Lobby

Sostanze tossiche: la lobby che ne blocca la messa al bando nella Ue

Potenti lobby industriali riescono a influenzare le procedure del Comitato REACH. E così sostanze cancerogene o inquinanti rimangono in commercio. Col sostegno dei governi europei

Di Rosy Battaglia

Piombo, triossido di cromo, biossido di titanio, ftalati come il DEHP o il PFOA. Metalli e composti chimici altamenti inquinanti, cancerogeni e interferenti endocrini sono ancora presenti, a nostra insaputa, in molti prodotti come plastiche, PVC e nei processi industriali. Pericolosi, oltre che per i cittadini, per gli stessi lavoratori e per l’ambiente.

La denuncia arriva dagli avvocati ambientali di ClientEarth e dagli esperti dell’European Environmental Bureau, insieme a un folto gruppo di ONG europee. Tutti insieme nelle scorse settimane hanno scritto al comitato REACH, che provvede a registrare, valutare, autorizzare o vietare le diverse sostanze chimiche. L’organismo è presieduto dalla stessa Commissione europea e composto da funzionari di tutti gli Stati membri. Semplice la loro richiesta: mettere definitivamente al bando tali sostanze.

Trasparenza ancora lontana

Nei prossimi giorni a Bruxelles si deciderà infatti se autorizzare ancora una volta il loro uso industriale o la restrizione, in deroga alle norme vigenti. Un processo che, come ha fatto rilevare il quotidiano Politico.eu , dovrebbe essere trasparente ma che invece rimane ancora troppo opaco.

Chi stabilisce quali sostanze chimiche possono essere ancora utilizzate nonostante siano altamente inquinanti e pericolose per l’uomo? L’organismo consultivo scientifico dell’UE preposto è l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), che formula le raccomandazioni sulle misure normative. Ma non tutti sanno che il processo di approvazione passa, invece, dal comitato REACH, che ha anche l’ultima parola sulle eccezioni, formulate dalle aziende.

Metà delle sostanze non sono sicure

Dal report 2018 dell’European Environment Bureau, che ha analizzato l’operato del REACH, su 352 sostanze prese in carico dal regolamento, solo 94 sono state valutate alla fine del 2018.

Gli Stati membri hanno concluso che la metà delle sostanze oggi sul mercato non sono sicure per i cittadini e per l’ambiente.

Per il 64% delle sostanze in esame (126 su 196) mancavano delle informazioni per dimostrare la sicurezza dei prodotti chimici commercializzati in Europa. Con procedure di valutazione, in cui le aziende devono fornire prove e documentazione, che arrivano anche a 7 – 9 anni, durante i quali continua l’esposizione.

Quanto dura il processo di valutazione del REACH? Anche 9 anni. FONTE: European Environmental Bureau
Quanto dura il processo di valutazione del REACH? Anche 9 anni. FONTE: European Environmental Bureau

Rappresentanti ignoti e voti segreti

Come controllare, quindi, che il meccanismo decisionale e di controllo sia libero dalla pressioni delle lobby industriali? «A oggi è solo possibile accedere al registro per il comitato REACH e visionare gli ordini del giorno» precisa a Valori Alice Bernard, avvocato ambientale di ClientEarth. «I nomi dei rappresentanti che partecipano alle riunioni non sono, quindi, pubblicamente disponibili, non ci sono registri di voto che mostrano le posizioni dei Paesi e nessuno sa quando i risultati delle votazioni saranno resi pubblici». Anche per questo, prosegue Bernard, «i cittadini possono e devono chiedere ai loro governi come e perché hanno votato o voteranno all’interno del comitato REACH. Sono posizioni che possono avere un enorme impatto sull’ambiente circostante e sulla loro salute».

Il caso italiano della Ormezzano Sai

Il problema riguarda da vicino anche l’Italia. Un esempio? La decisione della Ilario Ormezzano Sai SRL, la cui procedura è stata avviata nell’ottobre 2018. «Se adottata, consentirà a questa azienda italiana e ai suoi clienti di continuare a utilizzare sostanze chimiche altamente pericolose per colorare la lana, anche se sono disponibili alternative». Se pure il Parlamento europeo si è recentemente opposto a questa decisione, il potere di concedere l’autorizzazione rimane, tuttavia, nelle mani dei governi dell’UE che siedono nel comitato REACH.

«A meno che i cittadini non ritengano che i loro governi siano direttamente responsabili, questi ultimi continueranno a nascondersi dietro la Commissione europea»  sottolinea l’esperta legale di ClientEarth.

Le pericolose deroghe al piombo nei materiali riciclati

Alla vigilia delle prossime elezioni europee, in virtù delle politiche di economia circolare, non è un tema di poco conto, visto le migliaia di lavoratori e cittadini esposti e la diffusione di sostanze che si pensavano bandite, come il piombo. «Il comitato REACH discuterà anche le proposte per limitare il piombo e i suoi composti nel PVC, e la sua diffusione attraverso la caccia nelle zone umide» ricordano le ONG.

