Ambiente

Siti contaminati, bonifiche al palo: il popolo inquinato torna in piazza

Nelle aree contaminate vivono 5 milioni di persone. Ma gli interventi sono inadeguati e i fondi insufficienti. Eppure bonificare apporterebbe enormi vantaggi economici

Di Rosy Battaglia
La Valle del Sacco in provincia di Frosinone è la terza area più inquinata d'Italia.

Sotto l’albero di Natale mettono il diritto alla vita e a un ambiente pulito. Il prossimo 22 dicembre scenderanno a manifestare nelle piazze di almeno 23 città d’Italia. Sono le «magliette bianche», movimento civico nato tra coloro che vivono nei 58 siti di interesse nazionale (SIN) e regionale (SIR) in Italia e in altre zone altamente inquinate. Una rappresentanza di almeno 5 milioni di cittadini che risiedono nelle aree più contaminate del Bel Paese da sostanze cancerogene e tossiche. Come amianto, diossine, policlorobifenili, idrocarburi, metalli pesanti, pesticidi, PFAS.

«Chiediamo che riparta il piano nazionale delle bonifiche in tutta Italia, con adeguati finanziamenti. Occorrono studi epidemiologici di coorte più precisi» dichiara a Valori, Nicola Gualerci, portavoce del movimento.«Serve anche una nuova politica industriale, attenta all’ambiente e davvero sostenibile. Con una gestione accurata di scorie, di emissioni e una definizione certa del fine ciclo dei prodotti».

L’appello è racchiuso in un documento, rivolto a tutto il governo e tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione sia parlamentari che regionali.

Servono indagini epidemiologiche più precise 

Le richieste delle Magliette bianche sono motivate anche dagli esiti dell’ultimo studio epidemiologico sui territori esposti a rischio inquinamento dell’Istituto Superiore di Sanità. In esso, gli stessi scienziati sollecitano indagini sanitarie più approfondite, anche a tutela di bambini e adolescenti.

Secondo i dati elaborati dagli epidemiologi, sono proprio i SIN le aree del Paese dove si muore e ci si ammala di più, fin dalla più tenera età. Con ben 22mila ricoveri in eccesso in età pediatrica, quasi 12mila morti in più rispetto all’atteso, 5.267 tra gli uomini e 6.725 tra le donne, oltre che diverse tipologie di tumori in eccesso.

L’Italia è un paese da bonificare

L’ultimo sito di interesse nazionale inserito nell’elenco ministeriale a febbraio 2018 è l’area delle ex Officine OGR di Bologna. A causa dall’amianto, solo tra gli ex lavoratori, ci sono state più di 300 vittime.  Ma, a parte Casale Monferrato (l’unica ad aver restituito ai cittadini la sede di Eternit trasformata in un parco) i lavori nella maggior parte dei siti sono praticamente fermi.

Ci sono poi aree fortemente contaminate con insediamenti produttivi ancora attivi, come l’Ilva a Taranto, Eni a Livorno e Milazzo, l’area Caffaro di Brescia. O il caso di Bussi al Tirino, in Abruzzo, dove oltre la discarica di proprietà Edison, come ha denunciato più volte il Forum H2O, non è ancora stata bonificata e sono state scoperte recentemente nuove aree intrise di veleni.

Elenco dei 58 Siti di interesse Nazionale e regionali per le bonifiche. Fonte: Ministero dell’Ambiente

Aumentano i siti inquinati, ma ora chi ha inquinato deve pagare

Oltre i siti di interesse nazionale, molte altre zone d’Italia sono fortemente inquinate. Uno dei più gravi disastri ambientali degli ultimi anni è in Veneto, causato dalla ex Miteni di Trissino. L’industria che produceva impermeabilizzanti ha rilasciato sostanze come i perfluorurati alchilici (PFOA e PFAS) nelle falde acquifere di tre province. Mettendo così a rischio la salute di oltre 300mila persone. Il processo per disastro ambientale è iniziato nelle scorse settimane. Si aggiungono, poi, le centinaia di migliaia di edifici pubblici e privati ancora in cemento-amianto, insieme a più di 15mila siti contaminati sparsi su tutta la penisola che non rientrano nel piano nazionale. Migliaia di ex-stabilimenti produttivi, discariche di rifiuti speciali e urbani, impianti di estrazione dei combustibili e raffinazione, come in Val d’Agri, disseminati in tutto lo stivale.

Veneto Miteni 2

Sappiamo dove entrano i "veleni" dei PFAS? Vanno dai rubinetti ai nostri piatti. Con #LuisaDiSimone e ascoltiamo chi in Veneto cerca di difendersi…#PetrolioRai #aroundmidnight #CattiveAcque

Posted by Petrolio on Saturday, December 2, 2017

Secondo gli ultimi dati del SNPA, l’elenco delle città e dei luoghi contaminati in Italia continua a crescere. Anche se con l’avvento della legge 68/2015 contro gli ecoreati, oggi ci sono nuovi strumenti per colpire chi ha inquinato. Come ricorda l’ultimo report di Ispra, su oltre 200 casi segnalati dal ministero dell’Ambiente, sono già stati accertati 30 casi di danno ambientale. Procedimenti che in sede giudiziaria, penale o civile, dovrebbero portare chi ha inquinato a rifondere lo Stato Italiano.

