Risarcimenti Ali Enterprises. Un accordo storico

Dopo 5 anni sono iniziati i risarcimenti ai familiari delle 254 vittime dell’incendio alla fabbrica tessile. Un'accordo innovativo che garantirà loro pensioni a vita. Ora mancano ...

Di Elisabetta Tramonto
Un cartello che celebra l'accordo raggiunto per i risarcimenti ai familiari delle vittime del rogo Ali Enterprises (credit cleanclothes.org)

Oltre 5 anni di attesa. Una trattativa lunga e faticosa. Ma alla fine il risultato è stato raggiunto. E in modo innovativo, con un accordo che farà da modello per altri casi di disastri industriali. Sono iniziati i risarcimenti ai familiari delle 254 vittime dell’incendio alla fabbrica Ali Enterprises, a Karachi, in Pakistan, avvenuto l’11 settembre 2012. Riceveranno contributi corrispondenti agli standard internazionali stabiliti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO): delle vere e proprie pensioni, per tutta la vita. A pagare è il principale marchio acquirente della fabbrica tessile dove avvenne il rogo, il distributore tedesco di abbigliamento KiK: 5,15 milioni di dollari, che si aggiungono al milione di dollari, già versato dalla stessa azienda subito dopo la tragedia per garantire sollievo immediato.

Gli aspetti innovativi

«L’accordo è per diversi aspetti innovativo rispetto a quelli chiusi per casi precedenti come il Rana Plaza e il caso Tazreen», spiega Deborh Lucchetti, Presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti. «Innanzitutto perché sono stati qui garantiti pagamenti a lungo termine: un vero trattamento pensionistico, in coerenza con la Convenzione ILO 121 sugli infortuni sul lavoro. Inoltre il processo di preparazione del piano di risarcimento, i calcoli effettuati, l’istituzione di un comitato pienamente rappresentativo di tutte le parti sociali, il processo distributivo e la ricerca di una soluzione che rispettasse le aspettative nazionali e gli standard internazionali, hanno rappresentato un lavoro pionieristico. La preesistenza di un sistema pubblico per la sicurezza sociale ha determinato una importante integrazione fra diversi soggetti e un migliore sistema di governance dello schema di risarcimento, con il lavoro congiunto di organismi internazionali, imprese, governi, sindacati, società civile e familiari delle vittime».

È stato «un processo importantissimo per stabilire le basi di meccanismi rimediali equi, replicabili, accessibili e basati sul diritto anziché sulla filantropia», aggiunge Deborah Lucchetti.

Il risarcimento totale

Kik ha accettato di versare 5,15 milioni di dollari per colmare la distanza tra quello che i lavoratori avrebbero dovuto ricevere secondo la legge pakistana e l’importo necessario secondo gli standard internazionali. «L’importo include un margine di 0,25 milioni di dollari per eventuali variazioni nei costi, mentre 4,9 milioni saranno distribuiti alle famiglie e ai sopravvissuti colpiti. A questo va aggiunto il versamento (1 milione di dollari) di Kik per le cure immediate, che porta il contributo complessivo a 5,9 milioni di dollari. Il governo del Pakistan ha inoltre contribuito con 700.000 dollari, per un totale di 6,6 milioni di dollari».

A ogni famiglia

«Il calcolo delle spettanze ai diversi tipi di beneficiari (vedovi/e, bambini e genitori delle vittime) – racconta Deborah Lucchetti – è stato oggetto di diverse proposte, inizialmente contestate dall’Associazione dei familiari delle vittime per la eccessiva disparità tra quanto previsto inizialmente per i vedovi/vedove (75%) e i genitori (20%), che in Pakistan spesso dipendono dai loro figli. Le preoccupazione delle famiglie (avere il 60% per genitori e per i figli) hanno portato l’ILO, che ha agito come ente neutrale, ad una terza riformulazione dei pagamenti individuali calcolati sulla base di uno stipendio medio indicizzato al costo della vita valido per tutti: pari a 242 dollari mensili (25,525 rupie pakistane) che è stata accettata».

