeno presente in Italia da tempo, promosso dalla cosiddetta “Legge Marcora” del 1985. Un primo gruppo di 161 operazioni ha avuto luogo fra il 1986 e il 2001. Dopo una fase di stallo, altre 63 operazioni sono state effettuate tra il 2010 e il 2018.

Complessivamente hanno coinvolto circa 7.500 lavoratori, principalmente di piccole imprese (tra 10 e 49 dipendenti) e nel settore manifatturiero, con una concentrazione nel centro Italia e in Emilia Romagna.  Sono numeri significativi, ma nonostante i risultati positivi, decisamente inferiori alle potenzialità dello strumento, che può avere forti riflessi positivi in termini di giustizia sociale, per l’effetto immediato sui lavoratori e per la natura delle future scelte aziendali.

15. L’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale

Prevedere che, al compimento dei 18 anni, ogni ragazza o ragazzo riceva una dotazione finanziaria (o “eredità universale”) pari a 15mila euro, priva di condizioni e accompagnata da un tutoraggio che parta dalla scuola. Dall’altro, una tassazione progressiva sulla somma di tutte le eredità e donazioni ricevute (al di sopra di una soglia di esenzione di 500mila euro) da un singolo individuo durante l’arco di vita.

Un modo per riequilibrare la ricchezza su cui ragazze e ragazzi possono contare nel momento del passaggio all’età adulta. Il costo annuo di questa misura è stimabile, per 590mila giovani che compiono 18 anni in circa 9 miliardi di euro. Al suo finanziamento concorrerebbero il gettito dell’imposta sui vantaggi ricevuti, la misura sui sussidi all’autotrasporto (ecobonus) della proposta n. 10, per circa 1,5 miliardi, e altre misure fiscali soprattutto relative all’evasione.

L’imposta sui vantaggi ricevuti e la misura di eredità universale

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