Lo stack autoritario: la democrazia in appalto ai miliardari tech
Lo stack autoritario unisce big tech, capitali e l'ideologia della nuova destra americana. Un sistema che arriva anche in Italia
Nel febbraio 2025 Alex Karp, cofondatore e amministratore delegato di Palantir Technologies, pubblica il saggio “La repubblica tecnologica”. La tesi è che la Silicon Valley abbia tradito la propria missione inseguendo app di foto e algoritmi pubblicitari, e che la soluzione stia in una rinnovata alleanza tra imprese tecnologiche e Stato: l’industria torna a servire la nazione, lo Stato impara a operare con l’efficienza di un’azienda. Non è un appello disinteressato, visto che proviene dal vertice di un’azienda che, pochi mesi prima, ha incassato un contratto decennale con il Pentagono da 10 miliardi di dollari per gestire l’intelligence militare, la logistica e il controllo dell’immigrazione americani.
Non è neppure una coincidenza, ma l’evento più manifesto di un disegno che Francesca Bria, economista dell’innovazione e professoressa all’University College London, ha cercato di rendere visibile con l’Authoritarian Stack, un progetto di ricerca e mappatura lanciato a fine 2025. Bria cartografa il sistema per mostrare cosa si stia saldando davvero in questi anni: non una partnership tra democrazia e tecnologia, ma quello che lei chiama uno «stack autoritario». Un insieme verticalmente integrato di controllo privatizzato che si estende dalle piattaforme cloud ai droni autonomi, dai satelliti militari all’infrastruttura monetaria.
Cosa significa stack autoritario
Nell’informatica, uno «stack» indica l’insieme verticalmente integrato di componenti necessari a far funzionare un sistema complesso: dall’hardware fisico fino alle applicazioni visibili all’utente. Ogni strato dipende da quello sottostante, e chi controlla lo strato più basso controlla le regole per tutti gli altri. Anche Amazon, Google, Meta sono costruiti come stack: ecosistemi completi che controllano chip, data center, sistemi operativi e mercati. Chi vuole operarvi deve accettarne le condizioni, perché l’alternativa non esiste.
La ricerca applica questa logica al potere politico. L’Authoritarian Stack è un sistema in cui ogni strato – l’ideologia che legittima, il capitale che finanzia, la regolazione che protegge, l’infrastruttura che esegue – rafforza il successivo. Una volta integrato verticalmente, smontarlo ha un costo che nessun attore è disposto a sostenere.
La sovranità in appalto alle grandi industrie tech
I teorici medievali identificavano tre fondamenti della sovranità: la spada, la toga, la moneta. Vale a dire il monopolio della forza, il potere di legiferare e giudicare, la capacità di emettere valuta. Quello che la ricerca di Bria documenta è la loro sostituzione sistematica: si va dalle tecnologie militari esternalizzate alle norme e alle giurisdizioni private fino alle criptovalute non regolate dallo Stato.
Il Pentagono ha acquistato da Palantir una serie di servizi integrati. Ormai la Nasa dipende strutturalmente dalle capacità ingegneristiche di SpaceX per l’attività spaziale, così come i sistemi di comunicazione dipendono da Starlink. L’Agenzia federale per l’immigrazione ha poi acquistato senza gara un sistema di tracciamento dei migranti dichiarando per iscritto che Palantir era «l’unica fonte» in grado di metterlo in pratica. Lo Stato ha certificato la propria impossibilità di fare a meno dei sistemi tecnologici privati.
Come il potere pubblico viene colonizzato dalle big tech
La dipendenza non è episodica. Si tratta di un processo sistematico che va sotto il nome di «cattura del regolatore»: le modalità attraverso cui un’industria colonizza l’apparato pubblico che dovrebbe vigilarla, attraverso il personale. Nel caso dello stack autoritario è documentato a ogni livello: ex dirigenti di Palantir occupano posizioni chiave alla Casa Bianca, nel governo federale, nelle varie agenzie federali.
L’esempio più eclatante riguarda il Pentagono. Nel 2025 istituisce il Distaccamento 201, anche noto come Executive Innovation Corps, con l’obiettivo di favorire l’innovazione nell’industria bellica. Tra i componenti figurano il direttore tecnologico di Palantir, il chief technology officer di Meta e il chief product officer di OpenAI. Vengono nominati tenenti colonnelli: un grado militare che richiede normalmente quasi vent’anni di carriera. Il nuovo distaccamento dovrà consigliare l’esercito sulle tecnologie da adottare, comprese quelle per cui molti di loro hanno lavorato, o ancora lavorano.
