Pacchetto Omnibus, il Parlamento europeo vota per affossare le norme sulla sostenibilità
Il Parlamento europeo adotta la sua posizione negoziale sul pacchetto Omnibus: possono prendere il via i negoziati con il Consiglio
Dopo l’inaspettato e burrascoso “no” espresso dalla plenaria del 22 ottobre al compromesso raggiunto in Commissione Juri, giovedì 13 novembre il Parlamento europeo ha adottato la propria posizione negoziale sul primo pacchetto Omnibus che semplifica le normative sulla sostenibilità delle imprese. Con 382 sì, 249 no e 13 astensioni, gli eurodeputati chiedono di alleggerire drasticamente le disposizioni previste dalle direttive sulla rendicontazione di sostenibilità (Csrd) e sulla due diligence (Csddd).
La posizione negoziale del Parlamento europeo sul pacchetto Omnibus
Più nello specifico, il Parlamento europeo chiede di imporre la rendicontazione di sostenibilità soltanto alle imprese con almeno 1.750 dipendenti e 450 milioni di euro di fatturato netto annuo. La prima versione della Csrd poneva queste soglie a 250 dipendenti e 50 milioni di euro di fatturato. Oltre a ridurre in modo così plateale il perimetro, il testo votato dal Parlamento prevede anche di semplificare gli standard di rendicontazione e rendere facoltativi quelli settoriali. Nelle sue ambizioni originarie, la Csrd dovrebbe avere un effetto traino, perché le piccole imprese – pur non essendo direttamente coinvolte – fanno comunque parte della filiera di soggetti più grandi. Nelle intenzioni degli europarlamentari anche questo viene meno, perché le grandi imprese possono chiedere alle Pmi soltanto le informazioni previste negli standard volontari a loro dedicati.
Nel presentare il pacchetto Omnibus, la Commissione europea non aveva toccato le soglie di applicazione della direttiva sulla due diligence. Ci hanno però pensato Consiglio e Parlamento europeo. Nel testo votato oggi, gli obblighi si applicano solo alle società con oltre 5mila dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato. L’Europarlamento chiede inoltre di adottare un approccio basato sul rischio: significa che le aziende dovranno basarsi il più possibile sulle informazioni che posseggono già e chiederne di aggiuntive soltanto se è strettamente necessario. Eliminato anche l’obbligo di predisporre un piano di transizione volto a rendere il proprio business compatibile con l’Accordo di Parigi sul clima. Un altro grosso passo indietro è la rinuncia alla responsabilità civile armonizzata a livello europeo: ciò significa che le vittime di eventuali violazioni possono rivalersi sulle imprese solo dinnanzi a tribunali nazionali.
Le formazioni di destra unite per ridimensionare le norme sulla sostenibilità
Il voto del 13 novembre ha anche un peso politico, perché il Partito popolare europeo (Ppe) si sgancia dalla consueta alleanza con i partiti liberali e di centrosinistra per ottenere l’appoggio delle formazioni di destra ed estrema destra: Conservatori e riformisti (Ecr), Patrioti per l’Europa ed Europa delle nazioni sovrane. Politico sottolinea che anche 17 europarlamentari di Renew Europe e 15 dei Socialisti e democratici hanno votato sì. Ora sia il Parlamento europeo sia il Consiglio hanno ciascuno la propria posizione negoziale sul pacchetto Omnibus e possono quindi iniziare, il 18 novembre, i negoziati. L’obiettivo è quello di raggiungere un accordo definitivo entro la fine dell’anno.
«Questo voto rappresenta una vittoria per l’estrema destra nel Parlamento europeo, che è riuscita a imporre un’agenda destinata a rivelarsi disastrosa per il nostro clima, i diritti umani e l’ambiente in senso più ampio, commenta Olivier Guérin, advisory officer di Reclaim Finance. «Gli eurodeputati hanno abbandonato qualsiasi pretesa di rappresentare i propri elettori, formando un’alleanza per sopprimere un’intera serie di normative già concordate, pensate per sostenere la transizione e proteggere i cittadini. Mentre tutte le evidenze scientifiche indicano l’urgenza di ridurre gli impatti dei cambiamenti climatici, gli eurodeputati hanno invece concesso alle multinazionali carta bianca per continuare a inquinare come sempre. Ciò solleva interrogativi importanti su come l’Unione europea intenda raggiungere il nuovo obiettivo climatico al 2040».
I commenti di Wwf e del gruppo Banca Etica
«Queste leggi, che offrivano speranza, sicurezza e la promessa di un futuro più equo e sostenibile, sono state ridotte a esercizi performativi che hanno scarso effetto sui reali bisogni delle persone, della natura e delle imprese. Questo non è il momento di rallentare il percorso verso un’economia più sostenibile, ma l’Unione europea sta andando nella direzione opposta», ha dichiarato Mariana Ferreira, Sustainable Finance Policy Officer presso l’ufficio europeo del Wwf.
«La proposta votata oggi dal Parlamento europeo riesce a peggiorare persino la già pessima bozza della Commissione di febbraio 2025», commenta Andrea Baranes, ricercatore di Fondazione Finanza Etica. «La pubblicazione di informazioni sull’impatto sociale e ambientale riguarda solo le imprese di enormi dimensioni. E anche per queste diminuiscono gli obblighi e i dati da comunicare. Una decisione che di fatto impedirebbe a banche e investitori istituzionali di valutare quali imprese possano rientrare nel perimetro della finanza sostenibile. Con la proposta votata oggi dal Parlamento, nel nome di una presunta semplificazione l’Unione europea abbandonerebbe completamente il proprio impegno per la sostenibilità», continua Baranes. Auspicando che «nella fase di trilogo si possa invertire la rotta».
«Il Gruppo Banca Etica – pur riconoscendo la necessità di una semplificazione normativa anche in tema ambientale – ritiene estremamente dannoso e pericoloso questo approccio dell’Europa che sta rinunciando al proprio ruolo guida nel settore della sostenibilità», aggiunge Aldo Soldi, presidente di Banca Etica. «Nel nome di un presunto aumento della competitività delle attività economiche nel brevissimo periodo, si rinuncia a contrastare i cambiamenti climatici. È una scelta miope che ignora evidenze scientifiche e trascura il fatto che tutte le analisi mettono in evidenza come proprio i cambiamenti climatici rappresentino un rischio nel medio-lungo periodo».




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