Sui rischi climatici la Banca centrale europea inizia a passare dalle parole ai fatti
Complice l’approccio interventista della Banca centrale europea, le banche iniziano a valutare in modo più strutturato i rischi climatici
Linee guida, stress test, richiami pubblici. E, ora, le prime multe. A differenza delle autorità statunitensi che si rifiutano apertamente di occuparsene, la Banca centrale europea sta cercando da anni – e in modo sempre più insistente – di convincere le banche a integrare i rischi climatici e ambientali nei propri modelli di valutazione e gestione del rischio. Alcune misure si sono rivelate più incisive, altre meno. Ma, in generale, finalmente qualcosa si muove.
Come si è mossa la Banca centrale europea sui rischi climatici
La tesi è nota e suffragata da una vasta letteratura: il collasso climatico e ambientale mette sotto pressione anche la stabilità del sistema finanziario. Quando parlano di rischi climatici, le autorità finanziarie si riferiscono da un lato ai rischi fisici che derivano sia da eventi estremi (come uragani, alluvioni, incendi, tempeste) sia da cambiamenti più graduali, come l’aumento delle temperature, la siccità, l’innalzamento del livello del mare. Per una banca può significare, ad esempio, che un cliente subisce danni non riesce a ripagare un prestito o che un immobile usato come garanzia perde valore. Dall’altro lato ci sono i rischi di transizione, dati dalla necessità di adattarsi a normative, tecnologie e dinamiche di mercato differenti.
Era il 2020 quando la Banca centrale europea ha pubblicato le prime linee guida non vincolanti sulla gestione di questi rischi. A partire dall’anno successivo ha condotto i primi stress test climatici, prima sull’intera economia e poi sulle banche. Simulazioni che hanno fatto emergere le macroscopiche vulnerabilità degli istituti di credito dell’Eurozona. Ne è seguita la pubblicazione di un report con indicazioni precise su come integrare i rischi climatici nei propri modelli di stress test, colmando le lacune dei dati. A marzo 2023 la Bce ha emesso decisioni di vigilanza vincolanti verso 28 banche, con le scadenze ei requisiti da rispettare. In caso contrario, avrebbero rischiato sanzioni periodiche. Un’ipotesi che poi si è concretizzata. A fine 2025 la spagnola Abanca ha ricevuto una multa pari a 187.650 euro, a febbraio 2026 la francese Crédit Agricole ne ha ricevuta una da 7,6 milioni di euro.
La Bce aggiorna la sua lista di buone pratiche sui rischi climatici e ambientali
La Banca centrale europea sembra non avere alcuna intenzione di allentare la presa. A maggio 2026 il vicepresidente del Consiglio di vigilanza della Bce, Frank Elderson, ha spiegato che tutte le banche sottoposte a supervisione diretta dispongono ormai degli strumenti di base per identificare e gestire i rischi climatici e naturali. Restano però ampie lacune, soprattutto nella valutazione dei rischi fisici e di quelli legati alla perdita di biodiversità, che secondo la Bce continuano a essere sottostimati. Per questo l’istituto ha aggiornato il proprio repertorio di buone pratiche, basato sull’esperienza di oltre 60 banche europee eterogenee tra loro per caratteristiche e dimensioni.
Nei prossimi anni, ha annunciato, l’attenzione si focalizzerà proprio sulla sottostima dei rischi. «Inoltre, l’evoluzione del quadro dei rischi, caratterizzato da un elevato livello di incertezza, rende ancora più complessa la gestione dei rischi climatici e legati alla natura. Ci stiamo dirigendo verso uno scenario di transizione disordinata con una maggiore incertezza. È quindi fondamentale essere resilienti e preparati a una gamma di scenari possibili, compresi rischi di transizione e rischi fisici più elevati e in grado di manifestarsi più rapidamente», scrive.
Come cambiano le pratiche di gestione del rischio delle banche europee
Come sottolinea un’analisi pubblicata da Green Central Banking, dunque, l’approccio della Banca centrale europea è diventato sempre più interventista. E, seppur lentamente, ha portato qualche risultato. Lo testimonia una ricerca pubblicata sempre dalla Bce a luglio 2024. Solo due anni prima, il 25% delle banche sottoposte a vigilanza non aveva nessuna pratica di gestione dei rischi climatici: nel 2024 la percentuale era scesa al 5%. Viceversa, nello stesso arco di tempo la quota di istituti dotati di pratiche avanzate è passata da uno striminzito 3% a un promettente 56%.
Non significa che il problema sia risolto. Ma che, perlomeno, i rischi climatici iniziano a essere un tema che le banche prendono in considerazione. L’approfondimento sottolinea che possono farlo in due modi: considerarlo come un obbligo formale, limitandosi a fare il minimo indispensabile per evitare le sanzioni, oppure collaborare con i clienti per ottenere dati accurati con cui rivedere in senso più ampio il proprio modello di business. La seconda strada è senza dubbio più impegnativa. Può però portare benefici concreti, aiutando le banche a ridurre gradualmente l’esposizione verso i settori più vulnerabili e a intercettare le opportunità legate alla transizione ecologica.




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