Venezuela, gli interessi degli Stati Uniti vanno ben oltre il petrolio

Un’analisi del blitz degli Stati Uniti in Venezuela: il petrolio conta, ma la vera posta in gioco è geopolitica e riguarda l’America Latina

Antonio Piemontese
Una piattaforma petrolifera al largo delle coste del Venezuela © Armastas/iStockPhoto
Antonio Piemontese
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Donald Trump ha attaccato il Venezuela, sequestrando il presidente Maduro, per mettere le mani sulle riserve di petrolio del Paese? Questa una delle teorie che vengono proposte per spiegare la ragioni del blitz della Delta Force avvenuto nella notte tra venerdì e sabato scorsi. Ma è davvero così? E cosa accadrà se un negazionista climatico mette le mani sulle più ingenti riserve di greggio stimate al mondo? Parliamo di 303 miliardi di barili circa (dati Opec), contro, per fare un confronto, i 267 dell’Arabia Saudita e i 209 dell’Iran. Vediamo. 

Non tutto il petrolio è uguale: perché quello venezuelano è un caso a parte

Gli ambientalisti possono stare tranquilli. Come si diceva, le riserve di petrolio del Venezuela sono enormi: arriverebbero al 17% del totale mondiale. Ma si tratta di un petrolio denso, difficile da lavorare, molto diverso da quello americano. E se il greggio non è tutto uguale, neanche le raffinerie lo sono: quelle per lavorare la qualità “pesante” presente in  Venezuela sono più complicate e costose delle altre da realizzare. Il lato positivo è che, una volta costruite, permettono di acquistare un petrolio meno pregiato (e quindi meno caro) i cui prodotti, al contrario, possono essere rivenduti a prezzi normali. L’operazione, cioè, conviene se il prezzo di acquisto è abbastanza basso. 

Ma basta questo ragionamento strettamente economico a spiegare la ratio del blitz (illegale dal punto di vista del diritto internazionale) della Delta Force a Caracas? No.  Neanche pensando ai “furti” di greggio che sarebbero stati perpetrati ai danni degli americani secondo Trump.

Nazionalizzazioni e multinazionali: il nodo storico del petrolio venezuelano

Con la confusione artefatta che lo caratterizza, il commander in chief  non faceva riferimento a insensate ruberie di oro nero da parte di un Paese che ne dispone in quantità, quanto, piuttosto, alla nazionalizzazione delle infrastrutture per l’estrazione e la lavorazione dello stesso. Una pratica cominciata negli anni Settanta e proseguita da parte del presidente Hugo Chàvez dopo la salita al potere nel 1999.

Fino ad allora, in Venezuela operavano molte multinazionali dell’oil and gas che avevano costruito le proprie infrastrutture estrattive e di lavorazione. Queste sono state, poi, progressivamente requisite dallo Stato. Si trattava, chiaramente, di investimenti che le compagnie avevano messo a bilancio, per poi ammortizzarli nel corso degli anni, e che sono, invece, andati persi. Può succedere, quando si investe in aree a rischio. E chi fa impresa lo sa bene. 

Il petrolio ultra-pesante, gli investimenti, il prezzo del WTI: molti i freni per i petrolieri statunitensi

Insomma, non si arriva a una guerra a distanza di trent’anni per questo. Soprattutto per un motivo: i tempi sono cambiati, e il petrolio è una fonte energetica sulla via del tramonto. Il mondo sta andando altrove, tutto quanto: un conto è averlo in casa, come gli Stati Uniti, e continuare a estrarlo per tenere il passo della Cina (nel breve periodo), un altro è credere davvero che sia la tecnologia del futuro. Questo lo sanno benissimo gli Arabi, che nelle Conferenze mondiali sul clima delle Nazioni Unite (le Cop) sono i più strenui difensori del greggio. E ne è perfettamente consapevole anche Trump.

