La Settimana internazionale contro l’apartheid israeliana torna anche in Italia

Tra fine marzo e aprile riparte la Settimana internazionale contro l'apartheid israeliana, con tante iniziative anche in Italia

La Settimana internazionale contro l'apartheid israeliana tiene acceso un faro sulla lotta del popolo palestinese © Ömer Faruk Yıldız/iStockPhoto

A partire dal 21 marzo 2026, torna l’appuntamento con la Settimana internazionale contro l’apartheid israeliana. Da vent’anni l’iniziativa tiene acceso un faro sulla lotta del popolo palestinese contro il regime imposto nei Territori occupati, su cui si è espressa di recente anche la Corte internazionale di giustizia. Abbiamo chiesto di parlarcene alla segreteria di Bds Italia, collettivo che rappresenta nel nostro Paese il movimento Bds internazionale (Boycott, Divestment, Sanctions). Le risposte sono in forma collettiva, per ragioni di sicurezza.

Com’è nata l’idea della Settimana internazionale contro l’apartheid israeliana?

La prima edizione si è svolta nel febbraio 2005 all’Università di Toronto, su iniziativa della Arab Students’ Collective. Con il lancio del movimento Bds, nello stesso anno, la Settimana internazionale contro l’apartheid israeliana è divenuta uno spazio internazionale di sostegno alla lotta palestinese per libertà, giustizia e uguaglianza, attraverso incontri, conferenze e mobilitazioni di sensibilizzazione.

Quale sarà il focus della Settimana internazionale contro l’apartheid israeliana nel 2026?

Il tema di quest’anno sarà: “La Palestina ci libera tutti”. L’edizione 2026 mira a rilanciare la presenza nelle università: sarà inaugurata il 21 marzo, Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Comprenderà la Giornata della terra palestinese del 30 marzo. E proseguirà in aprile.

Quali saranno le principali iniziative in Italia?

L’organizzazione è ancora in corso (aggiornamenti sul sito e sull’account Instagram di Bds Italia, ndr). È stato lanciato un appello a realtà solidali affinché promuovano iniziative nel quadro della Settimana internazionale contro l’apartheid israeliana, ampliando la mobilitazione. Le edizioni precedenti hanno registrato una crescita costante: nel 2025 oltre 200 città nel mondo hanno ospitato eventi. Anche per il 2026 si prevede un’ampia partecipazione.

Quali sono i territori o le città in Italia, e quali le organizzazioni e i gruppi della società civile, più reattivi alle richieste del movimento Bds?

Bds Italia nasce nel 2012 in alcune grandi città come Bologna, Roma e Torino. Oggi oltre 30 nuclei locali e associazioni aderiscono alla rete e numerosi comitati continuano a richiedere informazioni su campagne ed eventi. Con approccio intersezionale, la rete collabora con sindacati, movimenti studenteschi, collettivi trans-femministi, gruppi per la giustizia climatica, associazioni culturali e altre realtà della società civile.

In discussione in Parlamento in Italia ci sono proposte di legge che formalmente dichiarano di combattere l’antisemitismo ma di fatto potrebbero mettere nel mirino qualsiasi critica a Israele. Potrebbero rendere più difficile e rischioso portare avanti iniziative come la vostra, nonostante Bds fin dall’inizio abbia nel contrasto all’antisemitismo uno dei suoi pilastri. Se dovessero passare, che contromisure sarebbero possibili?

Il movimento ha tra i suoi principi chiave la lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione, di cui l’antisemitismo è un’espressione. Esiste un’enorme differenza tra antisemitismo (una forma di razzismo) e l’antisionismo (l’opposizione a un’ideologia suprematista che sostiene una pratica coloniale). I disegni di legge presentati in Parlamento, che equiparano strumentalmente la critica delle politiche criminali dello Stato di Israele all’antisemitismo, hanno l’obiettivo di colpire il movimento di solidarietà con la Palestina. Insieme ai nuovi e vecchi decreti sicurezza, vogliono attaccare la libertà di manifestare e di dissentire. Non ci facciamo intimidire e continueremo a contrastare nuove misure repressive e liberticide, costruendo solidarietà collettiva e rilanciando, con ancora maggiore determinazione, azioni nonviolente a sostegno della lotta del popolo palestinese.

Quali sono i risultati più importanti conseguiti da Bds negli ultimi anni, specie in ambito finanziario sul fronte del disinvestimento?

