Dentro le assemblee: il bilancio di un anno di azionariato attivo di Shareholders for Change
Il 2025 della rete di azionisti attivi Shareholders for Change si chiude con 223 aziende interpellate su ambiente, diritti umani e governance
L’azionariato attivo è un lavoro lento. Si nutre di dati, dialogo e ostinazione. Spesso si scontra con silenzi e resistenze, altre volte strappa piccoli avanzamenti. In ogni caso, apre uno spazio di democrazia all’interno delle imprese, perché permette a piccoli investitori e società civile di portare le loro istanze e chiedere conto al management delle scelte fatte. Dal 2017 c’è una rete europea che unisce gli azionisti attivi. È Shareholders for Change e alla fine del 2025 conta venti membri, per un totale di oltre 50 miliardi di euro di asset in gestione. Per l’Italia ne fanno parte Fondazione Finanza Etica ed Etica Sgr. Con l’ultimo Engagement Report, pubblicato a marzo, il network racconta i risultati del 2025.
Il 2025 di Shareholders for Change in numeri
Anche se i due termini sono spesso usati come sinonimi, si parla di azionariato attivo quando le aziende avrebbero comunque superato lo screening ambientale, sociale e di governance (Esg). Si parla invece di azionariato critico quando sono state scelte appositamente, con l’acquisto di piccolissime partecipazioni, per poterle sollecitare su temi sensibili. Nel corso del 2025 gli azionisti critici di Shareholders for Change si sono interfacciati con 223 aziende. Di queste, più di tre su quattro (il 78%, per la precisione) hanno sede in Europa, il 16% negli Stati Uniti. Sono realtà molto diverse tra di loro, perché spaziano dal settore bancario e finanziario (il 19% del totale) a quello dei beni di consumo (anch’esso al 19%), dai beni strumentali (15%) all’energia (14%).
I membri di Shareholders for Change le hanno interpellate innanzitutto in materia di clima e ambiente (36%), diritti umani e dei lavoratori (24%) e governance e retribuzione (16%), i tre pilastri dell’approccio Esg. Un altro 17% delle loro iniziative riguardava proprio policy, obiettivi e reporting Esg. Ma hanno dato spazio anche ai cosiddetti “temi orfani”, cioè quelli che di norma ricevono ben poca attenzione. Come le armi autonome, il caldo eccessivo sul posto di lavoro e i rischi associati alla catena di fornitura del cobalto. In tutto, le iniziative – tra domande, risoluzioni e votazioni – sono state 258.
Dalle emissioni ai diritti umani, i temi dell’azionariato critico
Non sempre i vertici delle multinazionali sono aperti alle istanze degli azionisti critici. Da tempo, per esempio, Fondazione Finanza Etica fa pressione sul colosso del fast fashion Inditex per l’impatto climatico delle spedizioni aeree. Insieme ad altri membri di Shareholders for Change, ha chiesto al gruppo – a cui fanno capo marchi come Zara, Bershka e Oysho – di ridurre il trasporto aereo, pubblicare dati più dettagliati sulle emissioni e collegare questi indicatori alla remunerazione dei dirigenti. In mancanza di risposte adeguate, ha votato contro il report di sostenibilità 2024-2025. Ma la dichiarazione che spiegava il voto contrario non è stata letta in assemblea. Una decisione che il consiglio di amministrazione non ha voluto motivare.
Molto più costruttivo il dialogo con BMW. Lo ha guidato la svizzera Inyova insieme ad altri membri di Shareholders for Change e a rappresentanti di Steyler Bank e Investor Advocates for Social Justice. A partire da un’inchiesta giornalistica che nel 2023 aveva sollevato dubbi sul rispetto dei diritti umani e ambientali nella filiera del cobalto in Marocco, la casa automobilistica «ha dato l’impressione di prendere la questione sul serio e di affrontarla in modo strutturato e responsabile», si legge nell’Engagement Report.
Sempre il clima è stato il tema dell’engagement con la società petrolifera spagnola Repsol. Il suo piano di transizione – denuncia Fundación Finanzas Éticas – è troppo debole, perché prevede una riduzione delle emissioni di appena il 3,6% entro il 2030. In sostanza, rinvia quasi tutti gli sforzi al periodo 2030-2050. Jordi Ibáñez, direttore di Fundación Finanzas Éticas, è quindi intervenuto in assemblea per esortare l’azienda a cambiare rotta, smettendo di affidarsi a soluzioni parziali e incerte come i biocarburanti e i carburanti sintetici.
L’azionariato attivo va avanti anche in un clima sempre più ostile
«Uno sviluppo chiave nel 2025 è stato il rafforzamento delle attività di lobbying e advocacy di Shareholders for Change», scrive nella prefazione il presidente Ugo Biggeri. «Di fronte a una crescente opposizione politica e regolatoria nei confronti della sostenibilità e dei diritti degli azionisti, Shareholders for Change ha interagito attivamente con decisori politici e autorità di regolazione attraverso lettere aperte e dichiarazioni di investitori indirizzate alla Commissione europea, al Consiglio federale svizzero e alla Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti».
L’«opposizione politica e regolatoria» si ritrova, ad esempio, nelle ordinanze con cui la Sec ha ristretto gli spazi di partecipazione democratica nelle assemblee degli azionisti. O, ancora, nel primo pacchetto Omnibus – discusso e approvato nel corso del 2025 – che ha ridimensionato le direttive su rendicontazione di sostenibilità e due diligence. Iniziative che ammiccano agli interessi delle imprese ma perdono di vista il fatto che, come si legge nell’appello di Shareholders for Change, «la sostenibilità non è solo un imperativo morale – è una necessità finanziaria. Indebolire gli standard Esg e i diritti degli azionisti aumenta il rischio per gli investitori, compromette il valore nel lungo periodo e mina la fiducia nei mercati finanziari».




Nessun commento finora.