Inoltre, un ipotetico ritorno delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela, implicherebbe probabilmente investimenti enormi, in ragione delle condizioni attuali di molte infrastrutture presenti in loco. C’è poi un altro elemento da tenere in considerzione. Il valore del WTI, il prezzo di riferimento per il mercato petrolifero negli Usa, stagna oggi attorno ai 60 dollari al barile. Qualora improvvisamente dal Venezuela arrivasse una crescita della produzione, è possibile immaginare che tale valore scenda ulteriormente. Non è affatto detto, per tutto ciò, che per ExxonMobil o ConocoPhillips si tratti di un contesto nel quale lanciarsi in pesanti investimenti. Tra l’altro in una nazione dal futuro politico per lo meno incerto.

La vera questione: geopolitica e dottrina Monroe

La vera questione del blitz  è probabilmente di matrice geopolitica e fa riferimento alla cosiddetta “dottrina Monroe”, enunciata dal presidente statunitense omonimo nel 1823 e citata da Trump nella conferenza stampa dopo l’attacco. In sostanza, l’assunto è che il continente americano è il giardino di casa di Washington, la quale deve mantenerne la primazia. Per comprendere la dottrina Monroe e il suo significato occorre tenere presente che gli Stati Uniti hanno combattuto molte guerre, ma tutte oltremare. Le loro città non sono mai state bombardate; e non ci tengono a provare l’esperienza. 

Questo spiega l’interventismo sempiterno della Casa Bianca – coperto e non – in America Latina: dal sostegno ai dittatori alla partecipazione ai numerosi colpi di Stato. 

Washington desidera che i rapporti di vicinanza con le potenze straniere non diventino troppo stretti, («Vogliamo avere dei buoni vicini», ha affermato Trump in maniera sibillina). Sicuramente, non al punto da poter pensare di installare delle basi militari, come dimostrò la crisi dei missili di Cuba del 1963

In questo senso, anche l’economia conta: meglio tenere divise entità che avrebbero ogni interesse a federarsi secondo il modello europeo, e soprattutto, la lezione dell’eroe nazionale di molti Paesi della regione, Simón Bolívar, una sorta di Garibaldi sudamericano con la cui eredità ancora oggi i partiti locali vogliono confrontarsi. Per un Brasile guidato da Lula c’è un’Argentina guidata dall’ultradestra di Milei, cui, in cambio dell’appoggio, si fece promettere di allentare i legami commerciali con Pechino, primo partner. 

Il risultato del romano divide et impera è un soffitto di cristallo per l’America Latina. Che non potrà mai essere sfondato, sfortunatamente per chi è costretto ad accontentarsi di restare vassallo. 

Tenere lontane Russia e Cina dall’America Latina

Chi la Casa Bianca vuole tenere lontano dal continente è chiaro: un tempo si trattava solo della Russia. Oggi si è aggiunta la Cina.  

E quindi, l’oro nero non c’entra per niente? In realtà potrebbe avere un ruolo. Innanzitutto, riportare le aziende americane del petrolio in Venezuela consentirebbe di garantire la firma di accordi commerciali capestro pronti a essere impugnati per stringere la morsa sul Paese quando necessario, oltre a un viavai di lavoratori, diplomatici, e non solo – leggi alla voce spie

In secondo luogo, il petrolio venezuelano è venduto a prezzo scontato a Cuba e soprattutto alla Cina. Quindi, in questo modo, si indeboliscono gli avversari. Queste sono le spiegazioni più probabili per il blitz illegale della Casa Bianca a Caracas. Che le cose vadano come si aspettava Trump, è un altro paio di maniche. 

2 Commenti

  • E

    Elena falcione

    Domanda ingenua di chi non capisce nulla di economia:le grandi riserve auree del Venezuela possono essere una ulteriore causa della politica predatoria del pluribancarottiere(!) Trump?

  • A

    Andrea Barolini

    Direttore

    Ciao Elena, è stato sottolineato come non solo le risorse petrolifere ma anche quelle minerarie possano fare gola agli Stati Uniti. Oltre ai metalli preziosi ci sono anche ad esempio terre rare fondamentali per numerose produzioni: dalle rinnovabili (di cui a Trump interessa il giusto) all'informatica e in particolare l'intelligenza artificiale. Per cui la risposta è che il Venezuela non è "solo petrolio": è una nazione davvero estremamente ricca dal punto di vista delle risorse.

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