Ambiente

Rifiuti elettronici, l’osceno traffico Ue-Africa

Nascosti in auto usate o container, ne partono ogni anno dall'Europa 60mila tonnellate. Il commercio arricchisce le mafie e inquina il Sud del mondo

Di Andrea Barolini
La megadiscarica di Agbogbloshie ad Accra è ormai una delle tristi destinazioni dei rifiuti elettronici europei

Decine di migliaia di tonnellate di rifiuti elettronici vengono inviate ogni anno in modo illegale in una serie di porti africani. Spesso nascosta in automobili usate destinate ai mercati di tutto il continente, questa enorme mole di vecchi cellulari, computer, condizionatori, lavastoviglie e altri prodotti è stata oggetto di un’ampia inchiesta. A condurla, nel corso di due anni, un’equipe dall’università delle Nazioni Unite, dalla quale è emerso in particolare un caso eclatante: quello della Nigeria.

Una tratta ormai consolidata

L’analisi, effettuata tra il 2015 e il 2016, ha permesso di rivelare che più di 60mila tonnellate di rifiuti elettronici sono state scaricate illegalmente nei porti della nazione africana. Nel 77% dei casi, si è trattato di prodotti provenienti da Paesi dell’Unione europea (Italia compresa), in particolare Germania e Regno Unito. «Abbiamo potuto dimostrare che decine di migliaia di tonnellate vengono esportate verso la Nigeria ogni anno», hanno spiegato gli autori del rapporto. Precisando che in molti casi si tratta di rifiuti che contengono sostante pericolose, come ad esempio il mercurio.

Raee, due terzi finiscono in Africa

Ma il fenomeno coinvolge in realtà numerosi stati soprattutto dell’Africa occidentale. I media internazionali fanno riferimento ad un «traffico mafioso che si è sviluppato negli ultimi anni tra l’Europa e il continente». La rivista francese l’Express, già nel 2017, aveva pubblicato delle cifre agghiaccianti: «Su dieci milioni di tonnellate di rifiuti elettronici che vengono prodotti ogni anno dai 28 Stati membri dell’Ue, meno di un terzo viene riciclato. Il resto è inviato in Africa». Assieme alla Nigeria, il centro del traffico si dirige spesso in Ghana, come denunciato a più riprese anche dall’organizzazione non governativa Greenpeace.

Il peso di ciascun tipo di rifiuto elettronico, emerso dall’ispezione di 201 container. FONTE: Person in the Port Project, 2018 University of United Nations

I dannati delle discariche

Altre inchieste – in particolare un reportage della tv France 2 – hanno permesso poi di scoprire che in discariche abusive presenti alla periferia della capitale Accra c’è chi vive passando giornate intere nel tentativo di recuperare alluminio, rame e altri metalli da tv, monitor e tablet, ma anche da lavatrici, climatizzatori o frigoriferi. Persone che lavorano per l’equivalente di pochi euro. A volte l’estrazione viene effettuata perfino da bambini, senza alcuna protezione per la loro salute. E i costi economici collettivi legati all’inquinamento lievitano, fino a superare quelli causati da fame e malnutrizione.

E-waste in Ghana

Rifiuti nascosti tra merce legale

Lo studio dell’università delle Nazioni unite parla in particolare di 60mila tonnellate di e-waste potenzialmente pericolosi che arrivano ogni anno in Africa, nonostante la convenzione di Basilea del 1997 vieti esplicitamente ad un Paese membro dell’Ocse di esportare rifiuti a rischio verso nazioni che non aderiscono all’organizzazione internazionale. Il “trucco” adottato è semplice: le macchine usate vengono riempite delle merce e caricate sui cosiddetti “RoRo”, piattaforme di trasporto speciali per veicoli. In questo modo, è possibile dichiarare alla dogana unicamente le auto.

È il metodo utilizzato per far partire 41.500 tonnellate di rifiuti. Altre 18.300 tonnellate viaggerebbero invece su dei normali container, mischiate ad altri prodotti meno pericolosi. Mobili, biciclette o materiale sportivo. Anche in questo caso, ad essere dichiarati ufficialmente sono solo i prodotti la cui esportazione è lecita. Il rapporto sottolinea quindi l’importanza di «rendere più stringenti le regole in materia di import-export, soprattutto nella Ue e in Nigeria». Inoltre, è necessaria «una più stretta collaborazione tra le autorità preposte ai controlli».

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