Terzo settore: resiliente e centrale per il welfare, ma riceve solo l’1% del credito bancario

Il Terzo settore riceve appena l’1% dei prestiti bancari. Banca Etica si distingue destinando il 45% dei crediti a enti non profit e cooperative sociali

Il Terzo settore e le sfide per il futuro © CalypsoArt/iStockPhoto

È stata presentata oggi a Roma la ricerca “Finanza Etica ed economia sociale: sfide e prospettive per il Terzo settore”, frutto della collaborazione tra Banca Etica e Forum nazionale del Terzo settore, con il contributo scientifico di Aiccon research center. Lo studio si propone di comprendere le principali sfide economiche affrontate dalle organizzazioni dell’economia sociale in Italia, e le criticità che riscontra il Terzo Settore nell’accesso al credito e agli altri servizi finanziari e assicurativi.

Quello che emerge infatti è una sempre maggiore dipendenza delle organizzazioni del Terzo settore dalle banche (il 98,1% del totale). A fronte però di una sempre più bassa soddisfazione. Non sempre, infatti, il comparto bancario risponde alle aspettative. Secondo i dati di Banca d’Italia, le organizzazioni non profit (escludendo le imprese sociali e le cooperative) ricevono solo l’1% dei prestiti totali erogati dal sistema bancario alle imprese. Ovvero circa 6,7 miliardi su un totale di 667 miliardi.

Banca Etica: un modello alternativo per il credito al Terzo settore

In questo scenario Banca Etica si distingue per il suo focus sul Terzo settore e sull’economia sociale. La quota di finanziamenti erogati da Banca Etica alle istituzioni senza scopo di lucro si attesta infatti al 18,1% degli impieghi complessivi a imprese e organizzazioni. Quota che sale al 44,7% includendo le cooperative sociali. E raggiunge il 60% se si comprendono tutte le cooperative.

«Questa ricerca conferma come la finanza etica sia non solo un partner, ma un vero e proprio motore di sviluppo per l’economia sociale. Oltre 25 anni fa Banca Etica è nata dal Terzo settore per il Terzo settore. E la nostra missione è da sempre quella di sintonizzarci con i bisogni reali di queste organizzazioni», ha detto Federica Ielasi, vicepresidente di Banca Etica.

«Abbiamo sviluppato competenze specifiche e uniche nel panorama bancario su questi temi, accreditando il nostro modello di business quale riferimento strategico per istituzioni internazionali di primo piano (Banca Europea per gli Investimenti e Fondo Europeo per gli Investimenti). Come pure in Italia, dove Banca Etica è stata ingaggiata dal Ministero dell’economia e delle finanze nella costruzione dell’Action plan nazionale».

Terzo settore molto bancarizzato, ma poco soddisfatto dei servizi

L’indagine di Banca Etica e Forum nazionale del Terzo settore si è articolata in una parte qualitativa, basata su una ricerca condotta su un campione di 1.313 enti del Terzo settore. E i risultati, come detto, non sono del tutto soddisfacenti.

I dati la ricerca “Finanza Etica ed economia sociale: sfide e prospettive per il Terzo settore” © Banca Etica

Dalla ricerca risulta infatti che il Terzo settore è caratterizzato da una sempre più elevata bancarizzazione (98,1%), con un significativo 22% di enti che risultano multibancarizzati. Ma il rapporto con gli istituti di credito restituisce una soddisfazione meno che sufficiente, con solo due organizzazioni su cinque (41,2%) che si dichiarano soddisfatte. Il gradimento, quando c’è, è legato soprattutto a motivi relazionali. E risulta maggiore dove si rileva la presenza di personale formato e dedicato sul Terzo settore (51,3%) o in caso di strategie e strutture dedicate (48,0%).

In generale, l’utilizzo degli strumenti bancari resta basilare, concentrato su depositi e pagamenti. Solo una piccola quota del campione ricorre al credito a breve termine (9,2%) o a medio-lungo termine (6%). L’accesso al credito è reso complesso anche da limiti normativi e per di più è calato anche nei periodi in cui il taglio dei tassi iniziava a favorire la ripresa dei finanziamenti. Questo si riflette nel dato macroeconomico: i prestiti bancari alle istituzioni senza scopo di lucro in Italia si sono ridotti di 1,4 miliardi di euro dalla pandemia del 2019 ad oggi. 