Le pensioni perciò variano a seconda della tipologia della composizione familiare e dei danni subiti. Un primo gruppo di 229 beneficiari ha cominciato a ricevere il risarcimento sotto forma di pensione mensile, che da settembre sarà erogato direttamente dal SESSI (Sindh Employees Social Security Institution, il sistema pubblico di sicurezza sociale in Pakistan). I rimanenti casi di maggiore complessità sono stati valutati dall’ILO e sottoposti alla decisione finale del Comitato di supervisione per un accordo separato tra ILO e Governo del Pakistan prima che i fondi potessero essere distribuiti. Tale accordo è stato raggiunto a marzo 2018.

Soddisfazione parziale

«Tenuto conto del tipo di danno coperto dalla C121 (risarcimento per mancato reddito, cure mediche, riabilitazione) – commenta Deborah Lucchetti – e del fatto che i calcoli sono basati su un salario sicuramente lontano da quello considerato dignitoso, non siamo certamente di fronte a risarcimenti in assoluto pienamente soddisfacenti. Tuttavia, considerato il contesto di impunità normalmente vigente per le imprese e considerato il contesto specifico, tale risultato è da considerarsi congruo e pionieristico, un punto di partenza fondamentale».

Quale sicurezza

L’11 settembre 2012 alla Ali Enterprises di Karachi morirono arse vive 254 persone mentre 55 rimasero gravemente ferite. L’incendio divampò alle 6 del pomeriggio e gli operai rimasero intrappolati come topi dietro a finestre sbarrate e uscite bloccate. Solo tre settimane prima la Ali Enterprises aveva ottenuto la certificazione SA8000 dal RINA, società di ispezione italiana. Un’azienda sicura, secondo gli ispettori accreditati dalla SAI.

Al di là del risarcimento alle vittime, appare fondamentale pensare a rigidi standard di sicurezza da imporre e sistemi di ispezione sicuri.

È quanto è accaduto in Bangladesh dopo la tragedia del Rana Plaza, avvenuto a Dacca il 23 aprile del 2013, quando nel crollo di un’altra fabbrica tessile che produceva capi per grandi marchi europei, morirono 1.129 persone. «In Bangladesh è stato avviato un processo di ispezione indipendente grazie all’Accordo (unico nel suo genere) vincolante sulla prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici», spiega Deborah Lucchetti. «In Pakistan no. La situazione è perciò totalmente diversa e certamente una processo di ispezione indipendente e messa in sicurezza delle situazioni a rischio come quello previsto per il Bangladesh sarebbe necessario. Data la presenza in Pakistan di un organismo pubblico per la previdenza sociale, sarebbe senz’altro auspicabile che tale sistema fosse garantito dal governo con il contributo delle imprese (locali e committenti) alle quali spetta il compito di garantire fabbriche e condizioni di lavoro sicure tramite i necessari investimenti sulla sicurezza».

Chi è Kik?

È una catena tedesca di abbigliamento. Ha sede a Bönen, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, più di 3.400 punti vendita  fra Germania, Austria, Slovenia, Repubblica Ceca, Croazia, Ungheria, Olanda, Slovacchia e Polonia. Dall’anno scorso è arrivato anche in Italia con 2 punti vendita a Marghera e a Trezzo sull’Adda. Ma è pronto ad aprire 25 negozi all’anno sul nostro territorio in città come Milano, Genova e Torino.

KiK vanta un record di approvvigionamento da alcune delle fabbriche più pericolose al mondo e quello di unica azienda collegata ai tre più gravi disastri che hanno colpito l’industria dell’abbigliamento in tempi recenti: l’incendio alla Ali Enterprises in Pakistan; l’incendio alla Tazreen Bangladesh (2012); e il crollo del Rana Plaza, sempre in Bangladesh (2013). Tre tragedie in cui sono morti 1.500 lavoratori.

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