Il capitalismo patriottico
A tenere insieme questo meccanismo è un’ideologia che i suoi sostenitori chiamano «capitalismo patriottico»: una modalità di investimento in cui il criterio di selezione non è solo il rendimento atteso, ma la coerenza con un progetto politico. I fondi di venture capital investono su imprese «coerenti» – sicurezza, intelligence, sistemi d’arma autonomi – perché queste imprese incarnano un’idea di Stato e di Occidente che l’ideologia considera necessaria.
Il ciclo che ne deriva ha una logica autorinforzante. Le imprese “coerenti” con l’ideologia ricevono contratti dall’amministrazione che quella stessa ideologia ha contribuito a eleggere; i contratti generano rendimenti; i rendimenti finanziano nuove imprese allineate; le nuove imprese ottengono nuovi contratti e approfondiscono la propria presenza nello Stato.
Donald Trump Jr. e il capitalismo dei contratti garantiti
L’architettura finanziaria dello stack è stata costruita con anni di anticipo da Peter Thiel. Il suo Founders Fund, fondato nel 2005, gestisce circa 17 miliardi di dollari ed è stato il primo investitore istituzionale in SpaceX e Palantir. Nel giugno 2025 ha guidato il round da 2,5 miliardi di dollari di Anduril con un assegno da 1 miliardo. Il più grande mai scritto dal fondo nella sua storia.
Su questa architettura si innesta, nel 2022, il fondo 1789 Capital. A novembre 2024, a elezioni presidenziali appena concluse, Donald Trump Jr. (figlio del presidente in carica) vi entra come partner. In un anno il fondo cresce da circa 200 milioni a 2 miliardi di dollari in asset gestiti.
Il caso Vulcan Elements illustra il meccanismo. Nell’agosto 2025 il fondo investe in una società di magneti in terre rare con 30 dipendenti. Tre mesi dopo, quella stessa società riceve 620 milioni di dollari dal dipartimento della Difesa: il finanziamento più grande nella storia dell’Office of Strategic Capital del Pentagono.
I grandi istituti finanziari si sono adeguati alla logica d’investimento: Vanguard detiene il 9,32% di Palantir (circa 37,7 miliardi di dollari), BlackRock il 5,45%. JPMorgan ha aumentato la propria posizione di oltre il 46% nel primo trimestre del 2025. Il capitalismo patriottico sta diventato un’asset class molto remunerativa.
L’Europa non è estranea allo stack autoritario
Lo stack autoritario non è un fenomeno americano che si osserva da lontano. È un sistema transnazionale che avanza su due binari paralleli: l’offensiva ideologica, che ridefinisce la democrazia come sistema operativo obsoleto, e la dipendenza tecnologica, che lega le istituzioni europee a infrastrutture controllate da attori stranieri che non rispondono all’Europa.
Nel Regno Unito Palantir gestisce per il Servizio sanitario nazionale una piattaforma da 330 milioni di sterline che copre decine di milioni di cartelle cliniche. In Germania, Anduril – startup californiana specializzata in sistemi d’arma autonomi – ha costituito una joint venture con Rheinmetall per produrre droni per la Nato: architettura californiana, produzione europea, catena di comando americana. In Italia il governo aveva avviato trattative per integrare i terminali Starlink di Elon Musk nelle reti di comunicazione militari e di emergenza. E il ministero della Difesa ha sottoscritto contratti secretati con Palantir per la gestione e l’analisi dei dati.
La sovranità digitale pubblica e democratica come alternativa allo stack autoritario
L’Europa importa oggi oltre l’80% dei propri servizi digitali. Nei fatti consegna dati, strumenti sovrani agli oligarchi dello stack autoritario. Le infrastrutture, anche quelle digitali, non sono neutrali: chi le costruisce, chi le controlla, chi le fornisce, ha un potere sovrano. Alla mappatura del network tecno-autoritario si affianca una proposta concreta: l’EuroStack, un’architettura pubblica europea a sette strati – materie prime, chip, reti, cloud, intelligenza artificiale, dati, governance.
Nella presentazione della ricerca, sostenuta dalla Rosa Luxembourg Foundation, Francesca Bria sostiene: «Se la democrazia deve sopravvivere all’età delle guerre dell’IA, delle reti orbitali privatizzate e della governance algoritmica autoritaria, deve riappropriarsi delle proprie fondamenta tecnologiche – investendo in infrastrutture pubbliche costruite per servire i cittadini e non gli oligarchi, elaborando dottrine di tecnologia democratica con la stessa deliberatezza con cui la destra tecnologica autoritaria ha scritto le proprie dottrine post-democratiche».




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