Negli anni scorsi, in seguito alle pressioni delle campagne di boicottaggio e disinvestimento, le multinazionali Veolia, Orange e G4S si sono ritirate dal mercato israeliano. Nel 2024 Intel ha bloccato un investimento previsto di 25 miliardi di dollari. Il Fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo, sempre nel 2024 ha disinvestito quasi mezzo miliardo di dollari di obbligazioni israeliane e nel 2025 ha annunciato il disinvestimento da cinque banche israeliane e dall’azienda Caterpillar. Ancora nel 2024 Uss, il più grande fondo pensione privato del Regno Unito, ha disinvestito oltre 100 milioni di dollari. Nel 2025 il fondo pensione danese AkademikerPension ha annunciato la completa esclusione di Israele dai suoi investimenti.

In generale quanto pesa il disinvestimento rispetto al boicottaggio commerciale?

Gli investimenti internazionali nel debito pubblico israeliano e nell’economia israeliana hanno sempre avuto un ruolo centrale. Oggi ancora di più, in una situazione in cui Israele deve sostenere il suo sforzo bellico nel genocidio a Gaza e nelle azioni militari in Cisgiordania e in tutta l’Asia occidentale. Per questo le campagne per il disinvestimento dall’economia israeliana sono fondamentali e, insieme al boicottaggio, stanno ottenendo un impatto economico importante. Sembra che i pilastri che un tempo sostenevano la crescita dell’economia israeliana stiano iniziando a erodersi. Il crescente isolamento di Israele nei mercati globali può segnalare l’inizio di un declino a lungo termine.

Su quali aziende o marchi il boicottaggio e il disinvestimento sono più indirizzati oggi?

Il movimento internazionale Bds si sviluppa con campagne strategiche mirate alle responsabilità dirette nei crimini di Israele, concentrandosi su un numero relativamente limitato di obiettivi per ottenere il massimo impatto. In Italia li abbiamo indicati in una guida al boicottaggio di aziende e prodotti, disponibile sul nostro sito. Una delle campagne principali, che portiamo avanti insieme a Sanitari per Gaza, è quella contro l’azienda farmaceutica israeliana Teva: sempre più consumatori/pazienti chiedono ai loro farmacisti marchi alternativi, molti Comuni hanno dato indicazione alle loro farmacie municipalizzate di evitare forniture di Teva. Ovviamente anche la campagna di embargo militare è molto importante. In particolare lavoriamo con i portuali e altri movimenti di base, per bloccare il trasporto di armi verso Israele. Bds Italia ha contribuito a organizzare lo sciopero internazionale dei portuali dello scorso 6 febbraio.

Cosa rispondete a chi sostiene che Bds non incide? I risultati dimostrerebbero il contrario…

Molte persone che avevano dubbi sul movimento Bds hanno mutato idea abbracciando le nostre pratiche, consapevoli che colpire le complicità di governi, aziende e istituzioni con il regime genocida israeliano è un modo efficace di esprimere solidarietà concreta con la lotta del popolo palestinese e di isolare politicamente ed economicamente Israele. L’impatto del movimento Bds è sempre maggiore e le persone che supportano il movimento sono in costante crescita.

Il 2025 è stato il ventesimo anniversario del movimento Bds. Come valutate il percorso fatto sinora e come vedete il prossimo futuro, visto anche il collasso del diritto internazionale cui stiamo assistendo?

Il contesto attuale vede un picco di violenza e crisi mondiale. Ora il Bds è molto più importante di quanto sia mai stato. Il suo ruolo negli ultimi vent’anni è stato proprio combattere la complicità di quegli Stati, aziende e istituzioni che hanno permesso a Israele di continuare nelle pratiche coloniali e di pulizia etnica che hanno portato a questo genocidio. Senza dubbio le sfide sono grandissime ma sempre più persone si rifiutano di accettare un mondo senza diritti, dignità e libertà.

Su questa strada noi ci impegneremo in modo costruttivo per campagne nuove e ampie per isolare Israele a ogni livello possibile: economico, accademico, culturale, sportivo. “La Palestina ci libera tutti” non è uno slogan: negli ultimi anni le persone hanno scoperto i limiti delle cosiddette democrazie liberali, hanno scoperto quanto siano repressive, autocratiche, corrotte e complici dei più violenti crimini contro l’umanità. In questi anni ci siamo uniti, superando le differenze, in un movimento globale di solidarietà con la Palestina. Con queste nuove alleanze, continueremo a portare avanti la nostra lotta. Con amore e rabbia.

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