Il risiko bancario italiano visto dalla parte dei cittadini

Dietro le grandi manovre tra banche non c'è solo una partita di potere. La vera domanda è quali effetti avranno su famiglie, imprese e territori

Leonardo Becchetti
Il risiko bancario italiano ha conseguenze su famiglie, imprese, risparmiatori, lavoratori e territori © J2R/iStockPhoto
Leonardo Becchetti
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Continuiamo troppo spesso a guardare il risiko bancario italiano come sudditi che vedono passare grandi eserciti. Da una parte Intesa, dall’altra Banco Bpm, poi Mps, Mediobanca, Generali, Unipol, Bper. Ogni giorno una nuova mossa, una nuova alleanza, una nuova contromossa. Ma la domanda vera non è chi conquista più territori sulla mappa del potere finanziario. La domanda vera è: che cosa cambia per famiglie, imprese, risparmiatori, lavoratori e territori?

A cosa possono portare le fusioni bancarie, tra costi e potere

Il punto non è essere a favore o contro le fusioni bancarie in astratto. La dimensione può servire. Le banche hanno costi fissi enormi: tecnologia, cybersecurity, compliance, vigilanza, piattaforme digitali, reti territoriali. Crescere può consentire economie di scala, ridurre duplicazioni, abbassare i costi medi e rendere più efficiente il sistema. Ma questo è solo il primo tempo della partita. Il secondo, molto più importante, riguarda la distribuzione dei benefici. Se i minori costi diventano credito meno caro, servizi migliori, maggiore accesso per le piccole imprese e più attenzione ai territori, allora la scala produce valore sociale. Se invece diventano soltanto maggiori profitti, maggiore potere di mercato e condizioni peggiori per clienti e risparmiatori, allora non siamo davanti a economie di scala ma a economie di potere.

Per questo il consolidamento bancario non può essere raccontato solo come una battaglia tra campioni nazionali. Dobbiamo chiederci: grande per fare cosa? Per finanziare meglio l’economia reale o per aumentare il peso negoziale delle banche? Per sostenere piccole e medie imprese, famiglie e transizione ecologica o per rafforzare rendite e commissioni? Per migliorare l’accesso al credito nei territori periferici o per chiudere sportelli, ridurre prossimità e allontanare ancora di più il sistema bancario dalla vita quotidiana delle persone?

Il rischio è che si confonda l’interesse del sistema finanziario con l’interesse del Paese. Non sono sempre la stessa cosa. Una banca più grande può essere più solida, più efficiente e più competitiva. Ma può anche diventare meno contendibile, meno vicina ai territori e più capace di imporre condizioni sfavorevoli. È qui che il ruolo dell’antitrust, della vigilanza e del dibattito pubblico diventa decisivo. Non basta chiedere se l’operazione “sta in piedi” per azionisti e mercati. Bisogna chiedere se produce benessere diffuso.

Risiko bancario italiano, qual è davvero la posta in gioco

La vicenda attuale lo mostra con chiarezza. Formalmente si discute di aggregazioni bancarie, ma dietro il confronto tra Banco Bpm-Mps e Intesa-Unipol-Bper c’è una partita più ampia sugli equilibri del capitalismo italiano. Il vero snodo non è solo Mps. È Mediobanca. E, attraverso Mediobanca, è Generali. Chi influenza Mediobanca influenza uno dei luoghi centrali della finanza italiana, perché Generali non è soltanto una compagnia assicurativa: è una grande infrastruttura finanziaria del Paese, con un peso enorme nel risparmio gestito, nelle assicurazioni, negli investimenti e negli equilibri di governance.

Ma proprio per questo dovremmo evitare di restare ipnotizzati dalla geometria del potere. La domanda pubblica non può essere soltanto: chi controllerà Generali? Deve essere anche: quale modello di banca vogliamo? Un sistema con pochi grandi soggetti dominanti, sempre più integrati tra credito, assicurazioni, risparmio gestito e consulenza patrimoniale? Oppure un sistema più plurale, dove accanto ai grandi gruppi restino banche territoriali, cooperative, popolari, soggetti specializzati, intermediari capaci di conoscere davvero imprese e comunità locali?

Perché la biodiversità bancaria rende più resiliente l’economia

Qui entra in gioco un concetto decisivo: la biodiversità bancaria. Come in natura, anche nell’economia la diversità è una forma di resilienza. Un sistema fatto solo di grandi colossi può sembrare più forte, ma può diventare più fragile, più omogeneo, meno capace di rispondere a bisogni differenti. Le famiglie, le microimprese, le Pmi, le cooperative, il Terzo settore, le imprese sociali, le comunità energetiche e i territori interni non hanno tutti bisogno dello stesso tipo di banca. Hanno bisogno di interlocutori diversi, con missioni, modelli di business e criteri di valutazione differenti.

Per questo il risiko bancario italiano non va giudicato solo in base al premio offerto agli azionisti, alle sinergie dichiarate o alla capitalizzazione finale del nuovo gruppo. Va giudicato su alcuni indicatori concreti: costo del credito per famiglie e Pmi, accessibilità del credito nei territori periferici, numero e qualità delle filiali, condizioni applicate ai piccoli risparmiatori, investimenti nella transizione ecologica e sociale, sostegno all’economia produttiva, occupazione e qualità del lavoro nel settore bancario.

È questa la griglia che manca nel dibattito pubblico. Oggi commentiamo le scalate come se fossero episodi di una serie televisiva: chi vince, chi perde, chi tradisce, chi rilancia. Ma i cittadini non sono spettatori neutrali di una partita di Risiko. Se qualcuno conquista più territori, non è detto che noi stiamo meglio. Stiamo meglio solo se quelle operazioni migliorano il credito, riducono i costi, aumentano la qualità dei servizi, rafforzano il finanziamento dell’economia reale e accompagnano la transizione sociale ed ecologica.

Il risiko bancario italiano riguarda il tipo di economia che vogliamo costruire

La vera questione, dunque, non è fermare la storia né difendere l’esistente. Le banche cambiano perché cambia il mondo: tecnologia, tassi, regolazione, concorrenza europea, gestione del risparmio, assicurazioni. Ma proprio perché il cambiamento è inevitabile, bisogna orientarlo. Il consolidamento può essere utile se produce efficienza condivisa. Diventa pericoloso se produce concentrazione senza responsabilità sociale.

In conclusione, non dovremmo raccontare il risiko bancario come una guerra tra eserciti finanziari. Dovremmo raccontarlo come una scelta collettiva sul tipo di economia che vogliamo costruire. Le fusioni non sono buone o cattive in sé. Sono buone se aumentano il benessere di cittadini e imprese. Sono cattive se trasferiscono potere verso pochi centri decisionali senza restituire valore alla società.

La domanda finale, allora, è semplice: più grandi per servire meglio il Paese, o più grandi per comandare di più?

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