Anche l’esposizione delle organizzazioni del Terzo settore al mondo assicurativo è assai elevata (86,1%). Ma qui la soddisfazione è molto più alta (86,6%). In questo caso il fattore decisivo è la presenza di prodotti specializzati, anche se la fruizione dei prodotti assicurativi resta limitata agli obblighi normativi (es. Responsabilità civile e Infortuni).

Resilienza del Terzo settore, ma i costi mettono a rischio la tenuta

Negli ultimi anni gli enti del Terzo settore hanno mostrato certa resilienza. Dalla ricerca “Finanza Etica ed economia sociale: sfide e prospettive per il Terzo settore” emerge infatti come le organizzazioni non profit abbiano risposto agli shock (pandemia, tensioni geopolitiche, inflazione) con attenzione e prudenza. Il settore ha un funding mix equilibrato, con il 68,6% delle entrate da fonti private e il 31,4% da fonti pubbliche, di cui circa un terzo (30,1%) derivante dal mercato.

Ma nonostante questo, l’aumento dei costi e l’incertezza sul futuro pongono diverse sfide. A partire dall’aumento dei costi e dall’erosione dell’avanzo di gestione. Nell’ultimo biennio, infatti, due organizzazioni su tre (66,5%) hanno visto aumentare i costi (materiali ed energia). E oltre la metà ha registrato aumenti del costo del lavoro (57,2%). Dalle interviste emerge inoltre come il 32% degli enti del Terzo settore si aspetta che nel prossimo futuro la capacità di produrre avanzo di gestione sarà erosa.

Sempre per quel che riguarda il futuro, la sfida più importante resta sicuramente la ricerca di nuovi volontari (63,7%) per Odv (Organizzazione di volontariato) e Aps (Associazione di promozione sociale). Seguita dalle difficoltà nel far fronte alla normativa (35,7%) e alle relazioni con la pubblica amministrazione. Le imprese sociali, invece, temono in primis l’aumento dei costi di produzione e lavoro (48,5%).

Il Piano nazionale dell’economia sociale può cambiare il rapporto con le banche

La ricerca conferma poi il grande valore della diversificazione delle fonti su cui il Terzo settore fa affidamento: autofinanziamenti (tesseramento, prestito sociale); contributi pubblici (bandi, incentivi, 5×1000), donazioni, crowdfunding, sponsorizzazioni. Questo mix è strategico e andrà  sviluppato. Ma non potrà che rappresentare una parte di un set più ampio di soluzioni alle quali sarà importante accedere in modo più significativo. A cominciare da quelle di credito ordinario.

Lo studio sottolinea infatti la necessità di far evolvere il rapporto tra Terzo settore e finanza attraverso una maggiore conoscenza reciproca e lo sviluppo di criteri di valutazione ad hoc. Oltre all’adozione di misure legislative, come il rafforzamento degli schemi di garanzia (es. Fondo Centrale di Garanzia) per gli enti del Terzo settore non commerciali e il superamento stabile dei tetti al 5×1000. Fondamentale sarà poi l’adozione anche in Italia del Piano nazionale dell’economia sociale previsto dall’Unione europea, che dovrà sviluppare e stabilizzare politiche e misure di sostegno finanziario e non solo.

«A fronte di un’importante capacità di produrre ricchezza economica e sociale il Terzo settore fatica ad accedere a strumenti finanziari e assicurativi che gli consentirebbero di rafforzare il suo impatto sui territori», ha detto Giancarlo Moretti, portavoce del Forum Terzo Settore. «Questo studio lo dimostra chiaramente. E ci dà un’ulteriore spinta a proseguire il lavoro che conduciamo da anni attraverso l’iniziativa Cantieri ViceVersa, la formazione dedicata agli Enti del Terzo settore e agli operatori della finanza. Oltre che a chiedere alle istituzioni di riconoscere appieno le peculiarità del comparto. Da questo punto di vista, il Piano Nazionale sull’Economia Sociale rappresenta un passo cruciale che, ci auguriamo, segni la rotta».

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