Che significato ha per gli equilibri globali la visita di Trump in Cina

Con la sua visita a Pechino, Trump affida alla Cina le sorti dell'economia degli Stati Uniti. In prima linea i grandi fondi d'investimento

La cerimonia di benvenuto per Donald Trump in Cina © The White House/Wikimedia Commons

La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità. Sanzioni per le raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di Paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l’Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all’ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l’Iran metteva a nudo.

La visita di Trump è una richiesta di aiuto alla Cina

Il gigantesco e insostenibile debito federale statunitense e la tenuta del dollaro come valuta internazionale (indispensabile per finanziare la spesa pubblica statunitense e per non far crollare la bolla finanziaria) avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, sancendo l’esplicita accettazione dell’assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti dell’economia pubblica e privata degli Stati Uniti.

Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell’aiuto cinese per arginarla. Per approdare a un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli. La narrazione trumpiana, in questo senso, ha puntato a trasformare immediatamente il più grande nemico e il più feroce competitore nel più leale amico, senza soluzione di continuità e senza alcuna riserva di ordine politico. Celebrando ipso facto il modello cinese in quanto tale, dentro un paradigma istituzionale in cui la gerarchizzazione e la natura taumaturgica del Capo sono elementi condivisi. 

Anche il capitalismo finanziario statunitense ha bisogno della Cina

La seconda considerazione si lega alla prima in modo stretto. Con Trump è arrivato in Cina il capitalismo statunitense e, soprattutto, quello finanziario. Il capo delegazione è stato, in tal senso, Larry Fink con la sua BlackRock, alla guida di quella ventina di mega società statunitensi di cui i grandi gestori del risparmio globale sono i principali azionisti.

L’obiettivo di questo capitalismo finanziario è duplice. Da un lato si tratta di conquistare l’immenso risparmio cinese, indispensabile per alimentare un capitalismo, appunto, che ormai si regge solo sulla capacità di razziare il risparmio diffuso. Senza di esso, i capitali dei capitalisti sono del tutto insufficienti a mantenere una bolla dove Nvidia è arrivata a valere 5.500 miliardi con un rapporto prezzo/utili vicino a 50.

Dall’altro, la Cina è fondamentale per avere terre rare, capacità di raffinazione, filiere produttive e un mercato: senza di essi, la bolla finanziaria sarebbe ancora più artificiale. In altre parole la Cina è la condizione per dare un sottostante almeno in parte reale a valori finanziari altrimenti insostenibili.

Il viaggio dei capitalisti americani in Cina era quindi altrettanto indispensabile del viaggio di Trump e, di nuovo, segna la dipendenza del sistema economico e finanziario occidentale da Pechino. Occidentale sì, e non solo statunitense. Nelle Borse americane, infatti, BlackRock ha drenato larghissima parte dei risparmi e dei capitali degli europei, che non possono certo permettersi un’esplosione della bolla finanziaria. 

La Cina accoglie la visita di Trump e accetta la sopravvivenza del capitalismo

Le terza considerazione si riferisce alla Cina che, accogliendo un Trump tanto in affanno, ha mostrato di accettare il riconoscimento così plateale da parte degli Stati Uniti della fine dell’unilateralismo e del definitivo declino dell’egemonia statunitense. Al contempo, ha dimostrato anche di non avere un interesse, in questa fase, a un schianto improvviso del capitalismo.

Il processo di sostituzione del dollaro con lo yuan non è ancora pronto. I Brics hanno creato un proprio sistema di pagamenti per evitare la paralisi delle sanzioni e per liberarsi dal cappio di Swift, ma non hanno interesse a far crollare le transazioni in dollari. Questo perché sono consapevoli (Cina in primis) di stare dentro un mercato globale rispetto al quale il disfacimento del dollaro, del debito statunitense e dei grandi fondi detentori di debito e titoli finanziari genererebbe uno tsunami non sostenibile. L’impoverimento brutale di vaste parti del mondo finirebbe infatti per cancellare il mercato stesso, oltre che il capitalismo (due realtà ben distinte agli occhi dei cinesi). In questo senso, Xi Jinping ha parlato della necessità di evitare la “trappola di Tucidide” che rappresenta la più grande apertura alla pace praticabile da parte della Cina. 

Le mire della Russia di Putin e l’impasse dell’Unione europea

Bisogna poi accennare in conclusione a due effetti collaterali relativi alla posizione della Russia e a quella dell’Unione europea, tra loro, paradossalmente, molto connesse. A Pechino ha origine il mondo bipolare che la Russia, per la sua vocazione imperiale e per gli stretti rapporti con la Cina, vuole rendere multipolare. In tal senso Mosca apre all’Unione europea, come dimostrano le recenti dichiarazioni di Putin, impegnato anche a evitare una escalation della guerra in Ucraina verso cui cerca di spingerlo una parte dell’opinione interna.

Per Putin una riapertura delle relazioni economiche con i Paesi europei significherebbe avere un peso importante da mettere sul tavolo dei rapporti di forza interni ai Brics con la Cina e su quello dell’avvicinamento agli Stati Uniti, avviato ad Anchorage. Ma la risposta europea pare essere solo quella dell’acclamato Draghi che propone un’impossibile autosufficienza, guidata dai volenterosi, dal riarmo e dalla sua finanziarizzazione, in assenza di relazioni con la Cina, con la Russia e con Trump. Nel frattempo BlackRock macina miliardi in Italia e continua a trasferire il bene più caro dell’Europa verso gli Stati Uniti e presto, se Xi Jinping vorrà, verso la Cina.

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