Ministero dell’Ambiente: si riparte dalla Valle del Sacco e Crotone

Il tema bonifiche è al terzo punto del programma del dicastero dell’Ambiente, dopo decarbonizzazione e dissesto idrogeologico, come annunciato lo scorso 31 ottobre dal ministro Sergio Costa. Tra i provvedimenti, la designazione del Commissario Straordinario alle Bonifiche Giuseppe Vadalà, a capo della struttura commissariale per il SIN di Crotone, non ancora formalizzata, però. Così come la partenza dei lavori di bonifica a Colleferro, nella Valle del Sacco, il terzo sito più contaminato d’Italia.

In quella zona, i cittadini si ritrovano nel sangue un pesticida, il beta-esaclorocicloesano, caso unico al mondo. Le ricadute sulla salute umana, non ancora completamente note, sono diventate oggetto di studio, all’Università della Sapienza, dal team guidato dalla ricercatrice Margherita Eufemi. La regione Lazio, dal canto suo, ha appena annunciato lo stanziamento di 960 mila euro, per un’indagine epidemiologica accurata tra i cittadini esposti.

Bonificare conviene: investi 1, risparmi 10

La Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile stima che il valore aggiunto delle attività di bonifica sarebbe di quasi 39 miliardi e 150mila posti di lavoro. In realtà potrebbero essere molti di più, calcolando anche i costi «intangibili», quelli sulla salute umana. Valutazioni fatte, qualche anno fa, da Carla Guerriero e John Cairns, ricercatori alla London school of Hygiene and Tropical Medicine e Fabrizio Bianchi dell’Ifc-Cnr di Pisa.

Lo studio di economia sanitaria aveva analizzato i benefici netti, che tiene conto dei costi stimati per le bonifiche e dei risparmi per ricoveri in eccesso e decessi. Finora, per risanare il sito di Gela sono stati previsti 127,4 milioni di euro e per Priolo Gargallo 774,5. Meno di un miliardo totale: il beneficio economico, a partire da 20 anni dalle bonifiche, sarebbe più di dieci volte tanto. Evitando, annualmente, 47 casi di morte prematura, 281 casi di ricoveri ospedalieri per tumori e 2.702 per tutte le cause.

Legambiente: bonifiche ennesima opera pubblica incompiuta?

Mentre il movimento «magliette bianche» chiede stanziamenti adeguati,  nella Finanziaria 2019 all’articolo 1 comma 800 e 801, sono state impegnate somme per la rimozione dell’amianto e ai siti orfani. Quei siti, cioè, rimasti senza proprietà e la cui messa in sicurezza spetta allo Stato e alle regioni. Il fondo, istituito tra il 2016 e il 2018 per 30 milioni di euro, è stato incrementato di 20 milioni di euro per ogni anno, dal 2019 al 2024. Già nel 2017, l’ex ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, aveva confermato, nelle casse del ministero, due miliardi di euro disponibili. L’attuale ministro Sergio Costa ha ribadito, nel proprio piano ministeriale, l’importanza del problema. Eppure non è disponibile, ad oggi, il totale degli stanziamenti previsti.

Siti di interesse nazionale in Italia, fonte Ispra

 

«Il fondo a rotazione per i siti orfani deve essere istituzionalizzato e non alimentato a singhiozzo» sollecita Stefano Ciafani, presidente di Legambiente a Valori. «Lo Stato ci dica chiamente se le bonifiche devono rimanere l’ennesima grande opera incompiuta. Sono passati 21 anni dalla legge che riconosceva i primi siti di interesse nazionale come Porto Marghera, Taranto, Brindisi, Augusta, Gela e Priolo, il Litorale Domizio-Flegreo e Agro aversano. Da allora, poco o nulla è stato fatto». Eppure Legambiente lo ha ribadito più volte: la bonifica delle aree contaminate del paese potrebbe essere un formidabile motore, sia di rilancio economico e sociale, con la restituzione agli usi pubblici di aree degradate.

Attenzione alla gestione di fondi e appalti: la denuncia del Commissario Vadalà

Occorre, poi, vigilare anche sui lavori già assegnati, a partire dalle stazioni appaltanti, affinché ci siano procedure trasparenti e controllabili. Come sottolinea anche il Commissario Straordinario alle Bonifiche delle discariche abusive Giuseppe Vadalà, a capo della struttura commissariale da 33 mesi, forte dell’esperienza anche tecnica maturata nella bonifica di 81 siti contaminati, già sotto sanzione europea.

«Dobbiamo avere iter amministrativi celeri e professionali. Per far questo occorrono stazioni appaltanti nazionali pubbliche, di cui si servono i commissari e il Responsabile Unico del Procedimento (RUP).  Sono questi i due punti nodali che, se non vanno di pari passo, rallentano il ritmo necessario della bonifica, sia dal punto di vista tecnico sia amministrativo» ribadisce a Valori. Occorre poi vigilare sulle infiltrazioni ecomafiose e sul crimine d’impresa, come da tempo denunciato anche dal capo della Direzione Nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho, dalla stessa Commissione parlamente d’inchiesta sulle ecomafie e dai rapporti Ecomafia di Legambiente.

«Servono attività di prevenzione e presidi di legalità. Verso lo stesso obiettivo, occorre fare le bonifiche velocemente, ma bene. Riuscendo a rispettare il codice degli appalti, che non sono semplici ma assolutamente fattibili». L’azione di chi manifesta – conclude il Commissario Vadalà – è meritoria. «Sono fondamentali gli interventi dei cittadini nel richiamare impegno continuo in questi territori. Zone che rappresentano la terra di confine della nostra modernità. Il nostro unico obiettivo deve essere restituire le aree disinquinate alla collettività».

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