Inizia dai porti l’opposizione operaia al transito in Italia di armi destinate a Israele

La legge 185/90 regola il transito di armi in Italia. Una disposizione che inizia a essere applicata anche grazie alle proteste dal basso

Futura D'Aprile
Il porto di Gioia Tauro © Naeblys/iStockPhoto
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La logistica ha un ruolo centrale nell’alimentare i conflitti, come sanno bene portuali e ferrovieri in Italia ed Europa. Fino ad oggi, i lavoratori dei maggiori scali nazionali sono stati in prima linea per bloccare il transito in Italia di armi dirette verso Israele. Ma di recente anche autorità pubbliche e politici hanno preso posizione contro questo transito, mettendo in pratica per la prima volta una specifica previsione della legge 185/90

Cosa dice la legge 185/90 sul transito di armi in Italia

Questa norma regola tanto l’export e l’import di materiale militare, quanto il solo transito nel territorio italiano. La legge vieta anche quest’ultimo nel caso in cui il destinatario finale sia un Paese coinvolto in un conflitto o accusato di violazione dei diritti umani e deve ugualmente essere autorizzato dalle autorità competenti. Ciò, purtroppo, accade raramente. E per le organizzazioni civili e gli attivisti è particolarmente complesso reperire informazioni precise sui materiali che passano per i porti italiani e sulla loro destinazione finale.

Nonostante ciò, la campagna No Harbour for Genocide, l’European Legal Support Center (Elsc), il movimento Bds Italia, il gruppo Giuristi e avvocati per la Palestina e attivisti locali sono riusciti a tracciare il percorso di una spedizione molto particolare: quella dell’acciaio militare diretto dall’India verso Israele. 

Dalle segnalazioni degli attivisti al sequestro dei container diretti verso Israele

A seguito delle loro segnalazioni, il 18 marzo a Gioia Tauro la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno sequestrato e ispezionato otto container sospetti di acciaio di tipo militare, dello stesso tipo utilizzato per produrre munizioni e proiettili di artiglieria impiegati nel genocidio a Gaza. I container sono parte di un più grande accordo siglato tra India e Israele, due Paesi con rapporti militari e commerciali sempre più stretti.  

I container sono infatti partiti dall’India tra dicembre e gennaio a bordo di quattro diverse navi cargo della compagnia di trasporto svizzera Msc. I porti di trasbordo dovevano essere quelli di Gioia Tauro e del Pireo, in Grecia. Da qui, i container dovevano essere trasferiti su altre navi per poi essere trasportati fino al porto di Ashdod, in Israele. Ma Msc non è coinvolta solo nel transito. Sia il terminal di Goia Tauro che quello israeliano appartengono al gruppo svizzero guidato dall’imprenditore italiano Gianluigi Aponte. 

Nel caso di Goia Tauro si è poi inserita anche la politica. La deputata Stefania Ascari del Movimento 5 Stelle ha presentato un’interrogazione urgente al governo. La sua collega Anna Laura Orrico e il rappresentante regionale dell’Usb Giuseppe Marra sono stati presenti durante l’ispezione dei container. 

Non solo Gioia Tauro: il caso della Vega nel porto di Cagliari

Ma Gioia Tauro non è stato l’unico porto italiano coinvolto in questo transito militare. A fine marzo, un’altra nave Msc, la Vega, ha raggiunto Cagliari. Qui, grazie nuovamente agli avvertimenti dell’Elsc, ai Giuristi e avvocati per la Palestina e alle manifestazioni che si sono tenute all’entrata del porto, il sindaco di Cagliari ha chiesto un’ispezione sul contenuto delle Vega. Le autorità hanno ispezionato e sequestrato quattro container sospetti, portando a undici il numero totale dei container fermati in tutta Italia.

Anche in questo caso, il deputato del M5s Antonino Iaria ha presentato con i colleghi sardi Mario Perantoni e Susanna Cherchi un’interrogazione sul contenuto dei container sequestrati e sulla possibile mancanza delle necessarie autorizzazioni. La risposta del ministero dei Trasporti ha confermato il controllo degli 11 container, «contenenti materiali siderurgici classificati come dual use», ossia utilizzabili per scopi sia civili che militari. Ma sul tipo di impiego dell’acciaio indiano ci sono pochi dubbi. La destinazione finale del carico è Israeli Military Industries, la principale produttrice di munizioni in Israele, di proprietà di Elbit System, attiva solo nell’ambito militare.

Lavoratori e attivisti bloccano il transito in Italia di armi dirette a Israele

Intanto, anche in altri porti del Mediterraneo lavoratori e organizzazioni attive contro la guerra hanno bloccato le spedizioni di materiale bellico dirette verso Israele, costringendo diverse navi a cambiare rotta. Il caso italiano dimostra ancora una volta quanto rilevante sia il ruolo della logistica civile nei conflitti. E quanto siano importanti le mobilitazioni portate avanti da più realtà tanto locali quanto internazionali.

I sequestri a Goia Tauro e Cagliari, inoltre, rappresentano un importante precedente, perché stabiliscono che la legge 185/90 può effettivamente bloccare anche il solo transito di materiale bellico. Ciò che manca sono ispezioni mirate e più frequenti da parte delle autorità. A loro spetta anche il compito di controllare che questo tipo di transito sia stato correttamente autorizzato dal governo italiano. 

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