Le deroghe proposte, accusano da ClientEarth e European Environment Bureau, consentirebbero concentrazioni molto più elevate di piombo nei materiali riciclati (1%) rispetto al materiale vergine (0,1%). «È fondamentale evitare che una sostanza così pericolosa rimanga nella catena di approvvigionamento» ribadiscono. La loro posizione rispecchia quelle già assunte del Consiglio europeo che già dal 25 giugno 2018 aveva sottolineato «fortemente l’importanza di stabilire cicli di materiali non tossici, allo scopo di promuovere la circolarità di prodotti e raggiungere un elevato livello di protezione della salute umana e dell’ambiente».

PFOA triste ricordo per il Veneto

«Tutte le sostanze analizzate dal comitato Reach sono pericolose per l’uomo», ribadisce a Valori Edoardo Bai, medico e epidemiologo di ISDE, l’associazione internazionale dei Medici per l’Ambiente. «E in Italia lo sappiamo bene. Il PFOA è uno dei moltissimi composti fluorurati del carbonio, l’unico considerato possibile cancerogeno per l’uomo, dalla International Agency for Research on Cancer (IARC). Dopo il PFOS, il più tossico. Fa parte dei cosiddetti PFAS, le medesime sostanze impermeabilizzanti che hanno contaminato l’acqua potabile in Veneto».

Ad oggi ben 350mila persone esposte, attraverso lo sversamento nelle falde acquifere da parte della Miteni di Trissino, per almeno 20 anni, che ha coinvolto oltre 80 comuni. Il biomonitoraggio in corso, da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, sta accertando i danni alla salute a partire da bambini e adolescenti.

La contaminazione da PFAS nelle acque di falda e dei fiumi in Veneto, rilevata da ARPAV tra il 2013 e il 2016. FONTE: Greenpeace
La contaminazione da PFAS nelle acque di falda e dei fiumi in Veneto,
rilevata da ARPAV tra il 2013 e il 2016. FONTE: Greenpeace

«Gli effetti più preoccupanti della esposizione allo PFOA sono, infatti, correlati alla sua capacità di intervenire sugli ormoni, interferendo sulla loro funzione di regolatori delle attività dell’organismo umano. Provocando anche aumenti della mortalità per cardiopatie, ictus, tumori al rene e al testicolo, incremento della malattia di Alzheimer e diabete» precisa Bai.

Da qui la richiesta delle Ong europee alla Commissione europea di non concedere la deroga alla casa farmaceutica AstraZeneca che l’autorizzerebbe  a proseguire la produzione del PFOA.

Gli interferenti endocrini tra le sostanze che favoriscono la menopausa precoce nelle donne Usa. FONTE: PLOS ONE

E i produttori frenano i divieti del biossido di titanio

Non meno preoccupanti le informazioni sul biossido di titanio, che viene utilizzato principalmente nelle vernici. È anche un colorante alimentare per pasticceria, (E171). Viene usato per sbiancare il cioccolato, lo zucchero e la glassa. «La IARC ha classificato il composto come possibile cancerogeno per l’uomo. La commissione REACH sta esaminando la necessità di confermare o meno la classificazione IARC. Ma intanto il Titanium Dioxide Industry Consortium (TDIC), associazione europea dei produttori di biossido, si è mobilitata e ha commissionato uno studio sugli effetti economici negativi che avrebbe un eventuale messa al bando» ricostruisce l’epidemiologo di Isde.

I pasdaran del triossido di cromo e del DEHP

A proposito del triossido di cromo, ricorda che già «numerosi studi epidemiologici hanno dimostrato un aumento di cancro del polmone nei lavoratori esposti. Le aziende galvaniche e le acciaierie sono le maggiori utilizzatrici. In Italia la cromite era prodotta dalla Falk, ha provocato un grave inquinamento del lago di Novate Mezzola e delle falde idriche della pianura Padana, tanto che le acque devono essere adeguatamente depurate prima della distribuzione come potabili». Eppure due aziende europee chiedono di poterlo ancora utilizzare: la Lanxess Deutschland GmbH e la Gerhardi. Tutto ciò mentre esistono già sostanze non pericolose che possono sostituirlo nei processi industriali.

Infine il DEHP, plastificante per le materie plastiche. «È uno fatlato, anch’esso potente interferente endocrino. È fra i primi sei composti tossici esclusi dalla produzione industriale dal REACH. Può danneggiare il fegato, il rene, i polmoni, e il sistema riproduttivo» ribadisce ancora una volta Bai. Ma la società chimica ceca DEZA, che è il più grande produttore di prodotti chimici in Europa, ha chiesto l’autorizzazione per continuare a usarlo. Cinque anni dopo, la commissione REACH non ha ancora approvato la richiesta della società e non ha ancora fornito spiegazioni sul ritardo, nonostante la costante sollecitazione delle ONG ambientaliste per far arrivare finalmente al rifiuto all’autorizzazione.

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