L’ultimo stadio del capitalismo
Nel 2026 le imprese S&P 500 supereranno i 1.400 miliardi di dollari in buyback, sottraendo risorse alla produzione per gonfiare dividendi e azioni
Il definitivo ribaltamento di ruoli e potere tra finanza ed economia. Un sistema economico che non è più orientato alla produzione, ma unicamente a una sempre crescente estrazione di profitti finanziari. Si potrebbe leggere così il continuo aumento di risorse destinate al buyback.
Ne abbiamo parlato diverse volte. Il termine buyback indica l’acquisto da parte di un’impresa delle sue stesse azioni. Ricordiamo che se compro un’azione divento proprietario di una frazione, per quanto piccola, dell’impresa corrispondente.
Che significa allora che un’impresa diventa proprietaria di sé stessa? L’idea è alquanto strana, e in effetti quasi sempre le azioni acquistate vengono annullate. In questo modo rimangono meno azioni in circolazione, e quelle rimanenti tenderanno a salire di valore. Ecco spiegato il motivo. Quando un’impresa realizza degli utili, può decidere di reinvestirli nell’attività produttiva, di tenerli a riserva o di distribuirli agli azionisti sotto forma di dividendi sulle azioni. Se ci sono meno azioni in circolazione, per quelle rimanenti i dividendi aumentano. In definitiva, quindi, l’obiettivo principale del buyback è garantire maggiori profitti agli azionisti.
Il finanziamento delle imprese tra credito e mercati finanziari
La distribuzione di profitti dovrebbe essere l’ultimo passaggio nel ciclo economico-finanziario. Se ho bisogno di capitali per rafforzare e sviluppare la mia attività posso ricorrere a diversi canali, e in particolare al credito o ai mercati finanziari. Nel primo caso mi rivolgo a una banca per avere un prestito, nel secondo emetto azioni, obbligazioni o altri titoli. Emettendo azioni, propongo agli acquirenti di diventare co-proprietari, e condividere quindi rischi e benefici. L’impresa va bene, vende, realizza profitti e può quindi distribuirne una parte, come ricompensa per chi ha messo i propri soldi tramite l’acquisto di azioni.
Tutto questo per ribadire qualcosa che dovrebbe essere una banalità: la produzione di beni e servizi è il fine, la finanza un mezzo per sostenerlo.
Negli ultimi decenni, il sistema finanziario è però enormemente cresciuto di dimensioni, di potere, di ruolo all’interno dell’economia e della società in generale. Ed è in questo processo di finanziarizzazione dell’economia che il buyback si afferma come strumento sempre più centrale. Negli ultimi anni tale pratica è letteralmente esplosa, segnando continuamente nuovi record. Il 2026 non fa eccezione, anzi.
Possiamo ora capire la natura del problema. Prima ancora di banche e mercati, il metodo più semplice e diretto per un’impresa per trovare capitali è l’auto-finanziamento: realizzo degli utili, e li investo nella stessa attività produttiva. Con il buyback, somme enormi e crescenti che le imprese avrebbero potuto destinare a nuove assunzioni, al miglioramento della produzione, alla ricerca o a qualsiasi altra finalità produttiva vengono invece utilizzate per comprare azioni che subito dopo vengono annullate e messe fuori mercato.
I record del buyback S&P 500 nel 2026: la finanza fine a se stessa
La banalità scritta poco sopra – produrre e vendere sono il fine delle imprese, la finanza uno strumento – appare ora molto meno banale. Oggi l’obiettivo centrale, se non l’unico, per molte tra le maggiori imprese del mondo è semplicemente quello di fare crescere la quotazione delle azioni e i dividendi. Il buyback mostra come per farlo si può persino arrivare a sottrarre enormi risorse all’economia produttiva.
Ecco il completo ribaltamento accennato nell’introduzione: produzione e vendita di beni e servizi si trasformano in mezzi, la finanza è il fine ultimo.
Un recente articolo di Les Echos fa il punto sull’incredibile crescita del buyback negli ultimi anni, e sui nuovi record stabiliti nel 2026. Negli Stati Uniti le 500 più grandi imprese (racchiuse nell’indice S&P500) hanno già autorizzato acquisti per oltre 1.000 miliardi di dollari, ma l’anno dovrebbe chiudersi oltre i 1.400 miliardi.
Parliamo di una somma paragonabile al Pil dell’Italia, ovvero tutto quanto viene prodotto e venduto in un anno in una delle principali economie del pianeta. Una montagna di soldi sottratti all’economia produttiva e utilizzati unicamente per comprare e successivamente distruggere azioni in modo da rendere felici gli azionisti. In Europa e Asia le cifre in assoluto sono più basse, ma la direzione degli ultimi anni è identica.
L’ultimo stadio del capitalismo: la finanza come fine, l’economia come mezzo. Il valore delle azioni che non rispecchia la capacità produttiva, ma viene drogato proprio sottraendo risorse alle imprese. Una finanza ipertrofica e condannata a crescere indefinitamente che schiaccia un’economia costretta a sostenerne un peso sempre più folle. Quanto potrà ancora durare un sistema che pur di non crollare è disposto a fagocitare sé stesso?




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