Trump è davvero un ignorante o attacca il clima sapendo perfettamente ciò che fa?
Guardando alle politica sul clima degli Stati Uniti sorge spontanea una domanda: il presidente Trump ci è o ci fa?
È davvero difficile capire se Donald Trump sia semplicemente un ragazzetto cresciuto mangiando dollari e ignoranza o se sia pienamente cosciente di quello che sta facendo. Se il suo parlare agli americani mescolando sempre quelle quaranta o cinquanta parole avvenga per un calcolo strategico, o perché solo quelle conosce. Se abbia dispiegato sul territorio una sorta di Schutzstaffel dei tempi moderni che terrorizza la popolazione di origine straniera (e non solo quella) perché davvero animato da ideologie che speravamo sepolte dalla storia e dall’evoluzione umana, o perché, accecato dall’extra-lusso sua villa di Mar-a-Lago, non si rende neppure conto di cosa stia facendo.
Sul clima Trump ci è, o ci fa?
Sulle politiche climatiche, la questione è identica. La crociata anti-scientifica dell’amministrazione di Washington è tale da riproporre proprio lo stesso interrogativo: Trump c’è o ci fa? Tradotto: è davvero così ignorante da pensare che, come ha affermato, il riscaldamento globale sia una buffonata? Oppure sa perfettamente di contribuire a rendere il Pianeta un luogo di catastrofi, ma preferisce staccare il dividendo politico immediato derivante dall’accontentare potentati e dal mantenere qualche vecchio posto di lavoro?
Ciò che è chiaro è che, esattamente come nel caso degli agenti Ice e della guerra commerciale, la linea guida del secondo mandato presidenziale di Trump si riassume in una parola: perseverare. Così, dopo aver rilanciato la filiera delle fonti fossili, bollato come inutili le rinnovabili, essere uscito dall’Accordo di Parigi e aver abbandonato 66 organizzazioni internazionali, comprese quelle che si occupano di clima e ambiente, il miliardario oscillante tra ignoranza e sadismo ha preso di mira un testo poco noto dalle nostre parti ma cruciale per le politiche climatiche statunitensi.
Cos’è l’Endangerment finding e perché è così importante negli Stati Uniti
Parliamo di un documento noto come “Endangerment finding”. La vicenda risale al 2007: all’epoca, venne avviata una battaglia legale – la cosiddetta “Massachusetts vs. Epa”, che arrivò al vaglio della Corte Suprema. Lo Stato americano (assieme ad altri) si rivolse ai giudici per chiedere all’Agenzia per la protezione dell’ambiente (l’Epa, appunto) di impegnarsi non solo contro le sostanze che inquinano aria, acqua e suoli ma anche quelle climalteranti.
Fino a quel momento, infatti, il mandato dell’Epa non copriva le emissioni di gas ad effetto serra. I giudici della Corte suprema diedero ragione agli Stati americani, e di conseguenza, due anni dopo, l’Epa allargò il suo raggio d’azione. Fu pubblicato dunque l’“Endangerment finding”, documento che conteneva prove della pericolosità degli agenti climalteranti. E che ha rappresentato da allora la base legale che ha permesso all’agenzia di imporre numerose regolamentazioni finalizzate alla lotta alla crisi climatica. Tutte normative che secondo Trump frenano la crescita economica statunitense, e che perciò vanno eliminate. Di qui la scelta di abrogare l’Endangerment finding.
«Il più grande atto di deregolamentazione della storia degli Stati Uniti»
Ovviamente, il direttore dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa) degli Stati Uniti, l’ultra-conservatore Lee Zeldin – un avvocato ex-militare che mai si era occupato di clima, ambiente o biodiversità – ha esultato. «È il più grande atto di deregolamentazione della storia degli Stati Uniti», ha dichiarato. Un colpo di spugna, in effetti. In nome di una deregulation pressoché totale. Roba da far impallidire quella finanziaria voluta da Ronald Reagan e Ala Greenspan negli anni Ottanta (e infatti avete visto come siamo finiti).
Certamente il provvedimento con il quale l’Endangerment finding viene cancellato sarà impugnato. Ci saranno nuove udienze e sentenze. Probabilmente si arriverà di nuovo alla Corte Suprema. Perderemo però, ancora una volta, tantissimo tempo. Laddove di tempo, sulla questione climatica, non ne abbiamo più.
La deregolamentazione silenziosa di casa nostra
Ma c’è una questione più squisitamente politica che dovremmo porci in tutto ciò. Perché quello che sta facendo con fragore Trump negli Stati Uniti, lo sta facendo anche in modo molto più silenzioso l’Unione europea con il sistematico indebolimento di una serie di direttive e regolamenti. Certo, l’Ue resta infinitamente più avanzata sul clima rispetto al resto del mondo, benché anche le sue politiche siano insufficienti, matematica alla mano.
Ciò su cui dovremmo interrogarci è però la tendenza. Riassumibile in una domanda. Quanto erano davvero convinti i nostri governi della necessità di operare per tutelare il clima, se al primo soffio di vento non hanno esitato a fare marcia indietro, salvo qualche rara eccezione? Chiudendo il cerchio, e per carità mutatis mutandis, potremmo porci in fondo la stessa domanda. È per ignoranza della gravità del problema o per bieco calcolo politico che anche a casa nostra si preferisce privilegiare il tornaconto di brevissimo periodo rispetto alla lungimiranza?




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